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Ragazze incinte e minorenni per smerciare droga all’angolo delle strade e di tre piazze di spaccio a Torre Annunziata. Donne e ragazzini hanno un pregio all’interno dell’organizzazione criminale: costano poco, qualche centinaia di euro a settimana, e non si ‘sballano’. Non hanno bisogno di caterve di soldi per drogarsi o fare la bella vita. Donne e ragazzini ricevono ‘stipendi’ regolari, ma modesti. E’ la spending review della camorra napoletana. Dove l’età media di capi e manovalanza delle cosche sta calando vertiginosamente. I boss stanno in carcere. I figli e i figliocci crescono in fretta e ne prendono il posto bruciando le tappe. Come nel caso di Salvatore Paduano, 21 anni, latitante da tre, catturato pochissimi giorni fa dalla Dda di Napoli. Da pupillo di donna Gemma Donnarumma era diventato uno dei capi indiscussi dello storico clan Gionta. Le famiglie del luogo gli chiedevano udienza per un consiglio o un posto di lavoro. Meglio ancora, un’affiliazione al clan.

“Mio figlio vi ammira, il suo sogno è stare con voi nel clan”. “Don Salvatore ho due figli disoccupati dovete aiutarmi: vi chiedo con umiltà e devozione una sistemazione”. “Pensate a mio figlio, vi supplico prendetelo a ‘lavorare’: è un ragazzo d’oro”. “Potrei essere vostra madre ed i miei figli dei vostri fratelli più grandi: aiutatemi. In casa non abbiamo nulla. Se solo voi volete, la nostra vita davvero cambia”. “Il ragazzo è sveglio, è fidato, non parla. Noi ci accontentiamo anche se lo fate fare solo il ‘messaggero’ vostro”.

“Uè, uè, fermatevi. Non scassate ‘o muro. O piccirill sta qua. Nun ‘o facit male. E’ nù buon guaglione. Marià…a’ mammà…nun t’ piglia paura”. Dalla vestaglia che ricopre il pigiamone, la donna preleva un telecomando, pigia il tastino magico, un’intera parete della cucina di una casa popolare al secondo piano del lotto TA di via Ghisleri a Scampia, Napoli, Italia, Europa, anno 2012, per incanto scompare.

Apriti sesamo: ecco signori e signori Mariano Abete, 21 anni, giovane criminale, enfant prodige della camorra, figlio d’arte, promosso capo cosca da un giorno all’altro e ritenuto uno dei protagonisti della nuova faida esplosa nella periferia nord di Napoli che ha lasciato sul selciato anche morte innocenti come Lino Romano, un 30enne “colpevole” solo di somigliare ad uno spacciatore e ucciso senza pietà con 14 proiettili. Il voltastomaco è inevitabile. La rabbia è incontrollata. Il disgusto è imprescindibile.

Parlamentare per la prima volta vent’anni fa. Presidente della Regione Lombardia tra il 1987 e il 1989. E assessore al Bilancio del Comune di Milano guidato al sindaco arancione Giuliano Pisapia. Candidato alle primarie del centrosinistra, oggi Bruno Tabacci ha raccolto i risultati di una vita passata nella politica: 1,4%. Dietro persino a Laura Puppato (2,6%), una che (con tutto il rispetto) fino a un paio di mesi fa nessuno sapeva chi fosse. Quinto su cinque candidati (ma non fu male neanche la performance alle comunali milanesi, quando da candidato nelle file Udc a sostegno di Letizia Moratti, arrivò terzo tra quelli del suo partito). Pochi voti, dunque. Tranne che nella periferia napoletana. Quella (purtroppo) nota alle conache per le imprese della camorra. A Casoria, ad esempio, Tabacci su 4mila voti ne ha presi più della metà. Ad Afragola ha preso un terzo dei 1.500 voti per le primarie. A Caivano ha conquistato 600 voti su 1.200.

Era considerato uno dei boss emergenti, protagonista, tra gli altri giovanissimi criminali della faida di Scampia che ha lasciato sull’asfalto di Napoli una lunga striscia di sangue. Mariano Abete (il primo da sinistra nella foto, ndr), 21 anni, è stato arrestato. Nelle settimane scorso era stato il capo della Antonio Manganelli, a rafforzare il controllo del territorio e mettere in piedi un dispositivo di contrasto. L’11 settembre scorso il procuratore aggiunto di Napoli Sandro Pennasilico aveva lanciato il suo grido d’allarme. 

“Bravi!! Simpatici!! A nu’ buon guaglion avit’ pigliat’”, “Amore mio”, “Si o’ core mio”. Sono le voci che si levano quando escono in manette dalla caserma Pastrengo, scortati dai carabinieri. Sono due killer. Ridono e fanno gesti da pagliacci. Fanno pena. I parenti, i compari li aspettano. Li salutano. La gazzella dei militari dell’Arma è pronta, li condurrà al carcere di Poggioreale. Irrompe una donna: corpulenta, manesca, dura e determinata. Lo afferra e lo bacia sulle labbra. Con forza. Quasi a voler ribadire: sei mio, mi appartieni, non ti abbandono. Un gesto d’intimità e di passione: ancestrale, rude, animalesco. Dietro di lei spunta un giovane gorilla. E’ basso, tarchiato con i capelli rasati. Gli afferra la testa, la schiaccia fino al punto che le labbra si congiungono bagnandosi di saliva. Lui resta imperturbabile. Le divise lo trascinano, prende posto. La sua “femmina” ritorna e riesce a dargli l’ultimo bacio sfiorandogli con una carezza la bocca.

E’ stato arrestato perché considerato tra i responsabili di un duplice omicidio di camorra nel giugno 2004, ma il suo passaggio dalla caserma Pastrengo di Napoli diventa una sfilata, tra baci e abbracci di parenti e amici. Otto anni fa, stando alle indagini della Direzione distrettuale anitmafia, insieme ad altri quattro affiliati al clan Lo Russo, avrebbe fatto parte del gruppo di fuoco che uccise Salvatore Manzo, boss del clan rivale degli Stabile, mentre veniva trasferito in ambulanza dall’ospedale Cardarelli a una clinica privata. Sulla strada rimase anche un 39enne che faceva da scorta al camorrista, rimasto gravemente ferito nella sparatoria e morto pochi giorni dopo per le ferite. Oggi, a più di otto anni di distanza, per lui scattano le manette. Ma il trasferimento in carcere diventa una festa.

Aggressive, volgari, sfrontate e più che altro disposte a tutto. Sono le donne dei boss che in assenza  dei loro mariti, padri, figli, fratelli e fidanzati oltre a gestire direttamente le attività di camorra  adesso provvedono anche all’organizzazione militare del clan.

C’è un salto di qualità: se la tradizione di malavita imponeva alle ‘femmine’ di stare a casa e ‘governare’ il focolare di famiglia – con qualche eccezione – adesso la donna di camorra, si è emancipata. Sono ciniche, violente e spietate: riescono ad incutere rispetto negli affiliati ed imporre ordini perentori. Controllano tutti i traffici illeciti: dalle estorsioni allo spaccio della droga fino a decidere le spedizioni punitive e gli agguati. Sono ‘madrine’ con la gonna e la pistola.

In Campania e principalmente nel casertano il patto tra camorra e politica per la gestione degli appalti è sempre forte e in salute. Talmente solido che nemmeno la notizia, e l’ampia eco mediatica, dell’arresto di un consigliere regionale con accuse di collusioni coi clan casalesi è in grado di provocare una “delegittimazione sul piano politico e istituzionale” del consigliere in questione che sia sufficiente ad impedirgli di reiterare la condotta criminale. Lo sostiene la Dda di Napoli in un ricorso depositato in Cassazione, ricordando che “continuano a operare in sedi politiche e istituzionali di elevato livello: un parlamentare destinatario di due ordinanze di custodia cautelare per reati di criminalità organizzata – l’on. Cosentino – un ex consigliere regionale condannato per concorso esterno in primo grado (Roberto Conte, ndr), sindaci indagati per partecipazione ad associazione mafiosa, tutti sempre con riferimento allo stesso clan dei Casalesi”.

Non c’è mai fine al peggio. Mi cadono le braccia. Comincia a girarmi lo stomaco e davvero vorrei vomitare tutta la rabbia che mi sale da dentro. Come ci si può presentare al Senato della Repubblica e dire: “Qualcuno mi ha paragonato al personaggio Cetto La Qualunque che prometteva un pilastro per ogni bambino nato. I veri delinquenti sono state le Istituzioni della Campania che hanno consentito abusi per oltre 20 anni. La nostra proposta è la riapertura del condono edilizio del 2003 contenuta in un nostro disegno di legge”.

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