L’Avvocato

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Tanti nomi, tante persone in una soltanto. Per abbreviare, Gianni Agnelli; per l’anagrafe Giovanni; in piemontese, Gioanin; per reverenza l’Avvocato. Era nato a Torino il 12 marzo 1921, ci ha lasciato il 24 gennaio 2003. In mezzo, davvero di tutto. Figlio di Edoardo Agnelli e della principessa Virginia Bourbon del Monte, era il secondo dei sette figli della coppia. Sposò a Strasburgo, nel castello di Osthoffen, Marella Caracciolo dei Principi di Castagneto: ebbe due figli, Edoardo e Margherita. Quest’ultima, madre di John Elkann sucessore alla guida di Fiat e successivamente presidente del Gruppo Fca. Quando si dice il DNA.

Gianni Agnelli era pure il nipote del senatore Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat. Il padre Edoardo morì in un incidente aereo quando Gianni aveva 14 anni. Decesso tragico, come quello del suo omonimo, figlio di Gianni, nel 2000: suicidio, dopo una vita tormentata e un’eredità automobilistica persa (si dice) per la conversione all’Islam. Gianni crebbe in un periodo del tutto diverso dai due Edoardo: frequentò in pieno fascismo il Liceo classico “Massimo d’Azeglio”, dove consegue la licenza liceale nel 1938. Durante la guerra, arruolato in un reggimento di carristi, fu inviato sul fronte russo e poi su quello nord-africano. Grazie alla sua posizione industriale, riuscì comunque a concludere gli studi in giurisprudenza entro il 1943.Dopo l’8 settembre 1943 Gianni cercò di rifugiarsi insieme alla sorella Susanna nella tenuta di famiglia in provincia di Arezzo, scortato da un maresciallo dell’esercito tedesco, a cui fu promessa, in compenso, un’automobile nuova. Durante la trasferta la vettura, condotta dal sottufficiale, subì un grave incidente e il giovane Agnelli, con la gamba destra fratturata, venne ricoverato nel nosocomio del capoluogo toscano, ove il 23 agosto 1944 giunsero le truppe alleate. Appena terminata la seconda guerra mondiale, a 25 anni divenne presidente della RIV, la società di produzione di cuscinetti a sfere fondata da Roberto Incerti e dal nonno, nel 1906. Venne in seguito eletto sindaco di Villar Perosa, un paese ubicato poco dopo Pinerolo lungo la statale del Sestrière. È il paese ove la famiglia risiede d’estate ed è proprio Villar Perosa la città che ospitò anche il primo stabilimento RIV. Non si trattava di un incarico molto impegnativo e Agnelli lo mantenne per quasi trent’anni, mentre il paese diventava a poco a poco anche perno delle estati juventine.
Tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946 fu coinvolto, in rappresentanza della famiglia, in complesse trattative fra il CLN, le autorità alleate di occupazione ed il governo italiano provvisorio, per la normalizzazione della conduzione della Fiat. Il 23 febbraio 1946 firmò l’accordo che ricostituiva il consiglio di amministrazione della società e ristabiliva Vittorio Valletta, precedentemente estromesso con l’accusa di collaborazionismo con i tedeschi, nella carica di amministratore delegato. Il sessantatreenne manager pose al nuovo proprietario questo dilemma: “Esistono solo due possibilità: o il presidente della Fiat lo fate voi o lo faccio io”, al quale il giovane Agnelli rispose: “Di certo voi, professore”.
Gianni seguì un consiglio che gli avrebbe dato l’amato nonno: “Prenditi qualche anno di libertà prima di immergerti nelle preoccupazioni dell’azienda”. In seguito, comunque, Valletta lamenterà, più volte, l’eccessiva latitanza del principale azionista dall’impegno aziendale. Non era però uno che amava stare con le mani in mano: nel 1947 Gianni Agnelli divenne presidente della squadra di calcio che il padre Edoardo aveva portato al ruolo di “prima donna” nel calcio italiano: la Juventus, squadra cui sarà affezionato per tutta la vita.
Intanto cominciarono o continuarono le frequentazioni dei luoghi più mondani d’Europa, insieme alle persone più famose del jet-set internazionale: attrici, principi, magnati, uomini politici. I suoi rapporti di amicizia con John Fitzgerald Kennedy sono un buon esempio. Intrecciò numerose relazioni sentimentali, anche con Pamela Digby, ex nuora di Winston Churchill. Nell’estate del 1952 Gianni fu vittima di un terribile incidente d’auto: correndo da Torino verso Montecarlo, si schiantò contro un autocarro. Lo estrassero dalle lamiere piuttosto malconcio, la gamba destra nuovamente, seriamente ferita. Verrà operata più volte ma una complessa protesi gli consentirà di continuare a praticare uno dei suoi sport preferiti: lo sci. Sarà proprio sciando che se la romperà per la terza volta nel 1987.
Nel 1953 Gianni ‘mise su famiglia’, sposando la principessa Marella Caracciolo di Castagneto, appartenente ad un’antica nobile famiglia di origini napoletane. Nel 1959 divenne presidente dell’Istituto Finanziario Industriale (IFI), una società finanziaria pura che era una delle casseforti di famiglia e che assieme all’IFIL, altra cassaforte di famiglia, controllava la Fiat. Diventò inoltre Amministratore Delegato della stessa Fiat nel 1963. Ma fu solo nel 1966 che ne prese davvero il comando, con l’uscita di Valletta. Pronti, via: all’ingresso nel ruolo Gianni ebbe da gestire l’esecuzione dell’accordo con l’Unione Sovietica per la costruzione di uno stabilimento presso una cittadina sul Volga (che verrà chiamata Togliatti), per il quale la Fiat doveva fornire lo stabilimento “chiavi in mano” ed il know-how per la produzione.

Gianni decise, in seguito, di disfarsi di quelle produzioni che richiedevano continui investimenti e la cui redditività era precaria e condizionata (non solo sul mercato italiano) da scelte spesso legate a decisioni di carattere politico. Vennero così cedute alla Finmeccanica il 50% della Grandi Motori, detta Divisione Mare, specializzata in motori marini a ciclo Diesel per grosse navi, che sarà trasferita a Trieste con il nome iniziale di Grandi Motori Trieste. Analogamente si disfò della cosiddetta Fiat Velivoli, specializzata in fabbricazione di aerei, prevalentemente di uso militare, spesso su licenza di grosse aziende estere, che viene aggregata all’Aerfer di Pomigliano d’Arco, nella società a partecipazione statale Aeritalia (divenuta molti anni dopo Alenia). La partecipazione Fiat rimase solo un fatto finanziario, poiché il controllo operativo era di Finmeccanica: il restante 50% delle azioni verrà definitivamente alienato da Fiat nel 1975.
Nel 1969 la Ferrari lasciò alla Fiat il controllo della sua casa di auto sportive: il reparto corse invece sarebbe stato gestito per molti anni ancora direttamente dall’ingegnere Enzo Ferrari. Il primo febbraio del 1970 fu pure acquisita dalla famiglia Pesenti, ad un prezzo simbolico di un milione di lire, la Lancia, glorioso marchio di auto di prestigio – considerata “la Mercedes italiana” – fondata a Torino da Vincenzo Lancia nel 1907. Ma il sogno di Gianni Agnelli era l’internazionalizzazione della Fiat. Due anni dopo l’assunzione della guida della Fiat, Gianni Agnelli concordò con François Michelin, proprietario del pacchetto di controllo della Citroën, che si trovava in cattive acque, l’acquisto della partecipazione con l’intenzione di giungere successivamente al controllo totale della casa automobilistica francese. La sinergia fra i due costruttori europei sembrava promettere bene: Citroën era un marchio prestigioso, con buona fama nella produzione di auto di alta gamma, la Fiat ugualmente nelle utilitarie. L’accordo si concluse: al vertice Citroën arrivarono uomini Fiat ma l’opposizione di stampo nazionalistico dei gollisti si mise di traverso. Venne fatto divieto di acquisire la maggioranza delle azioni Citroën; e la Fiat, senza il controllo totale dell’azienda, non potè imporre nulla senza accordo con le altre forze nel gioco. La quota torinese fu ceduta a Peugeot.
L’Avvocato ripiegò, sperimentando altre vie, verso un altro modello di internazionalizzazione che passerà attraverso gli stabilimenti Zastava per la produzione del modello 128 in Yugolasvia e Tofas per la produzione del modello 124 in Turchia. La Fiat siglò poi un importante contratto di licenza e collaborazione industriale con la Pol-Mot. Ne seguì, presso gli stabilimenti F.S.M. di Tychy, la produzione su larga scala della Fiat 126. Creò uno stabilimento in Brasile (Belo Horizonte nello stato di Minas Gerais). Fiat era improvvisamente diventata una multinazionale, con impianti in Italia (Fiat, Lancia, Autobianchi, Ferrari), Spagna (Seat), Yugoslavia (Zastava), Polonia (F.S.M.), Brasile (Automoveis), Argentina (Concorde), Turchia (Tofas), Egitto e Sud Africa.

Negli anni ottanta Agnelli iniziò una trattativa di accordo societario con Ford Europe, ma nel 1985 tutto sfumò per la troppa distanza di vedute tra le parti. Poco dopo Gianni Agnelli strappò, proprio alla Ford, l’acquisto dall’IRI di Alfa Romeo. Si risolse poi un problema già vivo da qualche anno: la presenza di una banca dello stato libico nella compagine azionaria. La presenza aveva già dato luogo a numerosi problemi alla Fiat per i rapporti che il gruppo teneva con numerose società ed enti statunitensi. Dopo una trattativa durata qualche mese con i rappresentanti della banca libica, la quota Fiat in mano ad essa venne riacquistata da IFIL. L’operazione, studiata da Agnelli e Romiti con Enrico Cuccia, con coinvolgimento di Mediobanca e Deutsche Bank, fu tanto criticata quanto complicata. Ma riuscì.
Nel 1987 Gianni Agnelli blindò il controllo della Fiat da parte della famiglia costituendo la Società in accomandita per azioni Giovanni Agnelli, nella quale confluiscono le partecipazioni degli ormai numerosissimi componenti della famiglia. Inspiegabilmente, alla fine del 1988, l’artefice della potente ripresa dell’azienda sui mercati italiano ed europeo, Vittorio Ghidella, venne bruscamente allontanato dalla Fiat dopo essere stato sugli scudi per tanto tempo. Due anni prima lo stesso Gianni Agnelli, entusiasta dei risultati ottenuti da Ghidella, l’aveva pubblicamente apprezzato e la sua posizione appariva solida. Uno dei tanti ribaltoni tipici della storia Fiat.
Al principio degli anni 2000, Gianni Agnelli, convinto che la Fiat non fosse in grado di affrontare la sfida del mercato mondiale, aprì agli americani della General Motors (GM) con i quali concluse un’intesa: la grande azienda americana acquisì il 20% della Fiat Auto pagandolo con azioni proprie (un aumento di capitale riservato alla Fiat) che valevano in totale circa il 5% dell’intero capitale GM e la Fiat ottenne il diritto di cedere a GM il rimanente 80% della Fiat Auto ad un prezzo da determinarsi con certi criteri predefiniti e che GM sarebbe stata obbligata ad acquistare. L’accordo si ruppe cinque anni dopo con un risultato opposto a quanto ipotizzato originariamente: non fu la Fiat Auto a essere interamente ceduta a GM, bensì fu GM a dover pagare per evitare l’esercizio del diritto di cessione da parte Fiat, cedendo a quest’ultima anche le quote GM di Fiat Auto.
Di Gianni Agnelli restano i ricordi extra-Fiat: le barche, gli interessi culturali, le strigliate alla Ferrari nei momenti appena precedenti al grande dominio di Schumacher che, seppur per breve tempo, potè fregiarsi di vedere. Uomo dal piglio deciso, ha svolto il suo compito in Fiat prendendo decisioni anche impopolari, come è destino per chi vuole avere un ruolo centrale nelle fortune di un’azienda. Dopo di lui, infatti, è ricordato allo stesso modo il breve ma intensissimo regno di Sergio Marchionne.



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