Covid-19, i bambini non sono vettori del contagio

Formula 1 Sport

[Rassegna stampa] – In questi mesi il Covid-19 è stato studiato, analizzato, osservato non solo dal punto di vista medico, ma pure statistico. Moltissimi dati raccolti fanno pensare a un ruolo molto marginale dei bambini nello sviluppo dei focolai, quasi come se la malattia per loro fosse un banalissimo malanno di stagione. I casi sono minimi, in particolare sotto i dieci anni. Eppure Paesi come l’Italia faticano a dare un segnale di speranza ai cittadini del domani, gli attuali alunni delle scuole elementari e materne, consentendo loro di frequentare uno dei pochi ascensori sociali rimasti nella nostra civiltà: la cultura, l’educazione, l’istituto scolastico.

“Vari studi suggeriscono che i bambini tendono ad ammalarsi più raramente di Covid-19 (meno del 2% sono le infezioni riportate in Cina, Usa e Italia nei giovani al di sotto dei 18 anni), che quando si ammalano esprimono l’infezione con sintomi generalmente lievi o in maniera asintomatica e che non sono i principali vettori del contagio. Nella letteratura scientifica – riferisce un articolo su «Science» – non vi è un solo caso di un bambino di età inferiore ai 10 anni che abbia trasmesso il virus. I focolai studiati partono quasi sempre da adulti. Affidandosi a questi dati incoraggianti, anche se scarsi, diversi Paesi hanno riaperto le scuole: Francia, Danimarca, Germania, Israele e Paesi Bassi. E con le dovute precauzioni – classi ridotte, orari abbreviati, distanziamento dei banchi, ricreazione all’aperto a turni, sanificazione dell’ambiente, e mascherine – non si è registrato un aumento dei contagi. «In Germania i nidi e gli asili hanno tenuto aperto, dando priorità ai genitori che lavorano in attività essenziali, come infermieri e medici. I piccoli non sono serbatoi di infezione come gli asintomatici adulti. E le scuole non sono diverse da asili e nidi: sarebbe bastato riorganizzare, avendo la consapevolezza che il rischio zero non esiste, ma che ci sono soluzioni percorribili per ridurlo. Per esempio, perché evitare la prova scritta alla maturità? O impedire di frequentare almeno gli ultimi pochi giorni di scuola alle quinte elementari e alle terze medie?», si chiede Andrea Biondi, direttore della Clinica pediatrica dell’Università Milano-Bicocca con sede al San Gerardo di Monza. Su quale sia il ruolo dei bambini nella trasmissione del virus la comunità scientifica è divisa. Secondo due ricercatori inglesi, Alasdair Munro e Saul Faust, la cui analisi è stata pubblicata sul «British Medical Journal», i bambini «non sono dei super-diffusori di Covid-19 ed è giusto tornare a scuola». Una scelta azzardata, invece, per l’epidemiologo tedesco Christian Drosten: lo studio su un campione di 3 mila pazienti positivi al Covid-19 dimostra che la carica virale nei bambini e negli adolescenti non è significativamente inferiore a quella degli adulti e analogo il potenziale di contagiosità. Ma c’è chi fa notare come non sia chiaro se la carica virale sia un indicatore di quanto una persona è infettiva. Ricercatori dell’Istituto olandese per la salute pubblica e l’ambiente hanno esaminato dopo la chiusura delle scuole come si è diffusa l’infezione in 54 famiglie con 123 adulti e 116 soggetti di età inferiore ai 16 anni e non hanno trovato una sola famiglia in cui un ragazzino sia stato il primo paziente. A Vo’ Euganeo, la prima zona rossa del Veneto, su 234 bambini da uno a 10 anni non c’era un solo infetto, nonostante 13 di loro vivessero con persone che lo erano. Resta da capire come mai i più piccoli possano essere immuni al contagio. Diverse le ipotesi: un sistema immunitario più allenato da contatti con altri coronavirus (quelli del comune raffreddore), minori livelli di citochine (le proteine rilasciate dal sistema immunitario e coinvolte nella risposta infiammatoria), una minore espressione nelle vie respiratorie del gene per il recettore Ace-2 (la proteina che il virus utilizza per entrare nelle cellule).”Gianna Milano, La Stampa



Go to Source

Commenti l'articolo