Zuckerberg alle strette. Ipotesi dimissioni per salvare Facebook

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Il 26 ottobre 2021, quarantaquattresimo giorno dall’inizio dello scandalo chiamato Facebook Files, il tema non è più: che cosa altro hanno combinato a Menlo Park, il quartier generale in Silicon Valley dove Mark Zuckerberg trasferì la sede di Facebook poco dopo averla creata in un alloggio per studenti dell’università di Harvard. Il tema è: quando e come far dimettere Zuckerberg per salvare l’impero che ha costruito dal 2004 a oggi, aggiungendo Instagram e Whatsapp. Le dimissioni del fondatore. Non è la prima volta che se ne parla: dal 2019 ogni tanto rispunta un appello, una petizione online, una protesta. Ma questa volta è diverso. La portata dello scandalo è tale da far apparire la crisi – enorme – seguita alle manipolazioni dei dati degli utenti del social network da parte Cambridge Analytica per far vincere la Brexit e Trump, una banale esercitazione.

Anche in questo caso, è stato un “pentito” a innescare le rivelazioni: ma nei Facebook Files non si tratta di uno sviluppatore o di un’esperta di marketing, cioè di figure marginali rispetto a Facebook. Frances Haugen a Menlo Park era un pezzo grosso: 38 anni, aveva lavorato a lungo a Google, firmando anche un brevetto su un algoritmo per modificare i risultati del motore di ricerca, ed era passata a Yelp e Pinterest prima di approdare a Facebook nel 2018 per occuparsi di come contrastare la disinformazione dilagante sui social. Ben presto era diventata capo del dipartimento deputato alla civic integrity, il posto ideale da dove osservare quello che accadeva nella sala comandi di Menlo Park. Si è dimessa nel maggio 2021: sembrava una delle tante dimissioni, polemiche ma ininfluenti, che si sono susseguite nei mesi scorsi. Invece Haugen si era portata via decine di migliaia di documenti con le prove di quello che accadeva dietro il muro delle dichiarazioni ufficiali. 

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Cosa è accaduto di così riprovevole? In una frase: a Facebook hanno sistematicamente messo il profitto davanti a tutto. Non hanno fermato la disinformazione e l’odio online – favoriti anzi dall’algoritmo sull’engagement – perché questo aumentava la nostra partecipazione online, e quindi la raccolta di nostri dati personali e il loro profitto (che continua a crescere). Ma non è solo Facebook il problema: a Menlo Park non hanno fatto nulla anche quando hanno scoperto che Instagram aveva (ha) effetti negativi sul benessere psicologico degli adolescenti spinti a sembrare sempre belli e felici, diventando invece sempre più infelici. Non sono semplici affermazioni di una ex dirigente delusa: migliaia di documenti raccontano i dibattiti interni e spiegano le motivazioni che ogni volta portavano a prendere certe decisioni. La ricerca del profitto. 

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Queste carte oggi le stanno pubblicando tutti i giornali americani che utilizzano i documenti depositati da Haugen alla Security and Exchange Commission che vigila sulle società quotate a Wall Street. Ma inizialmente le ha pubblicate il Wall Street Journal, di proprietà di Rupert Murdoch che molti ricordano quando qualche anno fa, in occasione di un pranzo in un ranch a Sun Valley, al rifiuto di Zuckerberg di modificare il modo in cui Facebook mostra le news – penalizzante per i giornali – disse che lo avrebbe distrutto. Questa circostanza oggi fa dire a Zuckerberg che il terremoto in corso “è uno sforzo coordinato per dare una falsa immagine dell’azienda”. Coordinato da Murdoch. Ma a questo punto la domanda è un’altra: può Zuckerberg restare ancora al suo posto? Kara Alaimo, che lavorava con Obama, sulla Cnn ha scritto: “Facebook non deve cambiare nome (cosa che forse farà domani, ndr), deve cambiare amministratore delegato”. E Matt Peterson, direttore del settimanale finanziario The Barron’s, sostiene che a Facebook stanno iniziando a pensare a come sarà la vita senza il loro fondatore.

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