FCA-PSA, quale futuro per le fabbriche italiane

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[Rassegna stampa] I sindacati tornano a farsi sentire per quello che riguarda la fusione tra FCA e PSA. Non è ancora chiaro infatti quale sarà il futuro di alcuni fornitori storici italiani del gruppo italo-americano, che con la formalizzazione dell’accordo potrebbero subire conseguenze non indifferenti. E così i sindacati chiedono garanzie, per salvaguardare così tutti i posti di lavoro.

Fusione FCA-PSA, rinunce per resistere

Il mercato ha apprezzato le modifiche dell’accordo, annunciato alla fine del 2019, tra Psa e Fca. Il titolo del Lingotto ha registrato ieri la migliore performance di Piazza Affari, con un rialzo del 9,01%. Fca ha accettato di abbassare il dividendo straordinario da distribuire ai propri azionisti, passato da 5,5 miliardi di euro a 2,9 miliardi (circa il 48% in meno). Nello stesso tempo Psa distribuirà la sua partecipazione del 46% del capitale di Faurecia – produttore di componentistica per auto – anche agli azionisti della nuova società Stellantis, creata per accogliere la fusione dei due gruppi, la cui nascita è prevista per la fine di marzo 2021. Il percorso per arrivare alla conclusione di questo progetto industriale che dovrebbe dare vita al quarto gruppo dell’automobile mondiale, deve però superare ancora alcuni ostacoli. L’Ue ha aperto un’istruttoria antitrust sulla fusione, per evitare posizioni dominanti nel comparto dei veicoli commerciali leggeri, e non ha ancora espresso il suo parere: dovrebbe pronunciarsi entro il 13 novembre. La scelta delle piattaforme e dei motori dei futuri modelli condizionerà l’attività delle fabbriche localizzate in Italia, rischiando di creare difficoltà ai fornitori storici, specialmente quelli localizzati in Piemonte. La lettera a loro inviata in agosto da Fca comunicava che il programma relativo alla piattaforma del «segmento B» di Fiat Chrysler era stato interrotto a causa di un cambiamento tecnologico in atto, chiedendo di cessare immediatamente qualsiasi attività di ricerca, sviluppo e produzione per evitare ulteriori costi. Una misura che ha allarmato buona parte dell’indotto Fiat, che conta oltre 58mila dipendenti. Il prestito erogato da Intesa Sanpaolo di 6,3 miliardi di euro e garantito per l’80% dallo Stato aveva proprio l’obbiettivo di salvaguardare il nostro ecosistema industriale. A questo proposito Ferdinando Uliano, responsabile per il settore automotive di Fim–Cisl, ha sottolineato che «attendiamo il completamento in tempi brevi del piano industriale di Fca, per noi sono fondamentali le implicazioni positive sugli aspetti del personale diretto di Fca e dell’indotto». […]
Bianca Carretto, Il Corriere della Sera



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