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E’ l’associazione più immediata. Quegli anni terribili a Genova, l’esecuzione di Guido Rossa, il mio professore di letteratura italiana, Enrico Fenzi , che dopo aver fatto lezione su Petrarca, lasciava le aule dell’università e partecipava ai gruppi di commando delle Br.

In quel marasma e sconcerto, sbarcano a Genova Dalla e De Gregori e vanno a suonare allo stadio. Cosa inusuale allora. Fu una ventata di aria leggera da respirare a pieni polmoni, improvvisamente. Una parentesi di allegria, di bellezza, di musica da ascoltare tutti insieme. Banana republic divenne poi un disco ma Cosa fanno i marinai era scritta per noi che ascoltavamo e ci lasciavamo portare via con quelle parole che evocavano atmosfere lontane, per non stare più lì, andare via via. E poi L’anno che verrà, un’altra canzone che parla di distanze e di futuro da immaginare: diverso nei comportamenti, nel modo di stare con gli altri (persino i preti potranno sposarsi e si potrà fare l’amore come si vuole e i troppo furbi e i cretini di ogni età…).

Sono parole amiche che indicavano una direzione che nulla aveva a che fare coi titoli di giornale di quei giorni e di quel periodo. La vita si poteva di nuovo inventare. L’immaginazione e la poesia erano ancora possibili. Persino l’ironia e la leggerezza, impensabili fino ad allora. Poi arrivò Futura, altre invenzioni eccezionali. Sempre spinte in avanti. Voglia di sperimentare e di divertirsi, senza mai autocelebrarsi.
Grazie Dalla per quella breccia che hai aperto in anni bui e per la voglia di libertà che avevi, a modo tuo, come si addice a ogni artista autentico.

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