Costruttori perduti: Bernardi, Miari, Giusti & C.

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Enrico Zeno Bernardi nacque a Verona, in via San Paolo 4, il 20 maggio 1841, quando in zona regnava Ferdinando I d’Austria. Il Lombardo-Veneto era un Regno sotto la bandiera austro-ungarica, ma aveva ben poco della grandezza viennese: fu un periodo di spinta quasi esclusivamente rurale, seppur puntellata qua e là dai primi talenti della meccanica. Bernardi era una di queste menti eccelse: figlio di Lauro Bernardi e Bianca Carlotti, espresse fin da giovane un interesse verso il futuro della mobilità. Già nel 1856 aveva presentato alla Esposizione Veronese di Agricoltura e Industria alcuni modelli meccanici da lui realizzati presso le Officine Ferroviarie di Verona. Di conseguenza si iscrisse alla prestigiosissima Università di Padova e si laureò in matematica nel 1863 – entrando nel mondo del lavoro come insegnante.

Insegnò all’istituto tecnico di Vicenza, prima di diventare assistente e poi professore universitario a Padova presso la Regia Scuola di Ingegneria – Istituto di Macchine. Approfondì gli studi intrapresi secoli prima da Erone alessandrino e da Leonardo da Vinci sugli assi e sui criteri di trasmissione del moto nelle macchine. Nel 1896 Bernardi compì pure studi specifici sul differenziale e portò innovazioni importanti sullo sterzo applicato alle ruote direttrici di una carrozza a quattro ruote. Ma soprattutto, nel primissimi anni ’80 dell’ottocento, creò il primo veicolo a benzina, un triciclo per il figlio. Bernardi è considerato per questo motivo uno dei precursori dell’invenzione dell’automobile con motore a scoppio, sfruttando le felici intuizioni degli inventori fiorentini Eugenio Barsanti e Felice Matteucci. Le date sono incerte, c’è chi dice 1882 (anno del brevetto industriale n-14.460 sul motore a scoppio di sua fattura), altri 1884 (si narra di un passaggio del triciclo per le strade di Quinzano, frazione di Verona): ma non è importante, perché la sua invenzione è qualcosa di straordinario molto oltre le aspettative dell’epoca. Basti pensare che il triciclo di Benz, seppur più potente, fu completato nel 1885.
Il sogno industriale non era più una chimera: il triciclo macinava eccome. Così, nel 1894, venne contattato da due giovani imprenditori veneti, gli ingegneri Giacomo Miari e Francesco Giusti Del Giardino. Volevano trasferire il motore di Bernardi su un telaio adatto al trasporto di persone, con la speranza di essere tra i primi a sfruttare la crescente domanda di automobili. I due acquistarono un opificio in via San Massimo a Padova, già sede del Lanificio Marcon distrutto da un incendio quattro anni prima. Nacque così la Miari Giusti & C., la prima casa automobilistica italiana in grado di costruire su progetto autonomo.

Nell’opuscolo della società in accomandita si leggeva: “Il Motore Bernardi è il più leggero (18 chilogrammi), il più solido, ed il più economico dei motori a benzina sino ad ora esistenti. I pregi principali che pongono codesto motore al disopra di tutti gli altri sono i seguenti: esclusione di carburatore, funzionamento con miscuglio esplosivo a tenore costante  col massimo di effetto utile, proporzionalità del consumo della benzina al lavoro prodotto in ogni istante, nessuna influenza della densità di benzina impiegata, facile e pronto avviamento, esclusione assoluta dell’uso di elettricità e di qualunque fuoco esterno, insignificante consumo di benzina per alimentare l’accenditore speciale il quale occupa uno spazio piccolissimo. Un solo serbatoio d’olio lo distribuisce a tutti i punti. Possibilità di variare la velocità della macchina fra limiti estesi nel rapporto da 1 a 3 a volontà del conduttore con una manovra di estrema facilità. Nessun riscaldamento del cilindro, nessun odore. Consumo di 400 grammi di benzina per cavallo-vapore effettivo per ora. Tutti i meccanismi sono perfettamente accessibili e facilmente smontabili. Nessuna abilità è necessaria per condurre il motore e guidare il veicolo. Tutti i motori sono costruiti da abilissimi operai, con materiali di primo ordine e la loro fabbricazione non presenta difetto alcuno. Tanto che il motore che il sistema di applicazione al triciclo, con relativo comando, sono brevettati in Italia e all’Estero. La società è sempre disposta a sostenere col Motore Bernardi qualsiasi prova, tanto per velocità che per lunghezza di percorso. Il prezzo del motore netto senza sconto è di lire 1000. Per l’applicazione alla bicicletta o al triciclo, compresa la trasmissione pneumatica, lire 200“.
Nel 1896, per cercare di sfruttare la celebrità del Bernardi, la ditta cambiò nome in Motori Bernardi, Miari, Giusti & C., ma sempre con la stessa intenzione di costruire tricicli e veicoli a quattro ruote per la massa. Un triciclo condotto dallo storico collaudatore e assistente tecnico di Bernardi, Antonio Nosadini, vinse anche il “premio internazionale di velocità” della Torino-Asti-Alessandria-Torino, coprendo i 190 chilometri del percorso in 9 ore e 47 minuti, alla media di 19,42 km/h, nonostante una foratura e la successiva rottura del cambio.

Purtroppo la domanda non fu così elevata come sperato, e il 5 maggio 1898 l’azienda fu messa in liquidazione. L’interesse fu elevato e già dopo due giorni venne rilevata dalla Società Italiana Bernardi che continuò la produzione delle vetture. La liquidazione finale della compagnia, avvenuta nel giugno 1901 per la scarsa domanda, avvenne dopo aver costruito un centinaio di vetture a tre e quattro ruote. Tuttavia le auto di Miari, Giusti e Bernardi avevano attratto l’interesse di alcune aziende tra cui la Fiat: fu proprio la compagnia torinese, tramite lo stesso Giovanni Agnelli, ad assicurarsi la consulenza di Bernardi per i suoi motori, con un ottimo rapporto mantenuto fino alla morte dell’inventore avvenuta nel 1919. Anche il figlio Lauro lavorò per la Fiat, prima come dipendente e poi come tecnico.

Quante storie possibili ci potrebbero essere per un’attuale Miari & Giusti motorizzata Bernardi, lo sa probabilmente solo l’inventore della fantasia. Si sa però che spesso i pionieri e i precursori raccolgono meno di quanto seminato, e a godere i frutti dei primi tentativi arrivano altri, in epoche successive e più adatte. Era difficile entrare nel settore dell’automobile all’epoca, proprio come oggi, nonostante i brevetti: Bernardi perfezionò nel breve periodo come ‘costruttore’ anche un sistema di raffreddamento e diversi dispositivi per la trasmissione dei movimenti a ruote e sterzo. La primissima vettura Bernardi, con motore da 2 cavalli e mezzo, ospitava il ciclo omonimo: a differenza del ciclo Otto, prevedeva l’incrocio delle fasi. L’auto da 500 centimetri cubici con valvole in testa, carburatore a polverizzazione, lubrificazione forzata, silenziatore allo scappamento e refrigerazione ad acqua di Bernardi raggiungeva i 35 km all’ora, con tre marce e la retro e due freni (uno a pedale, l’altro a mano).

Per rivivere la vita di Bernardi, esiste il “Museo E. Bernardi” all’Università di Padova e specificatamente presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale in via Venezia, 1. In loco è presente un’esposizione di diversi prototipi di veicoli azionati da motore a scoppio alimentato a benzina, ampia documentazione originale sugli studi e la vettura a 3 ruote del 1894 originale, personale di Enrico Bernardi con la quale percorse ben 60.000 chilometri. Tale vettura, donata dal figlio Lauro, è perfettamente funzionante ed è stata restaurata nel 2007 dai tecnici del Dipartimento, completa di targa “42-2” (Padova-2) e libretto di immatricolazione risalente al 1901. La cifra di decine di migliaia di chilometri di vita è impressionante per un’auto di fine ottocento: è la perfetta testimonianza della straordinaria intelligenza di Enrico Bernardi. Che con Miari e Giusti ha sfiorato un avvenire in stile Fiat.
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