Fondazione Scarponi: “Scena orribile al Lombardia”

Formula 1 Sport

Non è passato niente da quella Milano-Torino, il 18 ottobre 1995, quando Marco Pantani venne investito da un’auto contromano sulla corsa. Purtroppo è ancora troppo recente la ferita del 22 aprile 2017, quando Michele Scarponi morì in allenamento sempre per un incidente stradale. Il 2 agosto scorso era morto Jan Riedmann, giovane promessa tedesca. Ma il bollettino di guerra è assai lungo. Ieri ha rischiato grosso anche Maximillian Schachmann, il campione tedesco della Bora-Hansgrohe: al Giro di Lombardia è stato investito da una Bmw guidata da un’attempata signora, e nello scontro con l’auto si è fratturato la clavicola.

Unfortunately my collarbone is broken but in the end happy that it’s “just” the collarbone. There are moments in life where you don’t have your fortune in your own hands. I had one today… https://t.co/umrwjsqmW6
— Maximilian Schachman (@MaxSchachmann) August 16, 2020

Immagini tremende, che hanno fatto pensare. Perché quella Bmw è finita in mezzo il percorso senza controllo? La conducente sapeva della corsa e ha fatto finta di nulla o davvero non si è resa conto della situazione? La Fondazione Michele Scarponi Onlus ha pubblicato una nota sull’argomento, sempre tenendo conto della sua missione di difendere ‘i più fragili’ sulle strade italiane.
“Edo Maas è un giovane di venti anni che lo scorso ottobre al Piccolo Lombardia, mentre correva sulla sua bici, venne travolto da una signora in auto, che si gettò sul percorso di gara fregandosene dei posti di blocco, della corsa e della vita dei ciclisti. Oggi Edo non va più in bici, ma vive la sua giovinezza su una carrozzina.

Ieri al Giro di Lombardia un’altra signora in auto si è immessa nel percorso nei momenti finali della gara, causando la caduta di Maximillian Schachmann. Il campione tedesco ha riportato la frattura della clavicola. La scena è stata orribile. Mostruosa. Cos’è che non funziona più?

Il problema non è il ciclismo in quanto sport su strada, ma la società in cui viviamo. La cultura della sicurezza stradale si genera se esiste una volontà precisa e determinata nel raggiungere questo obiettivo. In Italia c’è questa volontà? Quando la sicurezza viene a mancare in un evento protetto e definito, che dovrebbe essere chiaro a tutti i cittadini, significa che qualcosa si è rotto. Non è il ciclismo a non essere accettato, è la vita sulla strada a non essere più la “misura” del nostro spostarci quotidiano.
Ci chiediamo poi, sbigottiti, perché durante i mesi del lockdown si riuscivano a fare milioni di controlli e ora, non solo quelli sulle strade sono al minimo, ma non si riesce nemmeno a mettere in sicurezza una gara ciclistica?”



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