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Al voto di primavera col “porcellum”. E’ questo l’ultimo scenario, quello uscito giovedì pomerigggio dalla riunione degli “sherpa” che alla bozza di riforma elettorale stanno lavorando da mesi: Denis Verdini del Pdl, Lorenzo Cesa dell’Udc, Maurizio Migliavacca del Pd e Italo Bocchino di Fli. Ad alzare bandiera bianca sarebbe stato, secondo indiscrezioni, proprio Verdini: “Mi spiace, ma il presidente Berlusconi ha deciso che così non va, preferisce tenersi il sistema attuale”. Cioè, fondamentalmente, niente preferenze. Un elemento fondamentale per avere carta bianca nella definizione delle liste (leggi la “lista nera” del Cavaliere) del nuovo partito che il Cavaliere si appresta a varare. Con le vecchie regole, inoltre, Berlusconi potrebbe ancora sperare di non lasciare al duo Pd-Sel anche la maggioranza al Senato. La nuova bozza, nella stesura definitiva, prevederebbe un premio al raggiungimento del 38,5%, in grado di far lievitare la maggioranza a quota 55%. E se nessuno dovesse duperare quella soglia, il primo partito avrebbe comunque un premio pari al 27% dei seggi conquistati. Le trattative si sono ora fermate, in attesa del risultato delle primarie del Pd. Una loro ripresa è anche legata a chi uscirà vincente dalle urne di domani: Bersani o renzi.

Il presidente della Repubblica, irritando il premier che si è trincerato dietro a un enigmatico silenzio, è entrato a gamba tesa sulle questioni politiche (e non tecniche) sottolineando che “Mario Monti è senatore a vita. Dunque non si può candidare perché è già parlamentare. Non è un particolare da poco, anche se qualche volta lo si dimentica”. Una frase con cui “riportare all’ordine” la sua creatura: Napolitano intima a Monti di non “macchiarsi” del colore di qualche partito (ma non solo…). Al di là delle implicazioni politiche dell’interventismo del Colle, c’è un fatto che è stato abbastanza trascurato: non è vero che Monti non si possa candidare. 

Napolitano sbaglia… – La legge infatti sembra dare torto al capo dello Stato. In primis perché non c’è niente che possa vietare al Professore di candidarsi alla Camera, ovviamente rinunciando al Senato (un’ipotesi poco credibile per motivi di buonsenso, perché sarebbe una sorta di “schiaffo” a Napolitano: Monti dovrebbe rinunciare alla nomina di senatore a vita che Re Giorgio gli ha conferito). Inoltre – e soprattutto – la legge elettorale non impedisce una possibile corsa di Monti a Palazzo Chigi: carta canta, e il “Porcellum” prevede che il capo della coalizione indicato dai partiti possa anche non essere candidato al Parlamento.

Porcellum, nessun vincolo – Anche nel caso in cui Napolitano, nel suo intervento a Parigi, alludesse all’impossibilità di Monti di essere a capo di una coalizione, sbagliava. Come detto, l’attuale legge elettorale, non pone alcun vincolo: le liste collegate che vogliono indicare il Professore come prossimo capo del governo lo possono fare, ovviamente con l’eventuale consenso di Monti stesso. Il Porcellum, infatti, non prevede in alcun suo comma che l’uomo a capo della coalizione debba essere candidato alla Camera o al Senato. Inoltre l’indicazione del capo della coalizione non è vincolante (come capo coalizione potrebbe essere indicato proprio Monti, e semmai il prossimo presidente della Repubblica potrebbe rifiutare la nomina del presidente del Consiglio: un’ipotesi, questa, da fantascienza politica).

Il piano di Re Giorgio – Alla luce di queste considerazioni, appaiono sempre più evidente – ammesso che ce ne fosse bisogno – i significati politici dell’intervento a gamba tesa di Re Giorgio. Non si tratta solo di un’implicita richiesta a Monti di non schierarsi con alcun partito in quest’ultima parte di legislatura. Si tratta anche e soprattutto del fatto che, come abbiamo scritto su Libero negli ultimi giorni, Napolitano ha le idee chiare e un disegno ben preciso da realizzare prima di abbandonare il Colle: spedire Pierluigi Bersani a Palazzo Chigi e Monti al Quirinale stesso. Peccato però (ahinoi) che il Professore ci abbia preso gusto, con la politica, ma soprattutto con Palazzo Chigi stesso…

“Un sentatore a vita non si può candidare al Parlamento perché già parlamentare. Non può essere candidato di nessun partito”. Così, con una dichiarazione formale il presidente della Repubblica toglie dall’imbarazzo Mario Monti. Il premier non può essere “opzionato” dai partiti ha sottolineato da Parigi il capo dello Stato precisando che solo dopo il voto i partiti lo possono coinvolgere. 


pubblicato da Libero Quotidiano

"Monti non si può candidare" Napolitano vuole ancora un premier non eletto

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Pierluigi Bersani ha paura di perdere. Pier o vince ora o non vince più. Aspetta questo momento da quando era ministro. Vuole palazzo Chigi. E non desidera ostacoli sul suo cammino. Già deve mal sopportare Matteo Renzi e gli altri che fanno la corsa alle primarie, poi se si mettesse in carreggiata anche Mario Monti per Bersani sarebbe la fine. E allora Pier manda un messaggio chiaro, col sigaro in bocca da cow boy che vuole vincere a tutti i costi dice: “Se Monti vuole dare una grossa mano  per il futuro è meglio non si metta nella mischia. Certo, ha tutti i diritti, ma ho sempre pensato che se si tenesse fuori dalla mischia  sarebbe meglio”, ha dichiarato ai cronisti che gli chiedevano un parere su una possibile discesa in campo del Prof. Insomma Bersani forse comincia ad avere paura. Teme tutto e tutti. Vede concorrenti ovunque. Ora vuole fare fuori Monti. Il prof lo stanno tirando per il loden da tempo. Montezemolo lo ha fatto quasi esplicitamente. Il ministro Riccardi ha fatto un endorsement per un monti-bis. Se dovesse decidere di dire sì allora ci sarebbe per Bersani un altro big da battere. Sempre che lui riesca a vincere le primarie…


pubblicato da Libero Quotidiano

Montezemolo pensa a un'ammucchiata di centro per candidare Monti. La votereste?

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Secondo voi Marina Berlusconi si deve candidare?

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Nicole Minetti dice di volersi candidare alle prossime regionali in Lombardia. La voterete?

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Il mondo cattolico chiede continuità forte rispetto allo stile del governo Monti ed al contempo chiede che l’agenda sia integrata con le questioni sociali e con lo sviluppo. E’ questo l’appello lanciato dalle associazioni cattoliche che si sono riunite a Todi dichiarandosi “disponibili a impegnarsi al servizio del Paese”.  ”La stagione inauguratasi con il governo Monti non si esaurisca e non si ritorni alla drammatica situazione precedente”, si legge nel documento scritto al termine dell’incontro dove si ricorda “il momento di gravissima crisi morale, politica ed economica” attraversata dall’Italia appena un anno fa, in coincidenza con il primo appuntamento di Todi, quando il governo era ancora guidato da Silvio Berlusconi. I cattolici riconoscono “al governo Monti l’indubbio merito di aver ridato dignità alle istituzioni, garantito una forte ripresa di credibilità del Paese a livello europeo ed internazionale, di aver   superato l’asfittico sistema bipolare, causa di contrapposizioni durissime e insieme di immobilismo politico”.

Raffaele Bonanni, chiudendo il meeting, ha rafforzato l’endorsement: “La personalità di Monti si staglia di fronte a tanti populisti di destra e sinistra: ha salvato il Paese”. E se da un parte i cattolici “non hanno il compito di fondare un nuovo partito cattolico”, dall’altra, osserva il leader della Cisl, “siamo fortemente interessati a una nuova offerta politica e facciamo appello a tutti coloro che si riconoscono nell’agenda Monti, nella dottrina sociale della Chiesa e nei valori della Repubblica”.  Poi la richiesta di una nuova legge elettorale, la riforma delle istituzioni dello Stato e i tagli ai costi della politica per aiutare la crescita e le fasce più deboli della società con un patto per il lavoro. A Todi la disillusione per i partiti, per la loro “persistente incapacità di procedere a un autonomo rinnovamento” – rileva il documento condiviso dalle sigle promotrici dell’incontro, ossia Cisl, Acli, Mcl, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative, è tangibile. “Servono otri nuovi, sennò nel legno vecchio il vino diventerà aceto”, sintetizza con una metafora Bonanni. Ma al di là di chi si prenderà la responsabilità di tradurre in qualcosa di concreto, sul piano politico, questa istanza di rinnovamento, di chi ci metterà la faccia la spinta a costituire un nuovo soggetto politico, è condivisa. Con la consapevolezza, che “al prossimo governo serve una maggioranza autenticamente politica”, recita il documento programmatico di Todi 2. Insomma, il tabù del partito è caduto e c’è chi, dietro le quinte, annuncia novità per metà novembre. Il numero uno delle Acli, Andrea Olivero, parla apertamente di “nuovo contenitore” e non nasconde che la possibilità della prossima discesa in campo di una neo-formazione, anche attraverso “la formula leggera della lista civica” non è fantascienza.

Elisa Calessi

Non è solo Antonio Placido, sindaco di Rionero in Valture, Basilicata, ad aver scoperto di aver firmato a sua insaputa l’appello in difesa di Massimo D’Alema. Stessa cosa, si scopre, è accaduta a Sabrina Rocca, candidata del centrosinistra alle ultime amministrative a Trapani. Come Placido (e come, pare, altri) ha letto il suo nome tra i settecento dell’appello pubblicato lunedì dall’Unità per sostenere l’importanza di ricandidare in Parlamento il presidente del Copasir. Peccato che Rocca non fosse stata avvertita: «Non sapevo di quella pagina dell’Unità», ha  raccontato al Fatto quotidiano, «ma ho trovato la casella di posta piena di insulti: molti mi esprimevano il loro disappunto per aver trovato il mio nome tra quella fila di sostenitori di D’Alema. Mi dicevano: ma proprio lei che fa la dissidente del Pd, adesso firma in favore di D’Alema?». Rocca, infatti, non è in buoni rapporti con i vertici del Pd: indicata come candidato da Sinistra e libertà, solo in un secondo tempo anche il suo partito si era accodato. Ma le sorprese non sono finite. Prosegue l’inconsapevole firmataria: «Dopo aver visto che il mio nome compariva effettivamente tra le settecento firme per D’Alema ho subito contattato i vertici nazionali del partito: “Lei ha ricevuto una mail”, mi hanno detto. Ho cercato tra la posta, ed in effetti avevo ricevuto la mail con l’appello, ma non l’avevo mai letta. Come hanno fatto dunque ad includermi tra i firmatari dell’appello, se non avevo neanche risposto?». Dal che si deduce un altro particolare non di poco conto: la campagna per l’appello in favore di D’Alema è partita dal Nazareno, dal «partito». 

L’iniziativa, insomma, è nata male e prosegue peggio. Nicola Latorre, ex fedelissimo di D’Alema, si è pubblicamente dissociato definendolo un «autogol». E molti, ieri in Transatlantico, ironizzavano sul numero ridotto e anche sulla modestia delle firme che pure sono autentiche. «Uno come D’Alema avrebbe dovuto metterne insieme almeno mille o duemila. E poi di livello, non roba così».

 

Berlusconi potrebbe decidere di farsi da parte in nome di un grande partito che riunisca tutti i moderati. Perché, scrive oggi Repubblica, solo se il Cavaliere restasse dietro le quinte e non in prima fila potrebbero farsi avanti Luca Cordero di Montezemolo o Corrado Passera. 

“Farmi da parte è l’unico modo per convincere Montezemolo”, avrebbe detto il Cavaliere ad alcuni suoi fidati, “lui, o uno come Passera, ad accettare la guida di una grande coalizione dei moderati. Con me in prima fila non lo faranno mai”. A queste condizioni potrebbero quindi tornare in gioco anche il leader dell’Udc Pierferdinando Casini che finora ha sempre rifiutato un’alleanza con il Pdl, e Gianfranco Fini che sarebbe disposto a mettere da parte le ultime polemiche – e querele – in nome di un grande centro.

Insomma, l’idea è quella di fare un Ppe in salsa italiana che possa contrapporsi ad un centrosinistra che vedrà Pd, Idv e Sel alleati. In questo scenario Berlusconi sarà “solo” alla regia.  

 

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