Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

Che si chiami Invitalia o Destinazione Italia poco importa. Perchè i conti non tornano. Se infatti l’agenzia per l’attrazione degli investimenti in Italia guidata da Domenico Arcuri archivia il 2012 in rosso, non promette di far meglio il nuovo progetto ideato dal governo di Enrico Letta per richiamare  gli investitori stranieri nella Penisola. Nel piano, per esempio, mancano due paroline chiave come formazione della pubblica amministrazione e riqualificazione della spesa pubblica. Con l’aggravante che non è poi ancora chiaro che fine farà la stessa Invitalia chiamata ad avere un non meglio definito “importante ruolo” nella governance del progetto lettiano.

Poche idee e ben confuse, insomma, proprio quando la situazione dell’Italia agli occhi degli stranieri appare assai complessa da decrifrare. Anche se i numeri aiutano a farsi un’idea di come funzionino o non funzionino le politiche destinate ad alimentare gli investimenti stranieri. L’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa spa, meglio nota come Invitalia, ha chiuso lo scorso anno con una perdita consolidata di 4,527 milioni, di cui 1,98 di pertinenza della sola capogruppo.

Nonostante il lieve miglioramento rispetto al dato negativo per quasi 6 milioni del 2011, si tratta del quinto anno consecutivo in rosso per il gruppo pubblico che lo scorso anno ha portato le riserve in negativo per quasi 31 milioni di euro. Risultati che Arcuri, nonostante tutto fresco di riconferma alla guida di Invitalia, ha realizzato fondamentalmente concentrandosi sulla consulenza alla pubblica amministrazione per digitalizzazione e progetti comunitari, oltre che per l’assistenza a privati sulle pratiche per le concessioni di finanziamenti pubblici, per arrivare fino al piano nazionale per la banda larga e al bando per le biomasse nelle regioni meridionali, con tanto di dotazione di un centinaio di milioni di euro.

Tutte operazioni, insomma, degne della vecchia Cassa del Mezzogiorno che, nel nobile intento di sviluppare il Sud Italia con strumenti a sostegno pubblico, non ha fatto altro che alimentare un sistema clientelare attraverso finanziamenti più o meno a pioggia e più o meno a fondo perduto. Sul tema invece della promozione dell’Italia all’estero, ci sono ben poche righe nel bilancio di Invitalia e principalmente per dire che lo Stato, in tempi di austerity, non ha stanziato fondi a sufficienza.

“Quanto, infine, alle politiche di attrazione degli investimenti esteri, nel corso del 2012 si è purtroppo accresciuta l’entropia istituzionale, con decisioni solo in parte coerenti con la missione conferita ad Invitalia dal Parlamento in occasione della promulgazione delle norme per il riordino. Il gruppo ha pertanto proseguito la propria attività, in una logica conservativa e purtroppo non evolutiva che si auspica possa rapidamente essere modificata, restituendo ad Invitalia la centralità necessaria e gli strumenti, anche finanziari, adeguati atti a perseguire anche tale missione istituzionale”, si legge a tal proposito nel bilancio della società da poco depositato in Camera di Commercio, ma non pubblicato sul sito internet della stessa.Dove invece si parla incomprensibilmente di un risultato economico del 2012 “positivo per il sesto anno consecutivo”. E questo nonostante i conti di Invitalia siano recentemente finiti anche nel mirino della Corte dei Conti.

Nessun dettaglio, poi, nel bilancio sul numero di investitori coinvolti, come era invece indicato nella scarna analisi dell’internazionalizzazione all’interno dei conti del 2011. Difficile, quindi, immaginare il ruolo di Invitalia all’interno di Destinazione Italia che vorrebbe fortemente essere uno strumento di promozione del Paese all’estero. Tanto più che è la stessa società a sembrare poco convinta di un investimento sul Paese, visto che nel 2012 si è disfata di metà dei titoli di Stato che aveva in portafoglio con tre anni di anticipo rispetto alla scadenza.

Sul fronte operativo, poi, c’è da considerare il problema di formazione del personale di Invitalia – 1.118 persone di cui 831 a tempo indeterminato, inclusi 226 quadri e 67 dirigenti per un costo complessivo di  73,533 milioni di euro nel 2012, quasi 10 in più del 2011, mentre il cda ha incassato 1,086 milioni – che è specializzato su burocratismi delle leggi di finanziamento pubblico nazionale ed europeo e dovrebbe spostarsi su temi come internazionalizzazione e marketing territoriale all’estero in diverse lingue. Competenze differenti che quantomeno richiederebbero un training importante.

Detto questo, in attesa che la consultazione pubblica su Destinazione Italia sia conclusa e di conoscere il nuovo ruolo di Invitalia, c’è da dire che le sparute slide presentate in giro per il mondo da Letta difficilmente riusciranno a convincere gli stranieri a tornare a investire in Italia. Chi del resto verrebbe sapendo di avere un tax agreement di cinque anni? Industrie come farmaceutica, automotive, aeronautica o energia hanno piani di rientro dei propri investimenti che nella migliore delle ipotesi hanno durata decennale. Salvo naturalmente che non si tratti di oligarchi russi che vogliono investire in energia pulita sussidiata dallo Stato. Ma questo è un altro capitolo.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

Notizie del italia, economia, notizie italia

Quotidiani

Il Denaro, Il Fatto Quotidiano, Libero Quotidiano

Rispondi

Archivi