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Sei rinviati a giudizio, di cui quattro politici, nell’ambito dell’inchiesta “Why not. L’accusa è di associazione a delinquere su presunti illeciti nella gestione di fondi pubblici destinati alla Calabria. Lo ha deciso il gup di Catanzaro Livio Sabatini. Inizialmente erano stati tutti prosciolti ma i sostituti procuratori generali Eugenio Facciolla e Massimo Lia avevano impugnato la sentenza e la Cassazione aveva annullato la richiesta con rinvio. Il processo partirà il prossimo 6 luglio.

Il Bossi del celodurismo, della canotta e dell’ampolla del Po. C’è una sorta di strano amarcord a leggere editoriali e articoli sulle dimissioni di Bossi. Un retrogusto che non mi convince.

La Lega è il partito della xenofobia e del razzismo, che da tre decenni alimenta le peggiori pulsioni dell’Italia. Bossi ha portato il Nord in dote a Silvio Berlusconi, in un’alleanza che, tra rotture e riappacificazioni, ha segnato la seconda repubblica berlusconiana. La Lega Nord è la Bossi-Fini, ingiusta e ipocrita legge sull’immigrazione. È la Lega della Legge Maroni (Legge 30), quella della scandalosa precarietà del lavoro e della vita, che ha tolto il futuro ai giovani. Bossi e la Lega han votato tutte le leggi ad personam di Berlusconi e sono corresponsabili dello stato drammatico della crisi economica dell’Italia (compreso l’aver votato le due manovre economiche fatte da Berlusconi prima di Monti, non meno austere e recessive di quest’ultima). Sono responsabilità politiche che giudico gravissime, forse anche maggiori di quelle che stanno emergendo dalle inchieste in corso.

Il lesbismo è una «malattia», almeno stando al modulo Icd9-cm, ovvero l’elenco ufficiale delle patologie e dei traumatismi cui fanno riferimento gli enti pubblici e l’Inps, che sulla base di tali elenchi certifica disabilità e invalidità. La denuncia arriva da un articolo anticipato da l’Espresso, e subito scatena le polemiche: il ministero della Salute precisa che «non esiste alcuna classificazione come patologia di qualsivoglia orientamento sessuale», ma l’Idv annuncia di voler portare il caso in Parlamento con un’interrogazione e il Pd chiede l’intervento del ministro del Lavoro Fornero. La notizia si diffonde anche sulla rete, e da qualche blog parte l’invito provocatorio: «Donne omosessuali, mettetevi in fila all’Inps per richiedere la pensione di invalidità!». Mentre il solito Grillini denuncia: è «omofobia di Stato».

La più bersagliata è Paola Goisis, rea di aver dato del traditore a Roberto Maroni. Sul profilo Facebook   dell’ex ministro dell’Interno ha inizio la resa dei conti contro i ‘cerchisti’, con i fan di Bobo che chiedono a gran voce l’epurazione.   “Goisis & Co – scrive un militante – La valigia sul letto, quella di un lungo viaggio”. “E’ proprio Pasqua: la Passione, il Sacrificio, la Resurrezione – si legge in un altro commento – E non manca qualche Giuda che si è venduto per 30 denari (o forse più)”. “E ora il cerchio magico faccia l’ultima magia – incalza un altro militante -  sparisca!”.

A Bobo, che finora ha taciuto sull’argomento, viene chiesto di regolare i conti. “E’ ora delle epurazioni: via Belsito, Rosy Mauro, trota e tutti i cerchiomagisti vari”. “Finalmente il venerdì santo è  arrivato anche per il cerchio magico”. “E arrivato il momento – sottolinea un fan dell’ex ministro dell’Interno – di consegnarli agli   archivi”. “Adesso – propone un militante – dobbiamo iniziare la caccia  all’uomo verso tutti i cerchisti annidati in ogni regione e spesso in posizione di vertice”.

I ‘cerchisti’ vengono poi accusati di essere i mandanti della contestazione contro Maroni ieri in via Bellerio, dopo il Consiglio federale in cui Bossi ha ressegnato le dimissioni. “Maroni – si legge   in un post – contestato dai sicari a pagamento del cerchio magico al grido di buffone. Gli ultimi rantoli dei morti viventi”. “Quei quattro  imbecilli che hanno provato a contestare Bobo – scrive un militante – oggi non hanno nemmeno capito che sono solo loro la causa delle dimissioni di Bossi. L’hanno ingannato e sfruttato senza rimorso fino alla fine, fino a causargli questa grossa figuraccia che non è   riuscito a sopportare. Infami!”.

Qualcuno posta le foto dei contestatori, cercando di individuare volti noti di stampo ‘cerchista’. Molti assicurano che tra loro, ieri in Bellerio, c’era anche Paola Reguzzoni, leghista e   sorella di Marco, ex capogruppo e considerato da molti capofila del cerchio magico. “L’ho vista io – assicura una militante – vi serve   qualche foto per completare l’album di famiglia?”.E c’è chi avanza un dubbio: “quella non è la macchina di Bobo”; “se non sbaglio hanno insultato l’auto con Zaia, o no?”. Per qualche fan maroniano “ci vuole il cappio come ai tempi d’oro”, contro  chi “si è approfittato di un uomo malato fino a questo momento. Gridino pure quanto vogliono, si dimenino come delle bestie in gabbia   tanto la loro fine è vicina, molto molto vicina. Sanguisughe!”.

Non mancano poi le stilettate dirette a Renzo, il figlio del Senatur che siede nel Consiglio regionale lombardo. “Si è dimesso il Bossi sbagliato”, scrive un militante; “Umberto, vai a casa e dagliene tante, ma tante tante”, esorta un altro leghista. “C’è chi non merita  di avere il cognome del Capo”. “Renzo, ora tocca a te: abbi il coraggio di dimetterti”.

Tre anni dopo, “non esiste alcun progetto di revisione”. Il centro storico dell’Aquila poggia ancora sui “puntellamenti”, pezzi di legno e ferro costati circa 200 milioni di euro, destinati a marcire. Opere iniziate dopo il sisma del 6 aprile 2009 per mettere in sicurezza gli edifici che dovrebbero essere revisionati.

La garanzia di tre anni di affidabilità delle strutture è scaduta e ora è arrivato il momento di rinnovarla. Enrico Perilli, capogruppo Prc in consiglio comunale, spiega però che “non ci sono soldi se non per la ricostruzione. I puntellamenti erano opere provvisorie, lo si sapeva fin dall’inizio, nessuno ora si sta ponendo il problema di metterli in sicurezza”. Perilli, di queste opere si è occupato fin dal settembre 2009, presentando interrogazioni alla Giunta capitanata dal sindaco Massimo Cialente (Pd). “Quello dei puntellamenti è stato il primo grande business dopo il terremoto. Non sono state fatte gare d’appalto e le ditte hanno lavorato per milioni di euro attraverso chiamate dirette”.

Negli ultimi giorni si va diffondendo la sensazione o addirittura l’idea che le dimissioni di Bossi rappresentino per la Lega e più in generale per la politica italiana un episodio storico. Un passaggio destinato a erodere le fondamenta stesse del movimento padano di cui il senatùr ha rappresentato quasi l’incarnazione mitica, oltre che il condottiero carismatico. La malattia ha aumentato anziché incrinare la potenza della sua suggestione, allontanando Bossi e la sfera del suo potere dalla quotidianità a una dimensione quasi sacerdotale di custode del verbo leghista. In questo non ci sono paralleli con la caduta di Craxi, con le dimissioni di Berlusconi, o con vicende apparentemente analoghe. Perciò, le dimissioni di Bossi possono forse segnare il crollo del sistema di potere che lo circondava più direttamente, il cosiddetto “cerchio magico”, ma lasciano pressoché intatta la struttura della Lega Nord che si appresta ad affrontare, primo dal 2002, un congresso nazionale che può riservare molte sorprese. Non esclusa una qualche forma di riconsacrazione dello stesso Bossi.

Umberto Bossi creò la Lega Nord approfittando della “crisi delle ideologie” e dell’abdicazione della sinistra a svolgere il proprio storico ruolo di rappresentanza dei ceti popolari, candidandosi a dare voce a settori di piccola imprenditoria, ma anche di lavoratori dipendenti, alle prese con la dissennata burocrazia del governo centrale e con un sistema fiscale fondamentalmente iniquo.

Colpisce il parallelismo cronologico fra la crescita della Lega Nord, insieme ad altre analoghe destre razziste e localiste europee, e i disastri compiuti nell’Est europeo e nel Terzo Mondo dal revival dell’etnocentrismo, partito all’assalto delle strutture statali fragilizzate dalla globalizzazione neoliberista. Ricordiamo che proprio in questi giorni si celebra l’inizio della guerra in Bosnia, punto culminante della tragedia jugoslava, e inizio di una storia di crimini e di divisione. Del resto non mancò qualche intellettuale che all’epoca vaticinò per l’Italia un destino analogo a quello della Jugoslavia. Un pericolo che almeno per il momento abbiamo scongiurato.

Le larghe intese romane si irradiano anche l’Emilia Romagna. Sono 18 i Comuni emiliano romagnoli, tra cui due importanti capoluoghi di Provincia come Parma e Piacenza, che tra un mese, il 6 e 7 maggio, andranno alle urne per rinnovare i propri consigli comunali ed eleggere nuovi sindaci.

E il quadro che si prefigura è piuttosto differente dalla tornata elettorale di cinque anni negli stessi comuni. Maggioranze variabili soprattutto nel centrosinistra e una tendenza certa: il timone del Partito Democratico puntato a dritta verso il Terzo Polo di Casini e Fini.

Berlusconi con gli aquilani dopo il sisma del 2009

I numeri del terremoto dell’Aquila

10,6 i miliardi di euro stanziati (10,5 di fonte pubblica) di cui 2,9 miliardi per l’emergenza e i restanti 7,7 miliardi per la ricostruzione: 5,7 sono ancora da utilizzare;

833 milioni le risorse utilizzate per il progetto “C.a.s.e” (complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili) su 19 aree. Gli appartamenti sono 4.449 e al 6 marzo 2012 ospitavano 12.969 persone;

284 milioni erogati per il progetto “Map” (moduli abitativi provvisori). Si tratta di 3.535 strutture che accolgono 7.202 ospiti (al 6 marzo 2012)

1400 immobili di interesse culturale coinvolti dal sisma (900 chiese e 500 edifici)

La storia degli ultimi 3 anni dell’Aquila e della (r)esistenza quotidiana dei suoi abitanti può essere agevolmente letta attraverso gli insegnamenti di Michel Foucault e David Harvey. La chiave di lettura qui non è il tempo, ma lo spazio.

Le misure adottate per far fronte ai danni causati dal terremoto del 6 aprile 2009, oltre ad aver portato flussi di denaro nelle mani di varie “cricche”, hanno dato il via anche ad un mega-esperimento sociale, ovvero hanno creato le condizioni per la sperimentazione di un nuovo modello sociale, attraverso la riorganizzazione degli spazi.

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