Zeta, una lettera come arma

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La Z russa nei palazzi del centro di Mosca. 30 marzo 2022. Foto di Natalia KOLESNIKOVA / AFP

La Z russa nei palazzi del centro di Mosca. 30 marzo 2022. Foto di Natalia KOLESNIKOVA / AFP

La Z russa nei palazzi del centro di Mosca. 30 marzo 2022. Foto di Natalia KOLESNIKOVA / AFP 

Sparisce da alcuni marchi; in Germania diventa reato esporla; a Padova qualcuno l’ha usata per imbrattare un muro della sezione Pd locale. È solo una zeta, una stupida lettera dell’alfabeto. Nel nostro, l’ultima. Ma accade ai segni umani che diventino simboli: segni che, di per sé, possono essere anche neutri, e quasi sempre innocenti. Figuriamoci una lettera qualunque dell’alfabeto, che senza l’alleanza con altre lettere, vocali o consonanti che siano, può dire ben poco. E Invece, a quanto pare, dice. Questa zeta non è solo una zeta. È difficile ricostruire le ragioni che l’hanno eletta a simbolo dell’invasione russa. Ma il fatto che il percorso sia opaco è meno rilevante dell’effetto ultimo, contagioso, invasivo. Per certi versi violento. Cos’era la svastica prima del nazismo? Un solare e augurale simbolo delle antiche culture euro-asiatiche. E poi? È diventato il più lugubre e spaventoso e mortuario segno dell’ultimo secolo. C’è chi ne ha fatto la ragione per umiliare e per uccidere. Così, vedere quella zeta campeggiare oggi sulla facciata di un palazzo nel centro di Mosca ha qualcosa di allarmante. E proprio perché il contesto è rassicurante. Ma non è una trovata pubblicitaria, un logo alla moda. È, in qualche modo, già un’arma.

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