Le traversate della St Helena

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Quando la nave postale RMS St Helena iniziò il suo ultimo viaggio verso l’isola omonima, il numero 268 della sua storia, si sapeva che sarebbe stato un giorno dalle emozioni complicate. Solito viaggio, con la solita partenza dal porto di Citta del Capo in Sudafrica. Ad attendere la nave, la ferma e sperduta Isola di Sant’Elena: cinque giorni di viaggio sarebbero serviti, come sempre anche lì, per coprire i quasi 2000 chilometri di distanza. Non è stato un caso aver scelto quest’isola per mandarci Napoleone Bonaparte: non bastava rispedirlo in Corsica o a Madera, in prestito: sicuramente in mezzo all’Atlantico, sotto il controllo britannico, avrebbe fatto fatica a riproporsi come imperatore di ritorno.

Napoleone non sopportava Sant’Elena, chiamata così perché lo ‘scopritore’ João da Nova ci arrivò il 21 maggio. I luterani venerano appunto in quel giorno sant’Elena Imperatrice: la santità di Elena, concubina dell’imperatore Costanzo Cloro, è legata al presunto ritrovamento della «vera croce» su cui morì Gesù, avvenuto in occasione del suo viaggio in Palestina. Bonaparte, anche lui con la sua personale croce, raggiunse l’isola dopo una traversata di 67 giorni. Con la St Helena si sarebbe certamente annoiato di meno, ma sarebbe arrivato prima prolungando la sua agonia sulla terraferma.

La barca, soprannominata ‘old girl’, non aveva nemmeno 30 anni al suo ultimo viaggio nel 2018, essendo stata varata ad Aberdeen in Scozia nel 1989. Onorata anche per il nominativo: ha come prefisso l’acronimo di Royal Mail Ship, lo stesso che sfoggiava anche il Titanic. Faceva la spola fra il Sudafrica, l’isola di Sant’Elena e quelle di Tristan da Cunha e dell’Ascensione con oltre 150 persone a bordo (più o meno divise in 100 passeggeri e 50 membri dell’equipaggio), 70 container e 800 tonnellate di merci. Una cabina da quattro posti senza oblò e senza servizi costava sulla St Helena 429 sterline, ma se Napoleone nel suo viaggio di oltre due mesi dal porto di Plymouth il 9 agosto 1815 a quello di Sant’Elena il 15 ottobre aveva potuto al massimo ingannare il tempo giocando a scacchi, a bordo della nave postale c’era il bingo, il cricket sul ponte, il tè delle quattro al Sun Lounge, il quiz delle sei e la sera si poteva andare al cocktail party o al barbecue.
“Goodbye Rms St Helena, è la fine di una splendida era”, è stato il saluto di Arthur Bradshaw, pendolare di bordo quando finì un’era fatta di amicizie strette in mare. Il mondo è diventato un po’ più piccolo da quando la nave ha smesso di salpare e non capiterà più di ricevere i regali di Natale a maggio, come accadde quando la St Helena fu costretta a uno stop di quattro mesi. Ferma a Città del Capo per un’avaria al motore di dritta, che disdetta. Ma chi la amava la perdonava ugualmente.
Oggi a Sant’Elena si può arrivare in aereo. Ogni settimana, salvo pandemie, un volo decolla da Johannesburg e sei ore dopo atterra al’aeroporto “più costoso e inutile della storia” di Jamestown, capitale dell’isola di Sant’Elena che nei suoi 122 chilometri quadrati conta 4500 abitanti soprannominati ‘the Saints’, i santi.  Proprio l’istituzione del volo aveva convinto la Royal Mail a mandare in pensione la nave postale favorendo i piccoli Embraer da un centinaio di posti che sono anche gli unici a sfidare il wind shear dell’Oceano Atlantico – troppo pericoloso per i Boeing 737. La nave, secondo il fondamentale Marinetraffic.com, è ormeggiata a Birkenhead, di fronte a Liverpool: è in riparazione in vista del suo ritorno, come paddock viaggiante del campionato Extreme E, dedicato ai suv elettrici e ideato da Alejandro Agag. Nessun esilio per la RMS St Helena.



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