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Formula 1 Sport

Ieri leggevo l’articolo di un collega tedesco che, riconoscendo il caos in cui tuttora versano i tentativi di dare forma a un calendario F1 per quest’anno, si chiedeva se anche la sua ‘Hockenheim’ avesse una chance. Dal tono, direi che lui stesso era il primo a crederci poco. Ricordo gli anni d’oro, col Motodrom che risuonava di petardi dal venerdì mattina e i piloti che si nascondevano nel baule per sfuggire alle file dei tifosi in attesa. Bei tempi. Ho paura che non torneranno più.

La F1 punta Hockenheim

Quelli che viviamo oggi, invece, non sono bei tempi. Però, come quasi tutti i periodi di crisi, offrono qualche opportunità. E mi piacerebbe che di questa situazione così particolare, in cui sono i padroni del vapore a proporre condizioni vantaggiose a chi dimostra di sapere e potere organizzare un Gran Premio, fossero i circuiti di casa nostra ad approfittare. Uno in particolare. Riconosco, senza problemi, di essere campanilista. Ho visto la Formula Uno arrivare a Imola. Ho seguito quasi tutte le edizioni in ruoli via via diversi, dal bagarino all’inviato speciale. Sono fra quelli che di quel weekend assurdamente caricato di tragedia, nel ’94, può dire “io c’ero” senza tema di smentite. Purtroppo. C’ero anche quando, nei primi anni Ottanta, Imola era una cittadina di provincia con una gran voglia di aprirsi al mondo, mentre oggi mi sembra una cittadina di provincia con una gran voglia di chiudere gli occhi sullo stesso, magari per farsi un pisolo.
Voglio bene alla città che mi ha adottato, anche se sono più ibrido di un taxi Toyota, anche se il dialetto l’ho imparato dopo il tedesco (e pure peggio). Voglio bene a Imola ma non voglio, sia chiaro, che tutto finisca in una faida con gli altri impianti italiani. So che Monza ha un ruolo storico che nessuno, Liberty Media in primis, intende disconoscerle. So che il Mugello sta cercando risorse per un suo progetto alternativo; e so anche che non scriverei di Imola per pure ragioni di campanile, se non ci fosse, dietro, una possibilità concreta.

Imola si candida per una back-to-back con Monza

Più che un calendario di corse, quello che man mano arriva alle squadre, bozza dopo bozza come un progetto di legge finanziaria, è un calendario di forse. Con un comune denominatore: meno si viaggia, meglio è. La situazione cambia di continuo. Vediamo che Silverstone, dopo la baldanza iniziale, inizia a esprimere forti preoccupazioni legate all’inevitabile quarantena, mentre Spa ha fatto il percorso contrario e oggi è disponibile e addirittura piazzata nello schema provvisorio. Parliamo di piste storiche e stabilmente in calendario: in condizioni normali, il circuito intitolato – a suo tempo – a padre e figlio Ferrari non avrebbe una chance, potendo offrire poco più di un tracciato omologato. Il paddock è piccolo, mancano le infrastrutture, manca in pratica quello che serve alle esigenze di questi ultimi anni, in cui i promoter devono fare i GP con i soldi e non viceversa, come accadeva quarant’anni fa.

Sticchi Damiani: ‘Favorevole doppio GP Monza – Imola’

Ma la pandemia ha stravolto i parametri: non serve avere spazi per ospiti e sponsor, per non parlare ovviamente del pubblico. La Formula Wuhan richiede che a spostarsi siano meno di duemila persone in tutto; e che queste persone si muovano in una sorta di corridoio sterile. Chi può garantire una ricezione alberghiera in condizioni di sicurezza, e soprattutto una situazione sanitaria a prova di sorprese (per quanto si può) è candidato a parlare con Chase Carey. Se la F.1, diciamo a settembre, disputasse due o anche tre prove in Italia, magari doppie, avrebbe solo da guadagnarci. Se – e qui ci sta una pletora di gesti apotropaici – la curva dei contagi continua la sua lenta discesa, il nostro Paese può diventare un porto quasi sicuro, o comunque molto più sicuro di altri, che all’inizio dell’epidemia di Coronavirus sembravano messi molto meglio di noi. L’obiettivo primario, non dimentichiamolo, resta quello di disputare un numero di gare sufficiente (otto) a poter definire il 2020 come una stagione di campionato mondiale e, in seconda battuta, arrivare almeno alle quindici necessarie per ridistribuire i diritti televisivi. In questo momento, Liberty Media sta facendo quello che fa – o che dovrebbe fare – un qualsiasi governo di un qualsiasi Paese colpito dal virus. Ovvero esporsi per garantire ai partecipanti la liquidità necessaria a sopravvivere.
Non credo che arriverò mai a dimenticare l’ultimo GP San Marino, la pole di Schumacher, il vano inseguimento di Alonso, le bandiere rosse sventolate su una gara che riapriva un mondiale. E chiudeva anche un ciclo iniziato con una gara non titolata nel ’79 (Niki, è la tua), proseguito con un GP Italia una tantum e poi consacrato per ventisei edizioni alla più antica repubblica del pianeta. Da quel pomeriggio sono passati quattordici anni. Niente nostalgie, è tempo di agire. Anche solo per un anno e via. Poi, come diciamo a Imola, ci andiam dietro.

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