Quel lungo addio

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FCA è un marchio che da giovane scommessa ora si prepara a diventare parte di una fusione ‘stellare’ con PSA: Stellantis sarà il futuro (si presume) delle premesse poggiate sul lavoro di Sergio Marchionne, un uomo che ha dato i suoi migliori anni da manager a Fiat e al suo destino. Non sappiamo se senza di lui a Torino si sarebbe fatto meglio o peggio, ma è già un fatto encomiabile aver salvato la compagnia dal baratro. E il suo addio, il 25 luglio 2018 all’età di 66 anni, fu altrettanto ‘preparato’ da un precedente cammino d’avvicinamento che divise in diverse mani il suo allora enorme potere aziendale.

Ripercorrendo quel mese tormentato e terribile, si deve tornare a giugno nel 2018. Quando prima ancora di conoscere a piccole portate le sue condizioni di salute, dentro a FCA e Ferrari si preparavano le sostituzioni. Sergio lasciò i suoi posti in cima alla piramide, dando spazio a Mike Manley e Louis Camilleri. I vertici convocati d’urgenza lasciavano presagire a qualcosa di più che a un semplice cambio della guardia.
All’inizio di luglio il sospetto che ci fossero problemi di salute fu confermato: “In queste ore si moltiplicano le indiscrezioni sulle condizioni di salute di Sergio Marchionne, che è in «congedo medico», motivato da un intervento alla spalla destra avvenuto nelle scorse settimane all’Ospedale Universitario di Zurigo, in Svizzera. La degenza per l’intervento, però, si sta prolungando oltre le attese, per motivi sui quali non esistono dichiarazioni ufficiali. Marchionne non dovrebbe in ogni caso partecipare alla conference call degli analisti in agenda per il 25 luglio prossimo, quando saranno resi ufficiali i conti del secondo trimestre 2018. Le indiscrezioni contrastano con quanto stabilito in precedenza: se è vero infatti che Marchionne aveva previsto una sua uscita da Fca, non aveva mai parlato di lasciare anche Ferrari“, pubblicò Corriere. “Elkann ha convocato i migliori dirigenti a Torino per discutere su come ridistribuire temporaneamente i suoi poteri“, scrisse Tommaso Ebhardt su Bloomberg.com. L’ultima uscita pubblica di Marchionne era stata il 26 giugno; in seguito non avrebbe commentato come sua abitudine i risultati dei Gran Premi di Formula 1. All’epoca uno dei principali argomenti di discussione erano i dazi minacciati da Trump: dopo aver consegnato dei mezzi FCA ai Carabinieri, Marchionne disse che per vederci più chiaro sui dazi si sarebbe dovuto aspettare un mese, in modo da poter parlare con tutti gli interlocutori. Il respiro era pesante, ma la voglia di lavorare era tutta lì. In totale presenza.
Il 21 luglio la preoccupazione divenne così elevata da costringere FCA al comunicato. Un comunicato pesante: “In riferimento alle condizioni di salute di Sergio Marchionne, Fiat Chrysler Automobiles comunica con profonda tristezza che in settimana sono sopraggiunte complicazioni inattese durante la convalescenza post-operatoria del Dr. Marchionne, aggravatesi ulteriormente nelle ultime ore. Per questi motivi il Dr. Marchionne non potrà riprendere la sua attività lavorativa. Il Consiglio di Amministrazione di Fiat Chrysler Automobiles, riunitosi in data odierna, ha espresso innanzitutto la sua vicinanza a Sergio Marchionne e alla sua famiglia sottolineando lo straordinario contributo umano e professionale che ha dato alla Società in questi anni“.
“Il numero uno di FCA è dietro qualcuna di queste mille finestre, in una clinica di Zurigo. È nel silenzio ovattato di qualche stanza anche se alla reception negano che sia qui. Accanto a lui la compagna di vita. È al suo capezzale dal giorno del ricovero, il 28 di giugno. È arrivato in Svizzera fisicamente sfinito. Chi lo conosce aveva già notato la sua stanchezza durante quel discorso per il piano industriale. Ancora di più il 26 giugno durante la sua ultima apparizione in pubblico. Si vedeva che era fiacco“, scrisse Giusi Fasano sul Corriere.
Il 23 luglio i quotidiani italiani usarono la parola ‘Irreversibile‘. Indicava la sua lotta vana contro la malattia che aveva eroso la sua resistenza, ma pure l’amore per FCA. In questo senso, è stato sicuramente un uomo da tutto o niente. Franzo Grande Stevens, citato dal Corriere della Sera, disse allora: “Per me era come un figlio, è diventato un fratello. Quando dalla tv di Londra appresi il giovedì sera che egli era stato ricoverato a Zurigo, pensai purtroppo che fosse in pericolo di vita. Perché conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo delle sigarette“. Fonti vicine al manager suggerivano che qualcosa non doveva essere andato nel verso giusto durante l’operazione alla spalla, forse già al momento dell’anestesia, o subito dopo.
Il 25 luglio venne annunciata la sua morte. Mario Calabresi scrisse su Repubblica: “Quando annunciò che nel gennaio del 2019 avrebbe lasciato la guida di Fca, cercai di immaginarmi Sergio Marchionne che non corre più da un continente all’altro con una bottiglietta di the in mano, cercai di visualizzarlo, tranquillo, che va in vacanza o si gode la vita. Non ci riuscii e, nonostante avesse deciso di restare alla guida della Ferrari e avesse ‘messo su’ casa di fronte al lago, appena di fuori Detroit, credo che nemmeno lui riuscisse ad immaginarsi ‘pensionato’. La vita di Sergio Marchionne era il lavoro, viveva di quello e per quello, con un’intensità disumana“.



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