Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

armi

Cominciamo dal titolo, in prima pagina, di spalla. Non senza aver notato che a fianco, in alto, a centro pagina, un’imponente e artistica fotografia larghezza quattro colonne dell’International Herald Tribune – che ne ha sei in tutto –  mostra un uomo che spara, dalla penombra verso la luce, con un kalashnikov. La didascalia è uno splendido antipasto alle abbondanti portate che verranno: “Un soldato dell’Esercito Libero Siriano sta sparando sulle posizioni governative di Aleppo. Gli Stati Uniti temono che armi simili a missili da spalla (‘shoulder-fired missiles) possano finire in mano ai terroristi”. 

Sale la tensione tra Turchia e Siria: i caccia militari turchi hanno costretto un aereo di linea siriano ad atterrare ad Ankara, sospettando trasportasse armi destinate all’esercito siriano. Poche ore prima il capo di Stato maggiore turco aveva ammonito Damasco: in caso nuovi colpi di mortaio cadessero in territorio turco la risposta di Ankara sarà “violenta”. Da Bruxelles intanto, il ministro della Difesa americano, Leon Panetta, ha detto che un contingente di truppe Usa si trova da tempo in Giordania sia per cooperare alle “necessità umanitarie” legate al forte afflusso di rifugiati, sia per “monitorare i siti di stoccaggio di armi chimiche e batteriologiche” e prepararsi alla possibilità che il loro controllo sfugga al regime siriano.

La situazione del conflitto tra la Siria e la Turchia sta peggiorando, e se continua così “si va verso la catastrofe”. Questo l’allarme del segretario dell’Onu Ban Ki Moon durante il suo intervento al Consiglio d’Europa. “L’escalation della violenza al confine tra i due paesi – ha detto – ha conseguenze molto gravi e sta mettendo a rischio la stabilità dei Paesi vicini e dell’intera regione”.  Anche la situazione all’interno della Siria è “peggiorata drammaticamente”. Il numero uno dell’Onu si è poi detto particolarmente preoccupato per il continuo traffico di armi diretto sia al regime siriano, sia alle forze ribelli. La militarizzazione del conflitto ha solo peggiorato la situazione, ha detto, rivolgendo un appello per interrompere la consegna di armi ad ambo le parti.

Riesplode lo scandalo “Fast and Furious”, con la notizia, data da Univision TV, che le autorità messicane hanno collegato un paio di stragi di teenager alle armi improvvidamente consegnate da un’agenzia governativa Usa del Dipartimento di Giustizia di Obama ad alcuni membri dei cartelli della droga messicani. Il piano, fallito, era di “seguire” queste armi per risalire ai vertici delle bande per debellarli. Ma successe tutt’altro: i contrabbandieri presero i mitra, fecero sparire le loro tracce, e usarono poi ovviamente le armi per la loro attività. Almeno un paio di agenti americani di confine sono stati uccisi con la dotazione di “Fast and Furious” (il nome in codice dell’operazione) e ciò aveva già portato mesi fa alla censura di disprezzo del Congresso nei confronti di Eric Holder, il ministro democratico della Giustizia, per il suo ostinato rifiuto di dare agli inquirenti della Commissione parlamentare tutta la documentazione sul caso, al fine di individuare le responsabilità del governo e della Casa Bianca. Ora, attraverso il confronto dei numeri di matrice delle 2000 armi americane arrivate ai cartelli e le 100mila recuperate dalla polizia messicana nel 2009 e 2010 nella lotta al narcotraffico, si è scoperto che almeno in 57 casi di assassini e assalti armati i mitra usati sono stati quelli di Fast and Furious. Il numero di messicani morti per i proiettili di queste armi sono non meno di 300, e le ultime rilevazioni hanno individuato 16 persone, quasi tutti minorenni, ammazzati in gennaio del 2010 a Juarez durante una festa di compleanno da banditi armati dei fucili di Holder. 

Alcuni famigliari degli uccisi (tra le vittime ci furono anche dei passanti, non solo membri di cartelli avversari) stanno premendo sul governo messicano per avere giustizia, e ci sono avvocati che stanno valutando se e come querelare gli Usa per la parte avuta nella fornitura delle armi. Non c’è possibilità, comunque, che questo scandalo, finora represso, possa esplodere sulla campagna elettorale prima del 6 novembre, costringendo finalmente alle dimissioni Holder, come hanno già chiesto da tempo vari parlamentari repubblicani, tra i quali anche il candidato vice di Romney, Paul Ryan. Se c’è una cosa in cui il gabinetto Obama si è distinto, infatti, è di saper tenere ben saldo il coperchio sui pentoloni degli scandali che hanno colpito i suoi rappresentanti. Cominciò a resistere Tim Geithner, il ministro del Tesoro che si presentò macchiato di una colpa non lievissima, visto il suo ruolo: evasore dei contributi previdenziali nel periodo in cui era stato funzionario di una banca internazionale. Ultimamente, c’è stato il LibiaGate che ha coperto vergognosamente le carenze dei servizi e del dipartimento di stato nel prevenire, nell’indagare, e nell’assegnare le responsabilità per la uccisione a Bengazi dell’ambasciatore Usa Chris Stevens e di altri 3 americani. Non si sono finora dimessi né Susan Rice, che da diplomatica obamaniana all’Onu disse che la colpa era del filmino su Maometto, né Clapper, che da capo dell’Intelligence ha fatto il gesto patetico di immolarsi per salvare Obama addossandosi la colpa di non aver capito che era stata Al Qaeda ad agire. Eppure, il povero diplomatico lo aveva persino scritto sul suo diario personale. Da un anno, infine, è il “muro” di Holder che resiste, ben coperto da Barack. In realtà ad essere veramente responsabili della permanenza al loro posto di figure che non lo meriterebbero sono i giornali e le Tv che, da quando c’è Obama, hanno usato nei confronti del suo staff i guanti di velluto, e la mascherina davanti agli occhi. 

di Glauco Maggi 

 

Barack Obama parla all’assemblea generale dell’Onu e analizza la situazione in Medio Oriente, tornando sulla violenza scatenata dal film su Maometto prodotto in America e attaccando il regime di Assad in Siria. Con un secco no all’utilizzo di armi atomiche in Iran. Durante il suo ultimo intervento prima delle elezioni di novembre, Obama ha definito gli attacchi delle ultime due settimane come “un assalto a quelli che sono gli ideali delle Nazioni Unite, non un semplice attacco all’America. Questa violenza e intolleranza non ha posto tra le nostre Nazioni Unite. Non ci sono parole o scuse per uccidere gente innocente, nè per dare fuoco a un ristorante in Libano, distruggere una scuola a Tunisi o provocare morte e distruzione in Pakistan”.

Stevens un modello – Il presidente degli Stati Uniti ha ricordato commosso l’ambasciatore Chris Stevens, rimasto ucciso durante l’attacco all’ambasciata americana a Bengasi: “Chris Stevens incarna il meglio dell’America. “L’attacco ai nostri civili a Bengasi è stato un attacco all’America. Senza dubbio porteremo quegli assassini davanti alla giustizia”. Il discorso del presidente è poi proseguito: “Se siamo seri nel sostenere questi ideali, dobbiamo parlare onestamente delle cause di questa crisi, perché dobbiamo fronteggiare una scelta tra le forze che ci dividerebbero e le speranze che abbiamo in comune. Oggi dobbiamo affermare che il nostro futuro sarà determinato dalle persone come Chris Stevens e non dai suoi assassini. Oggi dobbiamo dichiarare che questa violenza e intolleranza non hanno spazio nelle nostre Nazioni Unite”.

Iran, no all’atomica – Decisa la posizione di Obama sulla questione armi nucleari in Iran: “Gli Usa faranno tutto quanto è necessario per evitare che l’Iran si doti di armi nucleari”. L’attenzione si è poi spostata sulla tragedia quotidiana che sta vivendo la Siria: “Il regime di Assad deve finire. Così come le sofferenze del popolo in Siria, che ha il diritto di vedere una nuova alba. Il governo iraniano sostiene il dittatore di Damasco e sostiene gruppi terroristici all’estero”. 

Gli obiettivi in Medio Oriente – Il presidente Usa ribadito quali sono le priorità per risolvere la situazione in Medio Oriente: “Fra israeliani e palestinesi, il futuro non appartiene a chi gira le spalle alla prospettiva di pace. La strada è difficile ma la destinazione chiara: uno stato di Israele sicuro e un’indipendente Palestina”.

 

 

Il personale delle forze armate indiane, secondo i dati del ministero della Difesa, supera i tre milioni e mezzo di unità. Tra soldati in servizio, riserve e paramilitari, l’esercito indiano è tra i più grandi al mondo. Una macchina mastodontica e spesso farraginosa, costretta ad armarsi in gran parte con tecnologie non propriamente all’avanguardia, eredità del sodalizio tra India ed Unione Sovietica. Ma dal 1992, pochi anni dopo il crollo del blocco, le cose iniziarono a prendere una piega diversa. L’Unione indiana, tuffatasi nel club delle potenze capitaliste grazie alle riforme economiche di apertura del 1991, cominciò a diversificare l’approvvigionamento bellico affidandosi sempre più ad un partner commerciale conveniente, puntuale e fedele: Israele.

di Glauco Maggi 

C’è almeno un comparto economico che va forte, grazie ad Obama, in questa fiacca ripresa dalla recessione: le armi e le munizioni, da caccia e per difesa personale. Le maggiori catene di commercianti di questo particolare articolo, che hanno già goduto di un boom di vendite nel 2009 appena dopo la prima elezione di Barack, si preparano febbrilmente al bis. Anzi, come ha fatto capire nella sua campagna pubblicitaria e di comunicazione la NRA (National Rifle Association, l’associazione dei produttori e degli appassionati di fucili e pistole), questa volta sarà anche meglio in termini di vendite se il presidente sarà rieletto in novembre. E il perché è ovvio: durante i prossimi 4 anni, non avrà la preoccupazione di inimicarsi la larga e potente “comunità” di amanti delle armi e di difensori del Secondo Emendamento (è quello che garantisce il diritto di portare le armi, ovviamente dopo l’ottenimento di una licenza federale e nel rispetto di altre eventuali leggi degli Stati).  “Obama non subirà alcun rischio politico se vorrà mettere in atto misure più severe di limitazione”, ha ricordato il portavoce della NRA Andrew Arulanandam. 

Cabela’s, uno dei maggiori rivenditori nazionali con sede centrale nel Nebraska, ricordando il +25% di nuove armi vendute dopo il novembre 2008, ha preparato due scenari, come ha registrato una inchiesta del Wall Street Journal: più pistole e fucili sugli scaffali e nei magazzini se vince il democratico, più stivali e vestiario per cacciatori e pescatori se vince il repubblicano. “Se è eletto Mitt Romney e non si diffonde alcuna minaccia contro la libertà di possedere un’arma, la gente potrebbe decidere di spendere invece una parte di reddito disponibile nell’acquisto di attrezzatura per le attività all’aria aperta, giacconi e materiale impermeabile”, ha spiegato il portavoce di Cabela’s Joe Erterburn. La Smith & Wesson, nota ditta produttrice di armi, ha alzato la sua previsione di vendita per l’anno in corso da 485 milioni a 540 milioni citando la crescente domanda, +30%, della clientela. 

A poco servono le rassicurazioni formali che la campagna di Obama ha fatto per bocca del suo porta parola Adam Fetcher, secondo cui “i trascorsi del presidente hanno chiarito che lui sostiene e rispetta il Secondo Emendamento e la tradizione del possesso delle armi in questo paese”. E ha aggiunto che “noi continueremo a combattere contro ogni tentativo di fuorviare i votanti”. Si sa che nell’elettorato esiste una forte componente di liberal, che propugnano una politica di restrizioni e di “disarmo generale”, ma il loro voto non è a rischio perché sono tutti comunque schieratissimi con Obama. Le parole tranquillizzanti della campagna del presidente puntano quindi a non inimicarsi la larga fetta di americani pro-armi, ma si scontrano contro la diffidenza della gente che si esprime concretamente andando a comprare fucili e rivoltelle.

Circa 12 milioni di controlli preventivi dell’FBI sui prossimi acquirenti, procedura di prammatica per chi ha intenzione di acquistare un’arma e lo deve annunciare in anticipo, sono stati fatti nel 2012, fino a fine agosto: è un volume del 56% superiore a quelli del 2008 nello stesso periodo. Altro dato non equivoco dell’effetto “propulsivo” di Obama è quello della raccolta delle speciali tasse federali pagate da chi compra carabine, pistole e munizioni: nel 2009 furono 453 milioni di dollari, un balzo del 45% rispetto all’anno precedente. L’incremento è molto notevole su base storica: nel periodo tra il 1993 al 2008 la media degli aumenti annui di questa tassa è stata infatti del 6%. Nel 2011 la raccolta era stata di 344 milioni, sempre superiore ai livelli pre-2008.

 

Armi da guerra e droga trasportati in Italia da una coppia di anziani coniugi svizzeri che varcavano il confine in auto. Committente, la presunta cosca di ‘ndrangheta dei Ferrazzo, originari di Mesoraca in provincia di Crotone ma da tempo radicati in Canton Ticino e nel Varesotto. I carabinieri di Varese hanno arrestato otto persone per traffico internazionale di armi e di stupefacenti, su richiesta del pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano Mario Venditti, accolta dal gip Donatella Banci Buonamici. Tra gli arrestati c’è anche Eugenio Ferrazzo, 34 anni, figlio del boss Felice. Il clan Ferrazzo era stato protagonista di un’altra inchiesta, condotta dallo stesso Venditti, che nel 2008 aveva fatto scalpore. Dall’indagine Dirty Money era emerso che la cosca Ferrazzo controllava due società finanziarie di Zurigo, fallite con un buco da 75 milioni di euro dopo aver truffato circa 1.700 risparmiatori. In carcere era finito anche Giuseppe Melzi, avvocato molto noto a Milano anche per le sue attività filantropiche, accusato di essere un consulente del gruppo criminale per il riciclaggio di denaro in investimenti turistici in Sardegna. Il procedimento penale a carico di Melzi migrò a Tempio Pausania e da allora non ha registrato sviluppi. 

La “chiamata alle armi” dei compagni ha avuto gli esiti attesi. A Milano, infatti, è bastato un solo giorno perchè l’uffico per il registro delle coppie di fatto ricevesse 150 telefonate e 57 e-mail. E perchè il primo giorno di servizio andasse tutto esaurito, con diciotto appuntamenti fissati tra le 8.30 e le 15.30 presso la stanza 231 dell’ufficio Anagrafe di via Larga: quattro l’ora. Il provvedimento, annunciato in campagna elettorale dal candidato sindaco Giuliano Pisapia, è stato poi effettivamente varato alcune settimane fa dalla giunta a trazione arancione del capoluogo lombardo. Quattro saranno le coppie omosessuali che martedì si uniranno “de facto”, meno di un quarto del totale. secondo il regolamento, il Comune “si impegna a tutelare le unioni civili in otto aree tematiche: casa, sanità, servizi sociali, politiche per i giovani, genitori e anziani, sport e tempo libero, scuola trasporti. Questo in teoria. Per il Pdl “questa è solo una battaglia ideologica e dopo il battage pubblicitario che l’iniziativa ha ricevuto, era ovvio che i primi giorni ci sarebbe stato il tutto esaurito” spiega il capogruppo milanese Carlo Masseroli. 

Porto abusivo d’armi per una battuta di caccia autorizzata. Non è la storia di un ordinario cittadino, ma del presidente del parco dello Stelvio Ferruccio Tomasi. La vicenda nasce quando il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, pubblica l’elenco dei cacciatori autorizzati a cacciare nella riserva provinciale di Brennero. Tra i nomi compare il “cavalier” Ferruccio Tomasi, persona autorizzata a «prelevare» uno stambecco, poi effettivamente cacciato il 20 settembre del 2011. Gli abbattimenti selettivi sono stati sospesi da una pronuncia del Tar circa due settimane dopo.

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