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Bashar

 

Ci sarebbero i francesi dietro l’uccisione di Muammar Gheddafi. Lo scrive il Corriere della Sera online citando fonti a Bengasi secondo le quali il colonnello fu individuato dalla Nato a Sirte grazie al numero del suo satellitare, che il presidente siriano Bashar Assad trasmise a Parigi. E ad ucciderlo fu un colpo sparato da un agente straniero.

Due giorni fa, ricorda il Corriere, l’ex premier del governo transitorio libico, Mahmoud Jibril, ha dichiarato ad una emittente egiziana che “fu un agente straniero mischiato alle brigate rivoluzionarie a uccidere Gheddafi”. “Negli ambienti diplomatici occidentali” a Tripoli, prosegue il giornale, “il commento ufficioso più diffuso” è che se ci fu un sicario straniero “quasi certamente era francese”. Il motivo sarebbe stato d’impedire a Gheddafi di rivelare i suoi precedenti rapporti con l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy di cui avrebbe finanziato la campagna elettorale.

A rafforzare questa tesi, continua il giornale, giungono le rivelazioni fatte a Bengasi da Rami El Obeidi, ex responsabile per i rapporti con le agenzie di informazioni straniere per conto del Consiglio Nazionale Transitorio. El Obeidi ha detto che dal suo rifugio a Sirte Gheddafi “cercò di comunicare tramite il suo satellitare Iridium con una serie di fedelissimi fuggiti in Siria sotto la protezione di Bashar Assad”. Assad avrebbe passato il numero del satellitare del rais agli 007 francesi in cambio della promessa di Parigi “di limitare le pressioni internazionali sulla Siria per cessare la repressione contro la popolazione in rivolta”.

 

Il primo ministro siriano, Riad Hijab, è stato finora il personaggio più in vista del regime a decidere di abbandonare il presidente Bashar al-Assad per passare dalla parte del ricco finanziatore dei ribelli: lo Stato del Qatar adagiato su enormi riserve di petrolio.

In una guerra brutale caratterizzata non solo da un tragico spargimento di sangue, ma anche da dosi massicce di cinismo, la defezione di Hijab è sì un colpo altamente simbolico inferto al regime, ma non costituisce un colpo mortale per il presidente Assad.

Al pari dei diplomatici e dei generali che lo hanno preceduto sulla via dell’esilio, il primo ministro Hijab è un musulmano sunnita, mentre è sulla minoranza alawita che poggiano il partito Baath e il governo di Bashar al-Assad. E gli alawiti sono ancora fedeli ad Assad.

 

Potrebbe essere fuggita in Russia Asma al-Assad, la moglie del presidente siriano Bashar  al-Assad. E’ quanto riporta il sito web del quotidiano ‘Guardian’, citando voci raccolte a Damasco nelle ore successive all’attentato in cui sono morti il ministro della Difesa siriano, Dawood Rajha, e il suo vice nonchè cognato del presidente, Assef Shawkat. Secondo il giornale, non è chiaro dove invece si trovi Bashar al-Assad, che secondo fonti non confermate sarebbe rimasto ferito nell’attacco alla sede della sicurezza nazionale. Per il quotidiano ‘al-Rai’, Assad si troverebbe nel villaggio di Kardaha, località del nord-ovest del Paese, vicino Latakia. A smentire la notizia data dall’opposizione arriva una nota del governo in cui si dice che il presidente siriano è a Damasco, dove si è recato nel suo ufficio per pianificare la risposta del governo, dopo l’attentato contro i vertici del sistema di Difesa.

Da parte sua la Russia insiste: non sta neppure valutando la possibilità di prendersi in carico il presidente siriano, Bashar al-Assad, in caso questi decida di lasciare la Siria. Lo ha detto un autorevole collaboratore del presidente russo, Vladimir Putin, aggiungendo di non sapere nulla di un eventuale piano per far arrivare il presidente siriano a Mosca.   Yuri Ushakov, consigliere per la politica estera di Putin, ha detto che il capo del Cremlino non ha parlato dell’eventuale destinazione di Assad, nè con il premier, Tayyip Erdogan, nè con il presidente Usa, Barack Obama; e a una specifica domanda sull’ipotesi che Assad arrivi a Mosca, Ushakov ha aggiunto di non sapere nulla di un piano del genere.

 

La situazione in Siria da mesi è degenerata, con migliaia di morti e il regime di Bashar Al Assad ancora in sella nonostante le proteste internazionali. Inevitabile che anche il confronto dialettico tra chi attacca e chi difende il presidente degeneri in violenza. In questo talk show giordano si trovano di fronte un contestatore del regime, giordano, e un difensore di Bashar, siriano. I toni diventano incandescenti e l’ospite siriano prima si toglie una scarpa e la tira a dirimpettaio, quindi viene alle mani con lui. Ma dalla cintola estra una (brutta) sorpresa…


pubblicato da Libero Quotidiano

Sarà difficile che Bashar al Assad rispetti il cessate il fuoco scattato stamattina. Le motivazioni sono semplici. Subito dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco gli attivisti hanno invitato tutti a scendere in piazza, in modo pacifico, in tutto il paese. Non avere forze armate che reprimano le manifestazioni, come è stato fatto sino ad ora, significherebbe per molti siriani, che fino a questo momento hanno avuto timore, la possibilità di scendere in piazza in “sicurezza”. In questi ultimi giorni a Damasco ci sono stati degli episodi simbolici che ci dicono che anche nella capitale molto si sta muovendo.

Settimana di sangue in Siria: sarebbe di almeno mille morti il bilancio delle vittime del regime di Bashar el Assad negli ultimi 7 giorni. Lo ha detto il colonnello Qassem Saad al-Din, portavoce del comando dell’Esercito libero siriano (Els), che ha anche ribadito l’impegno dell’opposizione siriana a rispettare il cessate il fuoco richiesto dall’Onu, anche se le forze governative non lo faranno. “Ma se i lealisti torneranno a sparare riprenderemo le armi e li combatteremo”, ha aggiunto. Ma Bashar el Assad non molla e definisce “non corrette” le voci che vogliono un cessate il fuoco per domani, martedì 10 aprile.

Pressing internazionale – Prosegue però la pressione internazionale sul regime di Damasco. L’inviato di Onu e Lega Araba per la Siria, Kofi Annan, visiterà domani, martedì, un campo di accoglienza dei profughi siriani in Turchia. Finora circa 25.000 siriani in fuga dalla repressione si sono rifugiati nei tre campi allestiti dalla Turchia nella provincia di Hatay, in quella di Gaziantep e in quella di Killis. Ad Ankara sono attesi oggi anche i due senatori Usa, John McCain e Joe Lieberman, che avranno colloqui con il presidente turco, Abdullah Gul, e domani visiteranno il campo di accoglienza di Hatay. Molto dura la Francia, che ha bollato come “inaccettabili le nuove richieste” avanzate dal regime di Bashar el Assad, che ha annunciato che non ritirerà le sue truppe dalle città senza “garanzie scritte” dall’opposizione: “Assad, pur avendo accettato il piano di (Kofi) Annan e proposto il 10 aprile come data per il ritiro delle sue truppe e armi pesanti dai centri urbani, ora avanza richieste inaccettabili”, ha detto Bernard Valero, portavoce del ministero degli Esteri di Parigi.

A metà marzo le forze di sicurezza siriane di Bashar el Assad hanno lanciato un’offensiva per riprendere il controllo di alcuni villaggi e città nell’irrequieta provincia di Idlib, nel nord del paese, lungo il confine con la Turchia. Nei giorni dell’attacco, migliaia di civili hanno cercato la salvezza oltrepassando la frontiera. Ora vivono nelle tende di plastica dei cinque campi profughi creati dal governo turco nella zona di Hatay. Dai racconti di alcuni di loro, l’irruzione delle forze del regime nei centri abitati e le tattiche dei soldati contro la popolazione seguono un modello ricorrente.

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