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candidarsi

Giorgio Napolitano ha deciso: Monti non è candidabile. Peccato che non sia vero. Monti è candidabilissimo come premier indicato da una coalizione, e anzi con l’attuale legge elettorale ogni alleanza ha l’obbligo di indicare un nome come “Capo della coalizione”, con la dichiarata volontà di portarlo a Palazzo Chigi. Di più: per un senatore a vita non vi è alcun esplicito divieto di candidarsi alla Camera dei deputati, e in caso di elezione optare per Montecitorio o Palazzo Madama. Decidere se e a che cosa candidarsi spetterà perciò solo a Monti.
Giorgio Napolitano, una volta di più, si è comportato come fosse investito di poteri di cui invece nell’attuale ordinamento italiano il presidente della Repubblica non gode. Parlava da Parigi, ma non è l’aria notoriamente elettrizzante della Ville Lumière ad avergli fatto confondere le sue prerogative con quelle volute da De Gaulle per il presidente francese. Tali prerogative, infatti, “Re Giorgio” (da qui l’appellativo con cui laudatori e avversari lo designano nei fuori onda) se le sta attribuendo quasi fossero ovvie, “moral suasion” dopo “moral suasion”, nella plaudente indifferenza dei media sempre più proni o anestetizzati. A questo punto manca solo che nello sciogliere le Camere indichi anche le percentuali di voto che devono andare a ciascun partito, e potremo risparmiare i soldi e la fatica dell’election day.

Per anni Napolitano non ha esercitato il potere che la Costituzione gli riconosce davvero, rifiutare la firma di una legge, anche quando si trattava delle ricorrenti leggi-vergogna berlusconiane, autentiche leggi-mazzata contro la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, ma da quando ha creato il “suo” esecutivo non fa che intervenire perfino sui dettagli delle leggi e della conduzione del governo. Con distorsioni micidiali sui poteri de facto dell’istituto che ancora per qual che mese ricoprirà, e che si trasmetteranno pericolosamente anche al successore. La sentenza che ha chiesto alla Corte costituzionale (sentenza già scritta, secondo il miglior presidente della Consulta, Zagrebelsky), è solo la più minacciosa e grave di tali distorsioni.

di Fausto Carioti

Il voto anticipato, nell’aria da giorni e di fatto ancorato all’election day del 10 marzo durante il vertice di ieri al Quirinale, costringe il partito del Monti-bis a uscire allo scoperto. S’intende: il partito vero, quello che va dalla Casa Bianca ai grandi fondi d’investimento della City, non il wannabe che sarà lanciato oggi da Luca Cordero di Montezemolo. Come prima mossa questo schieramento chiede a Monti di compiere un passo avanti, candidandosi alle elezioni politiche. Monti resta contrario all’idea, sia perché non intende pregiudicarsi la poltrona sul Colle, sia per ragioni caratteriali (gli schizzi che volano in campagna elettorale gli imbrattano il loden). Ma le sue convinzioni non sono più così tetragone. L’impressione, confidata dal presidente del Consiglio all’amico e spin doctor Enzo Moavero Milanesi e alla strettissima cerchia di interlocutori di cui si fida, è che alla fine candidarsi sarà per lui una scelta obbligata.

C’è allarme, tra i fan internazionali di quello che l’apologetico Financial Times ieri ha definito «il figlio prediletto di Milano», perché i calcoli ritenuti validi sino a pochi giorni fa rischiano di rivelarsi sbagliati. Il Monti bis era considerato, se non una certezza, un evento altamente probabile. Bastava che il Professore si tenesse da parte, senza immischiarsi nella bagarre politica, dichiarasse una generica disponibilità a guidare il prossimo governo, ovviamente nel deprecabile caso in cui il Parlamento uscito dalle elezioni non fosse riuscito a insediare un governo politico, e il gioco era più o meno fatto. La vittoria ai punti della sinistra, data per scontata, non avrebbe comunque impedito la nascita di una grande coalizione e di un esecutivo affidato al bocconiano, specie se nel frattempo fosse intervenuta una riforma elettorale in grado di ridurre il premio di maggioranza previsto dal Porcellum. In caso contrario ci avrebbe pensato l’imprevedibilità del voto al Senato, con il premio deciso su base regionale, a rendere necessaria l’intesa tra avversari. 

Monti la sua parte l’aveva fatta il 27 settembre, guarda caso a New York, dicendo in pubblico – su esplicita richiesta del segretario statunitense al Tesoro, Tim Geithner -che avrebbe «preso in considerazione» l’ipotesi di un secondo mandato, se solo gli fosse stato richiesto. Era il segnale atteso dall’amico Barack Obama. Questa disponibilità, però, sembra non bastare più.

Per paradosso, proprio quando diventa concreta la possibilità di legare il premio di maggioranza a una soglia irraggiungibile per la coalizione Pd-Sel, la paura che Monti possa non essere confermato premier si fa più forte. Il crollo verticale del Pdl nei sondaggi; la crescita dei grillini, primo partito in Sicilia (e ancora da valutare in Italia); la determinazione di Pier Luigi Bersani nel proseguire l’alleanza con Nichi Vendola, cioè con uno che promette di fare l’esatto opposto di quanto previsto nell’agenda di Monti; la volontà di Giorgio Napolitano (ritenuto una garanzia dagli interlocutori internazionali) di non essere lui quello che darà l’incarico al prossimo premier (e allora chi?): tutti fattori che fanno ritenere un governo politico di centrosinistra, figlio magari di alleanze innaturali tra Sel e l’Udc o tra il Pd e il Movimento 5 stelle, un pericolo da prendere in considerazione.

Così a Palazzo Chigi sono arrivate nuove richieste. Gli interlocutori sono gli stessi di prima, ma ora hanno aspettative più alte: se Monti vuole fare il premier, si candidi come premier. Partiti e associazioni che lo implorano di adottarli non mancano. 

L’invito è giunto in molti messaggi privati. Non è un mistero che l’ambasciatore statunitense a Roma, David Thorne, voglia regalare a Obama un’Italia «normalizzata» e affidata alle mani amiche di Monti. Un disegno ovviamente condiviso dal Vaticano. Il pressing si sta facendo asfissiante e adesso è diventato anche pubblico. Ieri il Financial Times, quotidiano inglese che mette su carta i desideri della City, ha dedicato alla questione un editoriale. Dopo aver raccontato che «l’idea più interessante» è che Monti «possa guidare una lista sostenuta da leader della società civile, forse in alleanza con i centristi o i partiti del centro sinistra», conclude – in modo tutt’altro che imprevedibile – che «la logica della situazione potrebbe alla fine costringere Monti a candidarsi».

Esito che traspare pure dalle parole del ministro dell’Economia. Intervistato dallo stesso quotidiano, Vittorio Grilli avverte che per andare avanti sulle riforme «serve un mandato politico forte», cioè un governo legittimato dalle elezioni, e non esclude che alcuni membri dell’attuale esecutivo possano rimanere al potere anche al prossimo giro.

Nel caso Monti dovesse davvero candidarsi, sarà interessante vedere cosa farà il Pdl. Era la domanda che girava ieri nei palazzi romani, alla quale i diretti interessati non sapevano dare risposta univoca. Lo stesso Silvio Berlusconi, ieri a Milanello, prima ha detto che «dopo un anno di governo tecnico i dati sono disastrosi», poi però si è guardato bene dallo sbattere la porta in faccia all’ipotesi di Monti leader dei moderati. «È lui che deve decidere cosa fare, bisogna domandarlo a lui», ha detto. 

Del resto Monti alla guida del centrodestra è una vecchia idea del Cavaliere. Se l’alternativa fosse tra andare al massacro insieme alla Lega e mettersi con Pier Ferdinando Casini e Montezemolo, per puntare alla vittoria contro la sinistra sotto le insegne di Monti, Berlusconi ci penserebbe sopra molto bene.

Si voterà il 10 marzo e Mario Monti a questo punto potrebbe candidarsi davvero. Ieri infatti il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha annunciato che si andrà al voto fra quattro mesi in Lombardia, Molise e Lazio ed è sempre più probabile un “election day” che accorpi quindi regionali e politiche. Insomma, una vittoria di Silvio Berlusconi e del Pdl contrari allo spreco quantificato in 100 milioni se si fossero tenute disgiunte le due votazioni. E una sonora sconfitta per Napolitano e per il leader del Pd, Pierluigi Bersani. Il presidente infatti non voleva anticipazioni del voto delle politiche per non dover essere lui a scadenza del mandato a investire il nuovo governo, mentre il segretario del Pd premeva per votare prima alle Regionali e poi alle politiche, per poter sfruttare meglio l’onda lunga di una probabile vittoria alle consultazioni locali. 

E ora che le elezioni si avvicinano Monti deve decidere cosa fare. Il premier ha sempre sostenuto che si sarebbe candidato se qualcuno glielo avesse chiesto. E ora sembra che qualcuno glielo abbia chiesto davvero. Come spiega Fausto Carioti su Libero in edicola oggi sabato 17 novembre, il “partito vero”, quello che va dalla Casa Bianca ai grandi fondi d’investimento della City, vuole che Monti si candidi alle Politiche perché l’alternativa, con un Pdl in caduta libera, è un’alleanza fra Pd e Sel con l’incognita del Movimento di Grillo, primo partito in Sicilia e in crescita in tutta Italia. Monti, scrive Carioti, “resta contrario all’idea, sia perché non intende pregiudicarsi la poltrona sul Colle, sia per ragioni caratteriali (gli schizzi che volano in campagna elettorale gli imbrattano il loden)”. Eppure a questo punto le sue posizioni non sono più così salde. “L’impressione, confidata (…) dal presidente del Consiglio all’amico e spin doctor Enzo Moavero Milanesi e alla strettissima cerchia di interlocutori di cui si fida, è che alla fine candidarsi sarà per lui una scelta obbligata”. 

 

Grillo attira anche i massoni. Sul portale del Movimento 5 Stelle lombardo sono state pubblicate le auto-candidature in vista delle prossime elezioni regionali. Per ciascuna Provincia è stato pubblicato un elenco di nomi, con tanto di foto e curriculum, che dovranno essere sottoposti al vaglio degli iscritti. Nella lista dei trenta candidati bresciani (tra cui verranno scelti i 10 che effettivamente correranno per un posto al consiglio regionale) c’è anche il nome di Vincenzo Freni. Messinese, medico alla clinica San Rocco di Ome, classe 1962, è stato per anni un esponente attivo della Gran loggia regolare d’Italia e ha rivestito anche la carica di Gran maestro lombardo, figurando tra i fondatori della loggia bresciana “Lithos”, poi rinominata “Camillo Golgi”.

Tempismo sospetto. La motivazione ufficiale e’ che il consigliere regionale voleva candidarsi una terza volta. Ma Grillo e Casaleggio questo lo sapevano gia’ mesi fa. Fabrizio Biolè si era schierato contro il fondatore del gruppo di liste civiche nelle polemiche su Federica Salsi: LEGGI LETTERA LICENZIAMENTO.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Movimento 5 Stelle: espulso consigliere del Piemonte

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Mentre in Sicilia, seggio dopo seggio, il Movimento 5 stelle si scopre primo partito, Beppe Grillo parla di cambiamento epocale e pubblica le regole per la candidatura alle elezioni politiche del 2013. Lo fa con un comunicato politico (il numero 53) messo online sul suo blog, in cui l’ex comico, oltre a mettere i paletti per gli aspiranti parlamentari a 5 Stelle, si definisce “capo politico” del movimento ribadendo però la sua veste di garante, di controllore, perché “le soglie di attenzione devono essere molto alte”.


pubblicato da Libero Quotidiano

La Santanchè dice che le primarie vanno annullate e che Berlusconi deve candidarsi premier. Voi siete d'accordo?

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“Io non chiederò a Massimo D’Alema di candidarsi, io non chiedo a nessuno a candidarsi”. Così il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, ha risposto all’eminenza grigia del partito. Umiliandolo. La risposta è arrivata poche ore dopo la dichiarazione di Baffetto, che spiegava: “Mi ricandido se me lo chiede il partito”. Un modo “gentile ed educato” per spiegare che lui, la poltrona non la vuole lasciare. Un modo “gentile ed educato” per affrancarsi dalle posizioni di Walter Veltroni, che al contrario ha annunciato di volersi fare da parte: non si ricandiderà.

 

Il sondaggio: quale dinosauro del Pd

volete vedere a casa per primo?

 

La bomba è stata sganciata – Nella diatriba, come detto, si è inserito a gamba tesa Bersani: “L’esigenza di rinnovamento c’è, la si fa con serietà. Sono certo della responsabilità e generosità di chi l’ha fatto il Pd, un partito che va rispettato”. Ma intanto la bomba è stata sganciata. Lui, Bersani, non andrà a chiedere a D’Alema se vuole candidarsi. Semmai il contrario: dovrà essere l’eminenza grigia del Pd ad andare al cospetto del segretario per chiedergli umilmente un posto in Parlamento.

“Venga a chiedermelo…” – “Serve rispetto delle persone e delle regole, sono uno che farà applicare la regola – ha proseguito Bersani -, una regola che nessuno ha e che chiede gli altri”. La regola in questione, per inciso, è che chi ha più di 15 anni di Parlamento alle spalle si dovrà fare da parte. “Chi ha fatto più di 15 anni – ha proseguito il leader democratico – deve chidere una deroga singolarmente alla Direzione nazionale, ma credo che da qui a lì questo tema sarà risolto”. Eccola, in quest’ultima frase, la conferma: D’Alema si vuole ricandidare? Vada a chiederglielo… Poi un’altra staffilata: “Si può essere protagonisti senza essere parlamentari”, ha aggiunto Bersani.

 

www.forum.spinoza.it

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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Di Pietro vuole candidarsi alle primarie del Pd. Secondo voi…

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