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Lacrime amare. Barack Obama ringrazia il suo staff dopo la vittoria e scoppia in lacrime. Davanti ai volontari di Chicago, davanti alle videocamere. Il presidente comincia il suo secondo madato con il fazzoletto in mano. Il futuro degli Stati Uniti non promette sorrisi. Il “fiscal cliff”, il precipizio fiscale è lì che lo attende. L’aumento della tassazione sarà accompaganto dalla contemporanea entrata in vigore dei tagli automatici alla spesa governativa che ammonterà al 4 per cento del Pil che può portare gli Stati Uniti verso una recessione. Al Senato il presidente dovrà trattare per forza con i repubblicani. Quindi o c’è una mediazione, un accordo sulla politica fiscale o saranno ancora fiumi di lacrime. Con la minaccia di un declassamento del debito pubblico Usa, nessuno può permettersi passi falsi. Il muro contro muro fra repubblicani e democartici non servirebbe a portare fuori il paese dalla crisi. Già un anno e mezzo fa quando si trattava dell’innalzamento del tetto del deficit lo scontro fu duro. Ma alla fine dopo uno stallo totale, le due parti raggiunsero un accordo. Stavolta il tempo è tiranno e i mercati non aspettano. I nodi da sciogliere sono due. Il primo è il prelievo fiscale. I repubblicani sono dispoti ad accettare l’eleminazione di alcune detrazioni, come quelle sugli interessi per il pagamentio dei mutui per le case, ma non vogliono toccare le aliquote fiscali per i ricchi. Obama vuole invece vuole ridurre il peso fiscale sul ceto medio e le piccole imprese aumentando le aliquote su chi è più ricco. Il secondo è la ricetta da usare per ridurre il debito. Servirebbe ridurre il deficit di 4.000 miliardi di dollari in 10 anni. Una bozza di questo cammino doloroso per gli Stati Uniti l’hanno già messa giù Alan Simpson ed Erskine Bowles, i capi della commissione bipartisan antideficit. Il loro programma è rimasto al Congresso senza esiti. Ma le idee per una riduzione del debito restano il punto d’incontro di democratici e repubblicani. Obama non può perdere tempo. Nemmeno per piangere.

 

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Lo dice il settimanale Der Spiegel, secondo cui il costruttore tedesco è finito in un baratro da cui potrebbe non uscire più. La quota di mercato della controllata di General Motors e’ scesa al 7%.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Per Opel la fine potrebbe essere vicina

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Per l’Italia “quell’esito drammatico” che si paventava mesi fa “sembra ora più lontano”, “l’italia ha potuto togliersi dalla lista” dei Paesi “con problemi nella Ue”. Lo dice il Presidente del Consiglio, Mario Monti, aprendo insieme al segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE) Josè Angel Gurria, i lavori della conferenza internazionale sulle Riforme strutturali in Italia. “Senza ‘Salva-Italia’ avremmo perso sovranità”, fa notare il Professore, per gli italiani “c’è stato un trattamento molto incisivo sulle misure” ma “stanno dimostrando di non essere particolarmente ostili” nei confronti dell’esecutivo. “Siamo determinati a fare scelte nel breve periodo per guardare a obiettivi a lungo periodo, è stata una scommessa sull’Italia, sulla sua capacità di reagire, di cambiare rotta, di costruire un futuro di crescita”, afferma il premier. “E’ troppo presto abbandonare il rigore, va sempre mantenuto”, puntualiza Monti aggiungendo che “gli italiani pur sottoposti a un trattamento incisivo e pesante di misure, stanno dimostrando di non essere particolarmente ostili a coloro che hanno dovuto persuaderli di farlo nel loro interesse di lungo periodo”. 

L’azione realizzata in questi mesi, secondo il presidente del Consiglio, “produrrà nei prossimi 10 anni un aumento di 4 punti percentuali del Pil”. “Il 2013 sarà un anno in crescita” anche se “il motore dell’economia si riavvierà lentamente, trattenuto dal peso del passato”. Monti ha poi parlato dell’incontro avuto con i vertici della Fiat: “Incontro lungo, approfondito, di analisi delle tendenze, delle strategie. Non è stata chiesta cassa integrazione in deroga, non sono state chieste concessioni finanziarie e non sarebbero state accolte”, dice il premier invitando tutte le parti in causa a interpretare “l’esito dell’incontro” di due giorni fa “come una scommessa”. 

 

Le dichiarazioni di Mario Monti al Wall Street Journal sul baratro in cui sarebbe finita l’Italia (“lo spread a 1200 punti”) se Berlusconi fosse rimasto al governo sono, come per contrappasso arrivate proprio il giorno in cui l’Istat con i dati sul Pil ha ufficializzato che l’Italia è in recsessione. Il pil italiano nel secondo trimestre è crollato del 2,5% su base annua, la peggiore flessione dal 2009. Ma questo dato è solo uno dei tanti numeri che, messi danno la fotografia di Un Paese allo stallo. Il Pil ma anche il crollo della produzione industriale (-8,2% a giugno, -22% per il sole settore auto), i consumi sono al palo, la disoccupazione è ormai al 10,8%. 

Numeri che raccontano un Paese immobile e che lasciano poco spazio alla speranza se si condidera chen parallelamente la pressione fiscal tra Imu,  patrimoniali, aumente delle bollette, è aumentata (dal 42,6% al 45,1%) ed è destinata a salire ulteriormente nel 2013. La sua ricetta non ha portato i risultati sperati neanche sui mercati finanziari che restano sospesi ai diktat tedeschi con gli spread sempre pronti a schizzare sopra i 500. 

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