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Si è appena concluso il weekend del Gran Premio della Toscana, tre giorni di un’allucinazione agonistica collettiva, condivisa tanto dai team quanto dal pubblico. Il Circus è giunto in un luogo che rispondeva a regole antiche, cui forse non tutti erano preparati anche se il risultato finale è stato buono dato l’interesse che si è creato. A mio avviso l’immagine che più lo rappresenta è quella di George Russell, che in qualifica esce di pista alla Savelli a oltre 290 all’ora, mette una ruota sulla terra, tiene giù e fa anche un tempone con la sua Williams. Se si va a chiedere a un ingegnere, lui risponderà: “È rimasto in pista perché ha tenuto giù, queste macchine più vanno forti e più sono cariche”; certo, ma tenere giù lì, sia dentro che fuori dalla pista, è tutt’altro che facile.

If in doubt, go flat out!
[at 275kph / 170mph, in this case…]#Qualicross pic.twitter.com/h14ipsBLbj
— George Russell (@GeorgeRussell63) September 12, 2020

Facciamo un passo indietro. Per la prima volta in 70 anni la F1 fa tappa al Mugello, ospiti dei Rossi padroni di Casa che festeggiano il loro 1000° Gp. Da un punto di vista tecnico i più avvantaggiati sono proprio loro dal momento che fin da quando hanno acquistato la pista nel 1988 al 2008, quando sono stati aboliti i test collettivi, hanno testato le loro vetture sui saliscendi toscani; l’ultima volta invece che delle monoposto della massima serie hanno calcato l’asfalto del Mugello è stato ai test collettivi del 2012, quando Romain Grosjean ha fatto segnare con la sua Lotus-Renault un tempo record di 1’21”035. Ebbene da allora la pista è rimasta identica, se non rallentata dai piccoli dissuasori posti all’interno di alcuni cordoli, e Lewis Hamilton in qualifica ha fatto segnare 1’15”144.

Prima di commentare il tempo bisogna fare una premessa: nella Formula 1 si parla sempre di Spa come Università della guida, Monza il tempio della velocità e Monaco come della pista più impegnativa; tutte e tre hanno le caratteristiche che vengono loro attribuite, tuttavia sono tracciati, tranne Monaco, pensati per le monoposto moderne e le grandi gare, sono larghe, hanno vie di fuga a norma, etc. Il Principato invece è rimasto selvaggio, anche se le parti più veloci già da decenni sono scomparse, ma le basse velocità a cui si corre e le dimensioni delle vetture la rendono meno mortale e più “da autoscontro” (mi perdonino i piloti). In Europa invece esistono piste, da tempo dimenticate o proprio mai raggiunte dal Circus, perché meno ricche o “non-tilkiane”, assai impegnative e di stampo diverso. Mi riferisco in primis al Mugello e in secondo luogo a Zandvoort che quest’anno avrebbe dovuto fare il suo ritorno nel calendario, poi il Coronovirus… Entrambe sono piste alla vecchia maniera, con tante curve veloci e pochi punti lenti; entrambe sono strette e tortuose, con l’inconveniente che coi carichi delle vetture di oggi la gran parte delle curve sarebbe stata percorsa in pieno o quasi. Tra l’essere nuove per i piloti e per i team e il loro essere così impegnative, la F1 avrebbe avuto la possibilità di tornare a vedere un vero spettacolo automobilistico, in cui a fare la differenza sarebbero stati maggiormente gli uomini e meno macchine e strategie.

Purtroppo la gara è andata com’è andata, con la maggior parte dei piloti fuori e le tre bandiere rosse insensate per salvare lo spettacolo. In compenso il vero show è stato il giorno prima durante le qualifiche, il momento in cui viene davvero fuori il talento dei piloti. Tutti aspettavano con ansia di vedere quei caccia come avrebbero affrontato la sequenza di quattro curve Casanova-Savelli, Arrabbiata 1 e Arrabbiata 2, tre in discesa e una in salita. Chi scrive ha provato a percorrerle con una vettura molto performante a livello aerodinamico (ma molto meno di motore) e ha così avuto modo di rendersi conto di cosa voglia dire buttarsi giù alla cieca in quella curva in discesa e in contropendenza dovendo prendere la mira per infilare la successiva sempre in pieno in modo da arrivare all’Arrabbiata 1 alla massima velocità. Una volta lì è facile, se sei sopravvissuto alle prime due e quindi hai carico, non sarà un problema tenere giù con qualche G di forza laterale, che nella buca dove la strada sale verso l’Arrabbiata 2 diventa anche verticale e ti schiaccia il cervello. L’ultima curva è una destra in salita che scollina alla cieca in cui non sai mai dove sia il cordolo e facilmente sporca dalla sabbia che hanno portato altri che hanno messo le ruote fuori.

Sabato venti ragazzi sono saliti su delle macchine da 5,7 metri e quasi 800 chili, che generano chissà quante volte il loro peso di carico e le hanno buttate attraverso una pista tortuosa, stretta e per loro terribilmente veloce. Come detto, in certe curve al Mugello devi quasi prendere la mira per quella dopo, perché sei costretto a entrare ad altissima velocità e già lanciato per la prossima; con una vettura piccola ma con tanti cavalli, ce la si può fare ancora senza troppa difficoltà; le monoposto di F1 però sono enormi e hanno 1.000 cv e soprattutto le due Mercedes hanno percorso quelle quattro curve col pedale giù a una media di circa 290 all’ora. Anche se le vetture fossero inchiodate a terra, non è una cosa che possono fare tutti. Comunque alla fine delle qualifiche tra il primo e l’ultimo c’erano poco più di due secondi, un soffio considerate le differenze di prestazione tra le vetture.

Nessuno di loro aveva mai guidato su quella pista con quelle macchine, ad avvantaggiarsi sono stati quindi i più abili e sicuri al volante. Kimi Räikkönen si è dimostrato il solito piede pesante, ma chi si sarebbe aspettato che Russell fosse così? Quel pazzo scatenato ha messo due ruote sula terra a 280 all’ora in uscita dalla Savelli, quando ancora era in discesa, e ha tenuto giù chiudendo pure il giro davanti al suo compagno di squadra e a Magnussen. Mentre i telecronisti decantavano le lodi dei piloti Mercedes che scendevano a gas giù nel settore centrale, Max Verstappen invece nel Q3 è passato dal 16% di off sulla Casanova nel primo giro, a meno dell’8% il giro dopo. Non stava migliorando la tecnica, stava cercando il coraggio per fare una cosa per cui la sua monoposto non sarebbe stata molto contenta. Durante la diretta si è poi sentito un onboard di Ricciardo che aveva il fiatone; Gené, da esperto pilota, ha spiegato che questo capita quando il pilota fa fatica. Ma a Spa, Monza, Monaco e compagnia non hanno il fiatone.

In sintesi quello del Mugello è stato un Gran Premio bonus che la Federazione ci ha regalato e che indirettamente è servito per un grande scopo: dimostrare il vero valore di questi piloti. Non importa che le vetture siano incollate a terra o che siano del tutto automatizzate, alla fine a condurle ci vorrà sempre qualcuno; qualcuno che sia anche in grado di portarle al limite e oltre e soprattutto qualcuno col coraggio di farlo. Per quello che si è visto nelle qualifiche la Formula 1 ha venti campioni del mondo.



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