Carabo e Navajo, un film di Alfa Romeo e Bertone

Formula 1 Sport

Sulla base della rotondeggiante 33 Stradale, un’auto da corsa travestita da supercar in listino sebbene su pochi esemplari, uscirono due esemplari di Alfa Romeo che rivaleggiano per avanguardia. Due creazioni Bertone che all’epoca avevano un senso futuristico di primo livello, e una di esse è considerata una delle madri delle auto sportive del ventennio successivo. Parliamo della Carabo e della Navajo, auto di grande impatto visivo, nelle quali lo stile è il principale lascipassare verso l’epicità.

Marcello Gandini pensò ai coleotteri, in particolare la famiglia dei verdi carabidi, per disegnare sotto contratto con Bertone la Carabo. Cromaticamente anticipava la Montreal, esteticamente era l’ava della Countach e della Stratos. Infatti niente linee rotonde, solo design taglienti, dritti, a freccia. Le porte si aprono a forbice, il posteriore è tagliato, l’assetto è bassissimo (99 centimetri l’altezza da terra). Al salone di Parigi del 1968 l’auto fu senza dubbio una delle creazioni più interessanti, con un mix di materiali utilizzati tra profilati d’alluminio per la scocca e il magnesio. Altre soluzioni originali erano il frontale affusolato che si raccordava al parabrezza senza soluzione di continuità, le prese e gli sfiati d’aria che avevano anche in questo caso un design con linee secche. I gruppi ottici erano protetti da lamelle orientabili, in modo che non venisse disturbato il flusso aerodinamico di questa ‘freccia’ da 260 orari. Gandini inoltre si discostò dalla scuola BAT degli anni ’50 propria di Scaglione, e dunque creò un’Alfa Romeo dotata di linee che oggi appartengono, come detto, all’immaginario collettivo delle Lambo.

La Navajo in vetroresina del 1976 è invece qualcosa di molto differente. Si trattava di un’auto più ingombrante nelle sue forme, con una parte anteriore che richiamava le Ferrari degli anni a venire. Rispetto alla Carabo, inoltre, era stato inserito un alettone posteriore di dimensioni generose. Questa concept car, anch’essa esemplare unico, aveva la peculiarità di possedere linee spaziali e un nome da tribù indiana: un paradosso che però scompariva di fronte all’omogeneità dei dettagli anche all’interno. Pure il volante, infatti, che ha una forma rotonda per antonomasia, sembrava ‘quadrato’. Dal cruscotto si stagliavano, anziché dei bottoni, delle leve sottili. Altri comandi erano lungo un ponte centrale che sembrava sostenere la plancia. Nuccio Bertone inserì degli spoiler attivi, uno splitter sulla parte anteriore e un’ala posteriore che, combinati, permettevano al guidatore di modificare l’incidenza aerodinamica. Inoltre, i fari anteriori non comparivano nella parte superiore della carrozzeria, bensì ai lati davanti alle ruote anteriori.

La 33 Stradale di Scaglione e Autodelta

Sulla meccanica della 33 Stradale era stata dunque ripresa la tradizione degli anni ’30 di vestire le auto in modi differenti: oltre alle due citate della famiglia Bertone, comparvero l’Iguana di Giorgetto Giugiaro, la 33/2 Coupé Speciale di Leonardo Fioravanti (Pininfarina) e la Cuneo di Paolo Martin (sempre Pininfarina). Oggi quel tipo di approccio verso i carrozzieri è molto raro a vedersi.

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