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Roma, 4 dic. – (Adnkronos) – Gli imprenditori e i capi azienda delle imprese che ‘tengono la rotta’ del buon governo e della buona gestione hanno a cuore il bene della propria impresa: essi desiderano costruire un’impresa fatta per durare, orientandola lungo sentieri di sviluppo imprenditoriale fecondi. A narrare storie di imprese ben gestite e che ‘tengono la rotta’ è il volume ‘Valori d’impresa in azione’, a cura di Vittorio Coda, Mario Minoja, Antonio Tessitore e Marco Vitale sotto l’egida dell’Isvi, Istituto per i valori d’impresa, associazione che da vent’anni approfondisce le tematiche della responsabilità sociale e dello sviluppo sostenibile dell’impresa.

Il volume racconta 16 storie d’impresa e l’ipotesi di fondo è che le imprese ben gestite sono contraddistinte da una base comune di ‘valori in azione’ che, nel loro insieme, definiscono una certa concezione dell’impresa, dei suoi fini, del suo modo di essere e di funzionare, del ruolo che essa è chiamata a svolgere nella società, delle relazioni che essa instaura con i suoi diversi interlocutori.

Con questo libro, spiega all’Adnkronos Mario Minoja, uno dei curatori del volume, “abbiamo voluto individuare i valori che guidano e le scelte imprenditoriali e strategiche e i comportamenti nelle imprese che hanno avuto risultati buoni o molto buoni nel lungo termine”. “Non ci siamo soffermati sui valori dichiarati, ma abbiamo cercato di desumere i valori effettivamente operanti partendo dalle scelte, dai fatti, dai comportamenti concreti osservati nelle imprese”.

Dalle case history, racconta Minoja, “è emerso che il bene dell’impresa è al vertice dei desideri degli imprenditori”. Inoltre, “la ricerca del bene dell’impresa non si traduce mai nel perseguimento di un obiettivo unico da massimizzare, quale il profitto, la crescita o altri ancora. Si persegue, invece, una funzione-obiettivo articolata, che include il profitto, la crescita (quantitativa ma soprattutto qualitativa), la competitività, la costruzione di relazioni di qualità con gli stakeholder, perseguiti in modo tale da rafforzarsi l’uno con l’altro.

Un altro elemento che emerge dalla ricerca, spiega Minoja, “è che tutte queste aziende seguono una direzione di marcia ben precisa”, ovvero “una bella e valida strategia”. Bella perché spesso al servizio di una missione trascinante e motivante per i collaboratori e valida perché conduce a un posizionamento competitivo di rilievo e a buoni risultati economici”.

Quanto alle condizioni che permettono una continuità di una buona gestione, “abbiamo riscontrato in primo luogo l’attenzione alla governance, che è funzionale alla competitività di lungo termine”. Le imprese, inoltre, hanno dimostrato “una forte attenzione a gestire bene i passaggi generazionali e un forte desiderio di apprendere, ricercando innanzi tutto un posizionamento innovativo nel proprio settore”.

Emerge poi anche “l’impegno a tramandare e a custodire un patrimonio di valori che spesso derivano dal fondatore. Sono prima di tutto valori etici, come l’onestà e la trasparenza, ma soprattutto valori imprenditoriali come il servizio al cliente, l’economicità, la continuità, l’autonomia dell’azienda, la valorizzazione delle persone e, in alcuni casi, la valorizzazione del territorio”. Valori che si compendiano in quello sovraordinato del bene dell’azienda.

Questo libro, dunque, si rivolge, in particolare, agli imprenditori e ai capi azienda. Dalle 16 storie d’impresa, infatti, conclude Minoja, “si possono ricavare insegnamenti preziosi per chi ha una qualche responsabilità per il buon funzionamento di un’impresa”. Ora l’Isvi ha in progetto la prosecuzione dello studio e sta valutando l’opportunità di estenderlo ad aziende non profit.

A meno di dodici ore dall’emanazione del decreto i legali dell‘Ilva hanno depositato alla Procura di Taranto una istanza con la quale chiedono l’esecuzione di quanto contenuto nel dl firmato dal presidente della Repubblica ed entrato in vigore ieri, consentendo così all’azienda di rientrare in possesso degli impianti sequestrati. Contestualmente il gruppo ha rinunciato all‘istanza di dissequestro del prodotto finito e semi lavorato, istanza che doveva essere discussa dinanzi al tribunale del Riesame il 6 dicembre prossimo. 

Il decreto ‘ad Ilvam’ ci sarà. Domani. Lo ha detto Mario Monti, lo ha deciso il governo. Perché l’acciaio è di fondamentale importanza per il manifatturiero di casa nostra; perché non si possono lasciare senza lavoro 20mila operai tra Taranto, Genova e le altre fabbriche collegate; perché con il blocco del siderurgico si infliggerebbe un colpo mortale anche ad altri settori del made in Italy, prima fra tutte l’industria automobilistica. Quindi la Fiat. La situazione è risolta. Nel nome della sopravvivenza e a prescindere dalle responsabilità, che non sono soltanto penali ma anche e soprattutto ‘storiche’. L’Ilva e ancor prima l’Italsider hanno avvelenato per decenni: le istituzioni lo sapevano benissimo, ma hanno preferito nascondere la polvere sotto al tappeto, facendo finta di nulla e lasciando in eredità la bomba siderurgica su chi sarebbe arrivato dopo. Cavoli loro. Lo dimostra il ‘sistema Archinà’, lo confermano i legami che l’azienda aveva instaurato con ogni livello della società. Chiesa, sindacati, stampa e amministratori locali: tutti insieme appassionatamente. Poi sono arrivati gli ‘eversori’: i pm e i giudici, che hanno dovuto supplire alle mancanze di chi doveva vigilare e ha preferito non farlo. Hanno fatto rispettare la legge, al loro fianco ‘solo’ le migliaia di cittadini presenti ai processi. Loro non si sono più fidati di tv e giornali contaminati dai ‘rapporti istituzionali’ dell’Ilva. Si sono informati sulla Rete e hanno scelto da che parte stare. In massa. A Taranto non era mai avvenuto in decenni di inchieste. Risultato? Il lavoro degli inquirenti ha messo in crisi tutto il settore dell’acciaio. 

Per i 783 dipendenti di Brunello Cucinelli Babbo Natale è già arrivato. E ha portato un sacco zeppo di euro. L’azienda umbra (che produce capi in cashmere e accessori e conta una sessantina di negozi in più di 50 paesi sparsi nel mondo) ha infatti deciso di destinare i 5 milioni di utili (conseguiti anche grazie al recente sbarco in borsa) ai suoi lavoratori: un “regalo” da 6.583 euro a testa. “Questo vuole essere un dono di famiglia, qualcosa che va aldilà dell’azienda che è quotata in Borsa” ha detto Cucinelli, che ha fondato l’azienda dal nulla nel 1978 imponendosi negli anni come uno dei brand più apprezzati di casual chic a livello mondiale. “Abbiamo voluto dare un premio a chi è cresciuto insieme a noi e l’abbiamo comunicato ai dipendenti”.

L’ultimo affare: i call center. Sì perché quella della potentissima cosca Bellocco di Rosarno, è una ‘ndrangheta che diversifica. E se in Calabria i boss regnano da imperatori e preparano faide in cui, sentenziano le donne di mafia, a morire dovranno essere “tutti, anche i minorenni”, in Lombardia si dedicano al business. Legale e milionario. Come dimostra la vicenda della Blue call srl, azienda specializzata nella gestione di call center con il centro direttivo a Cernusco sul Naviglio e sedi operative in tutta Italia (anche in Calabria, naturalmente). Un’impresa florida che solo nel 2010 ha chiuso un fatturato da 13 milioni di euro, facendosi segnalare come leader del settore. Un gioiellino, dunque. Gestito da un giovane imprenditore, il quale, agli inizi del 2011, apre le porte a un emissario dei boss. Finirà per cedere le quote. Regalando ai boss un vero bancomat cui accedere in ogni momento, ma soprattutto la possibilità di controllare un ampio consenso sociale attraverso le assunzioni. Un’arma formidabile anche per la gestione di pacchetti elettorali. Insomma affari al nord e controllo del territorio al sud. Il tutto sulla rotta Rosarno-Milano e ritorno. Questa la fotografia scattata dalle procure di Reggio Calabria e Milano che all’alba di questa mattina hanno dato esecuzione a 23 arresti tra Calabria per associazione mafiosa e Lombardia per intestazione fittizia di beni, accusa quest’ultima aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso. Tra questi anche i soci della stessa Blue call.

Roma, 14 nov. – (Adnkronos) – Da chi usa i resti della vinificazione per ricavare matite colorate e packaging originali per le bottiglie di ‘rosso’ a chi costruisce con terra e paglia realizzando edifici al 100% biodegradabili e riciclabili, passando per la valorizzazione energetica dei residui della potatura degli olivi, che diventano cippato e pellet per il riscaldamento domestico. Il segreto del successo delle aziende agricole più competitive è l’innovazione, che in 7 casi su 10 è interpretata in chiave ecosostenibile. Ed è proprio l’agricoltura sempre più ‘green’ quella premiata con Bandiera Verde, la manifestazione della Cia-Confederazione italiana agricoltori che quest’anno spegne dieci candeline.

Un’edizione all’insegna degli ‘under 40’. Perché l’assegnazione dei riconoscimenti 2012, che si è tenuta oggi a Roma nella Protomoteca del Campidoglio, alla presenza del ministro Mario Catania e del presidente di Libera don Luigi Ciotti, è andata alle realtà più all’avanguardia del settore, nella maggior parte dei casi guidate proprio da giovani.

Sono gli imprenditori ‘junior’, infatti, a dimostrarsi i più attenti a cogliere le opportunità della ricerca e della sperimentazione: una dinamicità e un’intraprendenza capaci di creare in media il 35% di valore aggiunto in più dei colleghi maturi. Solo nei servizi all’ambiente e nella produzione di agroenergie i giovani sono quasi il doppio degli ‘over’: il 7,2% degli ‘under 40’ contro il 4% dei produttori ‘senior’.

Ma l’innovazione non è solo ‘green’. Bandiera verde, come sottolinea la Cia, premia anche chi accompagna alla qualità delle produzioni agricole l’originalità dell’offerta. Come il caso dall’azienda zootecnica del frusinate che produce, trasforma ed esporta latte d’asina e di cavalla, che diventano prodotti di bellezza o terapie per la psoriasi. C’è anche un’azienda sarda che produce un’intera linea di spugne vegetali da una particolare varietà di zucca, la ‘luffa cylindrica’, completamente biodegradabili e ipoallergeniche, ideali per la cura del corpo e l’igiene personale.

Tra le novità c’è anche chi si inventa l”agri-griglia’ o l”agri-gelato’, allestendo nella propria impresa zootecnica una vera e propria macelleria in campagna con gli spazi adibiti a barbecue per pic-nic ‘aziendali’, o vendendo gelati artigianali prodotti con il latte fresco della stalla. Ma nei campi si coltiva anche l’integrazione e si fa crescere l’impegno sociale. Un impegno che la Cia ha premiato con le bandiere verdi l’azienda toscana divenuta centro di accoglienza per i rifugiati provenienti dalla Libia, ma anche alcune imprese protagoniste di progetti di cooperazione internazionale orientati all’esportazione di tecniche agricole nel Sud del mondo.

Tra i premi speciali quest’anno ci sono quelli alla scrittrice Simonetta Agnello Hornby,-per le sue pagine appassionate che ci restituiscono sapori e profumi tipici della tradizione e dell’arte gastronomica siciliana, e al giornalista Mauro Rosati, esperto del mondo agroalimentare, per il suo impegno costante nella promozione delle eccellenze ‘made in Italy’ e dei prodotti di qualità del territorio. Ma non solo, ritireranno il riconoscimento speciale anche i comuni di Carpi e Poggio Rusco, colpiti dal terremoto in Emilia nello scorso maggio.

Non c’è pace per le cooperative dell’Emilia Romagna. Da Piacenza fino alla provincia di Bologna. Dalle cooperative che gestiscono il magazzino dell’Ikea fino a quelle che lavorano nel deposito centrale di Coop Adriatica, a Anzola dell’Emilia, nel bolognese. Un susseguirsi di proteste e picchetti. Oggi l’ultimo episodio, con una cinquantina di manifestanti che alle prime luci dell’alba hanno bloccato gli accessi del magazzino che rifornisce i supermercati Coop nel nord e nel centro Italia.

Bologna, 12 nov. – (Adnkronos) – In Emilia il Natale sarà per i terremotati. Solidarietà e voglia di ricostruire. Questo è, infatti, lo spirito che anima l’iniziativa ‘Natale per l’Emilia’, promossa da 6 realtà della Bassa modenese legate all’ambito del sociale, che si sono mobilitate per offrire nuovi mercati ai produttori locali. L’occasione è l’Avvento per il quale saranno messe in vendita le ceste con i prodotti ‘d’origine terremotata’, provenienti cioè da quelle aziende che sono state danneggiate dal sisma ma che si stanno rimboccando le maniche per ricostruire e contrastare il calo della domanda nei territori di appartenenza.

Ideatori e promotori dell’iniziativa sono le cooperative Sociali Oltremare, Bottega del Sole, Vagamondi, Eortè, Associazioni La Festa e Venite alla Festa. Il progetto è sostenuto anche da Terra Ferma Emilia, il portale nato per mettere in circolo le buone pratiche per reagire al terremoto.

Per chi, come ogni anno, è in cerca di una strenna da regalare, le confezioni ‘Natale per l’Emilia’ saranno dunque una modalità concreta e diretta di sostenere l’attività degli imprenditori e dei lavoratori del cratere. Nelle ceste, dunque, una selezione di prodotti di ottima qualità, in prevalenza tipici delle terre emiliane o del circuito del commercio equo e solidale. L’intero catalogo delle confezioni e le storie dei produttori coinvolti (Azienda Agricola Folicello Bio, Cooperativa Sociale Fattoriabilità, Azienda Agricola C. Reggiani Bio, Consorzio Parmigiano Reggiano, Monari Federzoni SpA, Azienda Agricola Cerutti Stefano Bio, Azienda Agricola Rossi Marco, Azienda Agricola AZ) è on line sul sito www.nataleperlemilia.it.

Gli acquisti si possono fare direttamente on line o tramite alcuni punti vendita allestiti a Modena, Vignola, Limidi di Soliera, Soliera, Formigine, Carpi, Fiorano Modenese e Mirandola.

Il progetto propone 5 diversi tipi di ceste, con un prezzo che va da 20,50 euro fino alla composizione più ricca da 79 euro. Ogni cesta è stata battezzata con il nome in dialetto di uno dei comuni colpiti. Si aggiunge poi la confenzione personalizzata da comporre a piacimento il cui prezzo varia a seconda dei prodotti scelti.

Nelle ceste solidali le tipicità modenesi spaziano dall’Aceto Balsamico al Lambrusco, dal miele alla birra artigianale, dal riso bio alla farina di grano tenero. E ancora, il cotechino, i salumi, i torroni, la cioccolata, le caremelle con la frutta secca, il caffè, lo spumante e ovviamente il Parmigiano-Reggiano.

Sul sito ci sono anche le storie delle aziende che sono pronte a rialzarsi. Solo per citarne alcune, ci sono le botteghe equo solidali ‘Del sole’ di Carpi e Mirandola. A seguito del secondo terremoto del 29 maggio le due botteghe, trovandosi in centro storico, hanno dovuto interrompere l’attività normalmente svolta. La bottega di Carpi, meno danneggiata, fortunatamente ha riaperto il 9 giugno con i consueti orari. Ma il centro storico non è completamente riaperto ed è cambiata anche la circolazione, perciò l’attività degli esercizi commerciali non ha ancora ripreso il ritmo normale, raccontano i gestori.

Il centro storico di Mirandola invece è ancora in buona parte chiuso e quindi tutte le attività della zona sono ferme. “Abbiamo stimato in 3 mila euro i danni subiti per oggetti di artigianato andati distrutti e per prodotti alimentari le cui confezioni si sono rotte o danneggiate – prosegue la cooperativa – Nei momenti successivi al secondo terremoto, l’accesso nelle zone rosse per recuperare il materiale si è svolto insieme ai Vigili del Fuoco”.

“A Mirandola abbiamo recuperato tutto ciò che risultava deperibile e a rischio di altri danni: abbiamo stimato un magazzino di 30 mila euro” raccontano, sottolineando che “i due blitz nella bottega di Mirandola rimarranno per sempre impressi nella nostra mente: caschetto e velocità d’azione sono stati fondamentali per poter mettere in sicurezza tutto ciò che era possibile”. Le botteghe del Sole propongono articoli del commercio equo e solidale, principalmente prodotti alimentari come caffè, tè, zucchero di canna, tisane; artigianato dei piccoli prodotti del Sud del mondo; detersivi alla spina; prodotti di Libera Terra e di cooperative sociali che favoriscono l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati.

Non si arrende neanche l’Azienda agricola di Marco Rossi a Camposanto, che basa tutta la sua attività di filiera corta attorno al maiale. “Con la scossa del 29 maggio si è verificato il crollo pressochè totale della struttura di 2 mila mq che ospitava i reparti di riproduzione, svezzamento e primo accrescimento dei suini” racconta l’imprenditore. “Sotto le macerie abbiamo perso anche 50 capi e questo ha reso necessario lo sgombero immediato dell’area imposto dalle autorità sanitarie per evitare il diffondersi di epidemie”.

“Non nascondo le difficoltà che abbiamo avuto, sia di carattere organizzativo che morale e psicologico, nel dover sgomberare così rapidamente le macerie dell’immobile e nel vedere decenni di duro lavoro, iniziato da mio padre e proseguito da me e mio fratello, andare in fumo in pochi secondi” si legge ancora nel sito.

Per il sisma sono stati dichiarati inagibili con lesioni gravi anche l’immobile destinato al punto vendita e ai magazzini. Fortunatamente l’allevamento sito nel comune di Medolla e la parte della macellazione, sezionamento e lavorazione non hanno subito danni. La produzione dunque può andare avanti. Il sogno ora ricostruire il mangimifico aziendale, ma anche dare vita ad un centro didattico sull’allevamento e l’agricoltura sostenibile.

È la prima volta che degli operai del nuovo stabilimento Fiat di Pomigliano, tra i 2091 fortunati che sono stati riassorbiti dalla Fiat, accettano di parlare con la stampa. Si schiariscono la voce, seccata da troppi anni di silenzio, e parlano con nettezza, “per non perdere la dignità”, come dice uno di loro. Ma di nascosto, chiedendo di non essere ripresi in volto ed esigendo di essere citati con nomi di fantasia. Giacomo, Filippo, Sergio e Andrea hanno tra i 30 e i 37 anni, uno di loro è entrato in Fiat nel 2006, gli altri nel 2001, giovanissimi. Sono iscritti o ex iscritti ai sindacati che hanno firmato gli accordi di Marchionne: Uilm, Fim e Fismic.

La Rai evade il canone e conquista un posto in prima fila, in Tribunale. Dove rischia di perdere 5 milioni di euro. La storia va avanti da almeno sei anni, a suon di carte bollate, ma nessuno la racconta. Da una parte ci sono i sindaci di tre grandi città che chiedono il pagamento della Cosap, la tassa sull’occupazione del suolo pubblico. “Dall’altra c’è l’azienda che – l’accusa a viale Mazzini –  dal 2006 infila i bollettini in un cassetto”, come fa l’abbonato distratto che, puntualmente, viene redarguito a reti unificate.

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