Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

attribuzione

Dopo la sentenza della Consulta sul conflitto di attribuzione tra il Capo dello stato e la Procura di Palermo, le reazioni non si sono fatte attendere. Da più parti arrivano le manifestazioni di fiducia e soddisfazione nei confronti della Corte costituzionale, ma nessuno si sbilancia prima di conoscere le motivazioni della decisione.

Il decreto Ilva è stato emanato dal capo dello Stato ed è legge. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha emanato questa sera il dl recante “disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale” nel testo trasmesso oggi dalla Presidenza del Consiglio. 

I giudici costituzionali, riuniti in  camera di consiglio a palazzo della Consulta hanno dichiarato ammissibile il conflitto d’attribuzione fra poteri dello Stato sollevato dal Quirinale nei confronti della procura  di Palermo, legato alle telefonate intercettate dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il pm-spettacolo, Antonio Ingroia, sostituto procuratore nel capoluogo campano, anche se la decisione era attesa, deve ingoiare un boccone molto amaro.

L’iter – I giudici si erano riuniti nella mattinata di mercoledì 19 settembre a palazzo della Consulta e dopo una pausa a metà giornata erano tornati a chiudersi in camera di consiglio nel pomeriggio. Il presidente della Corte Costituzionale, Alfonso Quaranta aveva incaricato come relatori i giudici Gaetano Silvestri e Giuseppe Frigo, entrambi di nomina parlamentare, eletti rispettivamente nel 2005 su indicazione del centrosinistra e nel 2008 su indicazione del   centrodestra. Dopo la dichiarazione dell’ammissibilità del conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato, nel caso specifico fra il Quirinale e la procura di Palermo, la Corte Costituzionale dovrà ora entrare nel merito della questione, presumibilmente non prima di un paio di mesi.

Dopo giorni di titoli e copertine dedicati al cosiddetto “caso Ingroia” per il suo intervento alla Versiliana, dove ha ribadito le cose che dice da sempre, il focus mediatico riguardo al conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale contro la procura di Palermo si è concentrato su due non notizie.

La prima consiste nel rigetto da parte del Comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa, presieduto da Marco Follini, dell’esposto-denuncia contro il Capo dello Stato da parte dell’ex deputato Pdl ed avvocato penalista Carlo Taormina, già noto come pasdaran anti-procure quando era di casa ad Arcore.  

Il Québec come l’Italia? La regione canadese di popolazione francofona è alle prese da diversi mesi con scandali politici di corruzione, abusi di potere e disordini pubblici. E persino con un fenomeno che in Italia è ben conosciuto dal Sud al Nord: la presenza di imprese mafiose nei cantieri edili. Così le elezioni legislative previste il 4 settembre potrebbero porre fine alla lunga permanenza del primo ministro Jean Charest (in passato vice primo ministro del Canada), al potere dal 2003.

di Maria Giovanna Maglie

Ahi ahi, professor Monti, stavolta ha pestato qualcosa di vischioso e ingombrante, e se non è affatto detto che le sue dichiarazioni sul caso delle intercettazioni al presidente della Repubblica, da lei giustamente definite abusi a cui apporre con apposita legge rimedio, non facciano la stessa fine di tante altre enunciazioni sue e del suo governo, divenute  promesse mancate, è però già vero che la categoria che lei ha almeno a parole attaccato si è già rivoltata di brutto, e scrive editoriali bellicosi, minaccia neanche tanto velatamente, raccoglie firme, rilascia interviste e dichiarazioni pesanti. Altro che Guatemala, che poi è solo un’anticamera di sicura candidatura politica nel futuro prossimo venturo, altro che Il Fatto  che si mobilita e Zagrebelsky che si dissocia da Repubblica, qui sono scesi in campo come palle di cannone il magistrato Antonino Ingroia non ancora in partenza per il Centro America, il braccio politico della magistratura, ovvero Antonio Di Pietro, e a sera la stessa Associazione nazionale magistrati munita di frustino.  È guerra di agosto, ci stia attento, quelli non sono mica inermi cittadini da tartassare, la Anm non scherza quando  «apprende con preoccupazione che il premier Monti ha definito “grave” il caso delle telefonate del capo dello Stato intercettate, parlando di abusi», quando precisa puntuta che «la questione è oggetto di un conflitto di attribuzione e pertanto appare improprio  ogni possibile riferimento a presunti abusi». 

Se non si sente abbastanza minacciato, gentile premier, allora passi all’intervista di Ingroia a Klaus Davi nel miglior stile Torquemada.  «La seconda Repubblica è nata sui pilastri eretti sul sangue di magistrati e persone innocenti. Non potrà mai diventare una democrazia matura  fino a quando non si riuscirà a sapere la verità su quella stagione. Ci si può vaccinare da un peccato di origine, però confessandolo. Se non ci si confessa, non ci si monda da questo peccato originale». «Credo che da parte della magistratura non ci siano mai stati sconfinamenti; semmai ci sono stati da parte della politica». «Non mi sento militante politico ma militante della verità, della giustizia e della Costituzione». «La Seconda Repubblica  non potrà mai diventare una democrazia adulta e matura, almeno fino a quando non si riuscirà a sapere la verità su quella stagione. Perché ci si può vaccinare da un peccato d’origine, però confessandolo. Se non lo si confessa, si rimane con questo peccato d’origine e quindi non si riesce a mondarsi. Di conseguenza quindi la nostra democrazia non potrà crescere mai se non verrà fuori tutta la verità sulle sue origini». Ingroia sfida direttamente Mario Monti, gli fa l’elenco delle cose buone e di quelle cattive. «Ho apprezzato le dichiarazioni rilasciate durante la commemorazione di Capaci, quando ha sostenuto che “l’unica ragion di Stato è quella dell`accertamento della verità”. Non condivido le ultime frasi di Monti sull`operato della Procura di Palermo, ma ovviamente ognuno ha il diritto di sostenere le proprie opinioni, sullo specifico tema delle intercettazioni, ribadisco forte preoccupazione qualora si dovesse rimettere in moto il progetto di legge dell’ex ministro Alfano, in parte approvato dal Parlamento, perché comporterebbe una grave limitazione agli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata».

Già, dovesse il Parlamento contare e decidere, esercitare il potere legislativo, per esempio. Ce n’è naturalmente anche per Giorgio Napolitano, colpevole di aver sollevato il conflitto di attribuzione sulle intercettazioni dopo la mancata distruzione delle conversazioni fra lo stesso Napolitano e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. «Credo che, in generale»  afferma Ingroia, «il conflitto di attribuzione sia uno strumento che al di là delle migliore intenzioni di chi lo attiva può dare luogo a polemiche, equivoci, fraintendimenti, disorientamento da parte dell’opinione pubblica. Crea un clima conflittuale tra le istituzioni stesse. E questo alle istituzioni stesse non credo faccia bene». 

Il linguaggio non potrebbe essere più brutale di così, perciò il presidente del Consiglio ha due possibilità. La prima è quella a cui in nove mesi di governo ci ha purtroppo abituati, che si tratti di spread o di tagli, di dismissioni di patrimonio pubblico o di piano per i giovani, ovvero parlarne dottamente e poi non fare niente. La seconda è quella seria, ricordare che non è compito della magistratura scrivere la storia o riscriverla, che la politica è autonoma dal potere giudiziario, non subordinata come Ingroia e la Anm credono e praticano, o si provano a farlo. Poi dovrebbe agire di conseguenza e porci tutti, non solo il presidente della Repubblica ma anche lui, al riparo dagli abusi. Sennò gli restano solo i blitz di Equitalia per fingere di governare qualcosa.

“Sarebbe un fatto devastante, al limite della crisi costituzionale”, che la Consulta “desse torto” al presidente della Repubblica sul terreno del conflitto di attribuzione sollevato dal Capo dello Stato rispetto ai magistrati della Procura di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia. “Sarebbe devastante che si verificasse una così acuta contraddizione proprio sul terreno di principi che sia l’uno che l’altra sono chiamati a difendere. Così nel momento stesso in cui il ricorso è stato proposto, è stato anche già vinto”.

La trattativa c’è stata e non è affatto “presunta”. E le indagini continueranno nonostante il conflitto di attribuzione sollevato contro la Procura di Palermo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a proposito delle intercettazioni telefoniche che avrebbero “carpito” la sua voce. Il procuratore capo risponde con fermezza agli attacchi i questi giorni, compresi quelli relativi all’apertura di un nuovo filone d’indagine sul senatore Marcello Dell’Utri.

“Abbiamo improntato un procedimento che è in fase di avviso di chiusura indagini e che verosimilmente andrà più avanti basandoci sull’ipotesi che la trattativa c’è stata ed è stata reale”, ha affermato Messineo al termine dell’audizione in commissione Giustizia alla Camera. “Non mi sembra di poter concordare con chi parla di presunta trattativa, salvo il successivo vaglio processuale. Sarei fortemente in contraddizione con me stesso se aggiungessi la parola ‘presunta’ davanti a trattativa”.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affidato all’avvocato generale dello Stato l’incarico di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo. Oggetto del ricorso, le decisioni che i pm hanno assunto sulle intercettazioni  di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato.

Decisioni che il Presidente ha considerato lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione, anche se riferite a intercettazioni indirette, cioè non disposte su utenze del Quirinale. Alla determinazione di sollevare il confitto, si legge in una nota del Quirinale, il Napolitano è pervenuto ritenendo “dovere del Presidente della Repubblica”, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, “evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. 

Spending review e spesa sanitaria: cresce l’allarme tra i governatori. Dopo lo stop dell’Economia al riparto del Fondo saniatrio nazionale del 2012 (oltre 106 miliardi di euro) ora il ministero tira il freno anche all’attribuzione delle risorse vincolate. Si tratta di 1.437.360.263 euro di risorse destinate alla realizzazione degli obiettivi di carattere prioritario del piano sanitario nazionale.

Archivi