F1 | Le dimensioni contano

Formula 1 Sport

Il mondo in cui viviamo è dominato da una legge, quella dell’entropia; enunciarla propriamente è difficile, ma uno dei modi in cui la si può riassumere è questo: ogni trasformazione che comporti il passaggio da uno stato di ordine al disordine produce calore, una forma di energia che rende irreversibile il processo; in sintesi l’entropia dell’Universo e quindi il disordine non può che aumentare, in quanto per invertire il fenomeno occorrerebbe una grandissima quantità di energia che a sua volta non farebbe che aumentare l’entropia.

La Formula 1, naturalmente, non fa eccezione rispetto alle regole che governano l’Universo. E corre sempre più veloce verso un progressivo aumento del grado di disordine, inteso come il rapporto tra la dimensione delle macchine e la loro complicazione. Di anno in anno le monoposto sono sempre più grandi, ora hanno superato i cinque metri di lunghezza, mentre le piste sono condizionate dal rapporto con il territorio.

Ma al gigantismo delle monoposto bisogna aggiungere il crescente grado di complicazione. Ugualmente responsabile del “disordine” che regna nella massima serie. Ulteriormente amplificato da regolamenti tecnici e sportivi che nel tentativo di tener dietro a tecnologie così avanzate finiscono per moltiplicare divieti destinati ad essere aggirati non appena vengono promulgati.
Il risultato è un campionato sempre più difficile da raccontare. Con la gara della domenica che non è quella che si svolge in pista ma la finalizzazione di un lavoro che è partito anni prima con lo studio delle normative da parte degli ingegneri; come se ogni domenica vedessimo solo la rassegna dei gol. Oggi una monoposto della massima serie ha oltre cinque chilometri di cablaggi e migliaia di possibili regolazioni da fare sul volante, per il quale esistono fior fiore di manuali d’istruzioni che i piloti ripassano in ore e ore di simulatore. Roba da far impallidire l’esame di maturità com’era negli anni 30; le sessioni di prova e di gara, invece sono regolamentate da ferree regole che tendono a cambiare un po’ troppo spesso. In un inseguimento che ricorda quello di Achille e la tartaruga.
I team sono sempre meno rappresentati da uomini animati dalla sola volontà di primato e sempre più finalizzati al raggiungimento degli obiettivi commerciali delle case di riferimento.

Questo fenomeno, seppur in maniera diversa, si era verificato anche alla fine degli anni 50, quando la Federazione optò per un ridimensionamento delle vetture e soprattutto dei motori, in modo da ridurne le prestazioni e aumentare la sicurezza e i consumi. Il risultato fu che il 1960 è diventato l’anno in cui è nata la F1 moderna, con i motori dietro il pilota, le monoposto sempre più leggere e una progressiva introduzione dell’aerodinamica. Ovviamente questo parallelismo è troppo superficiale e semplicistico, non basta ridurre la dimensione delle vetture; ma, in modo ugualmente superficiale e semplicistico, mi chiedo se non sarebbe auspicabile e magari utile pensare di ridurre davvero le dimensioni del fenomeno F1. Saper semplificare è sintomo di intelligenza, solo una mente superiore può rendere comprensibile qualcosa che per sua natura non lo è. Questo dovrebbe essere il vero obiettivo della F1: avanzare verso il futuro tenendo per mano il presente.



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