F1 | In Ferrari i migliori strateghi sono i piloti

Formula 1 Sport

Le parole di Mattia Binotto dopo la gara di Barcellona in merito alla gestione delle strategie lasciano stupiti. Binotto ha detto che i dialoghi, e talvolta i battibecchi, che si sentono via radio tra il muretto ed i piloti non sono incomprensioni, ma semplicemente il risultato di un approccio scientemente voluto dalla squadra di condividere apertamente le scelte strategiche coi piloti, al contrario di quello che fa la maggior parte degli altri team, attente a “non svelare i piani”. In pratica Binotto ha rivendicato questo approccio come una sorta di stile della Ferrari.

Ricostruendo quanto avvenuto in questa stagione per sommi capi, si vede come la strategia abbia cominciato a pesare sui risultati in Ungheria, dove la squadra chiamò i piloti ai box per gomme soft, ma Vettel chiese le medie e salvò così la sua gara, al contrario di Leclerc che si fidò della squadra e si ritrovò immerso in uno stint da incubo. A Silverstone fu Leclerc a imporsi sulla squadra chiedendo ripetutamente il piano C (la sosta unica) che si rivelerà la scelta migliore. A Barcellona sono entrambi i piloti a chiedere cambi di strategia al muretto, ma quello che accade con Vettel ha del surreale. Senza andare nel dettaglio di tutti messaggi per evitare di dilungarmi oltremodo, si può tranquillamente dire che le comunicazioni (e il tono di esse) che trasudano la totale sfiducia da parte del pilota verso il muretto sono molteplici. Vettel arriva testualmente ad assegnare i “compiti” alla squadra, chiedendogli il passo medio da tenere per arrivare fino in fondo davanti al gruppo che lo segue, con dovizia di particolari (“se quelli dietro tenessero il passo attuale di 22.6…”). Insomma il pilota delega al muretto i calcoli che non riesce a fare a mente, ma per il resto non si fida delle decisioni e impiega una quantità (a mio parere inaudita) di energia mentale a ragionare sugli aspetti strategici della gara. Tutta energia tolta alla concentrazione di guidare una Formula 1 in gara, che di energia fisica e mentale ne richiede parecchia.

Sul peculiare aspetto delle strategie c’è una similitudine marcata con lo sport che ho praticato in prima persona per un trentennio: la vela. Avendo trascorso così tanti anni sui campi di regata ho avuto modo di fare esperienza con team di ogni livello, inclusi i team di soli professionisti nei campionati del mondo. La prima differenza che è sempre emersa tra i team di alto profilo e gli altri è proprio nella comunicazione. Più un team è di alto livello, meno si sente parlare a bordo. Se nell’equipaggio di amatori c’è uno scambio continuo di pareri, di domande e non c’è un attimo di silenzio, quando ero al timone di una barca di alto profilo c’era solo comunicazione efficiente sulla conduzione e l’unica cosa a cui ero delegato era far andare veloce la barca, senza dovermi preoccupare di nient’altro, anzi guai a distrarsi. Il tattico in barca ha un ruolo molto simile allo stratega in Formula 1, e chiama le manovre pochi secondi prima che avvengano, mentre tutti eseguono. Nessuno si sogna di mettere in dubbio le sue scelte, né tantomeno il tattico pensa di delegare agli altri, impegnati a fare il proprio mestiere, la propria responsabilità chiedendo loro un parere.
E questo è quanto vediamo fare a Mercedes, con James Vowles che prende le decisioni e tutti eseguono, anche Hamilton, nonostante la continua lamentela via radio. Quante volte il campione inglese nelle passate stagioni ha chiesto alla squadra dopo il pit stop il motivo della mescola che gli era stata montata, segno che non sapeva nemmeno cosa avesse deciso il team, portando all’estremo (anche troppo in quel caso) il concetto poc’anzi espresso. Nel recente passato ricordo una sola occasione dove il team strategico della Ferrari ha funzionato in questo modo: a Monza nel 2019. Nelle altre gare si assiste quasi sempre a questo scambio continuo tra pilota e box sulla strategia da adottare con risultati molto poco efficienti.
Sia chiaro, il feedback dei piloti è sempre importante, ma dovrebbe essere relativo allo stato delle gomme, alla mescola preferita, al feeling con la vettura, in una funzione di mero fornitore di quelle informazioni che non si vedono dai dati. La cosa che ha però del clamoroso è che non solo non accade questo, ma in molte occasioni è proprio dal pilota che arriva la chiamata strategica corretta, in contrasto con quanto proposto dalla squadra, e ciò è a dir poco sorprendente, per non dire sconcertante. La sala di controllo dei team durante un Gran Premio ha decine di ingegneri intenti a monitorare ogni singolo aspetto, ogni tempo, ogni pilota, ogni mescola che gira in pista per raccogliere più informazioni possibili ed elaborare la scelta strategica giusta al momento giusto. Come sia possibile che in Ferrari la scelta giusta arrivi regolarmente, invece, dal pilota che è impegnato con la guida e con la (complicatissima) gestione della vettura è davvero difficile capirlo. E, come detto, non succede solo con Vettel, dotato già di suo di una straordinaria visione di gara complessiva e con circa 250 gran premi alle spalle d’esperienza, ma anche con il giovanissimo Leclerc.
E qui il pensiero torna un attimo indietro, al Gran Premio del Messico 2019, quando il giovane monegasco, dopo esser finito quarto nonostante partisse dalla pole, dichiarava in pratica di dover imparare a gestirsi in autonomia le strategie, tradendo una sfiducia verso il comparto strategico del team già in fase avanzata.
Sia chiaro, anche gli altri piloti si lamentano della strategia, chiedono i pit etc, ma nessuno, da quanto ho avuto modo di sentire in questi anni, ha in piedi questa specie di democrazia strategica e soprattutto non avevo mai sentito nessuno “assegnare gli esercizi” alla squadra durante un Gran Premio. E sia chiaro anche che gli errori di strategia li fanno tutti i team, nessuno escluso. Ma il problema di questo comparto in Ferrari a me pare duplice: da una parte le decisioni che vengono prese non sono corrette e sono spesso migliorate dai piloti, come abbiamo visto in special modo quest’anno. Dall’altra, in virtù di ciò, i piloti non hanno più fiducia nella squadra e sottraggono alla guida una quantità enorme di energia, spendendola per elaborare autonomamente il proprio piano strategico.

Sulle carenze tecniche Mattia Binotto non si è mai nascosto e le ha sempre esposte mettendoci la faccia. Ma su questo fronte nulla si è mai mosso. Arrivabene nel 2018 a Suzuka, esasperato dagli errori, invocava l’arrivo di un “pistaiolo” per cercare di risolvere qualcuno di questi problemi. Oggi si definisce la situazione quasi uno “stile”. Peccato, perché su questo aspetto particolare non ci sarebbe bisogno di attendere risultati dalla galleria del vento per cambiare le cose, ma bisognerebbe almeno rendersi conto che qualcosa non va.



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