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Dopo la sentenza della Consulta sul conflitto di attribuzione tra il Capo dello stato e la Procura di Palermo, le reazioni non si sono fatte attendere. Da più parti arrivano le manifestazioni di fiducia e soddisfazione nei confronti della Corte costituzionale, ma nessuno si sbilancia prima di conoscere le motivazioni della decisione.

Si è aperta in Corte Costituzionale l’udienza sul conflitto d’attribuzione sollevato dal Capo dello Stato nei confronti della Procura di Palermo. La Consulta è chiamata a decidere sul nodo delle intercettazioni indirette di alcune conversazioni telefoniche di Giorgio Napolitano con l’ex ministro Nicola Mancino, le sui utenze erano state messe sotto controllo su mandato dei pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

In udienza è presente anche il procuratore capo di Palermo Messineo. ”Sono qui perché credo sia un momento interessante: ma non faccio nessuna previsione né parlo di stati d’animo” ha detto il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, presente all’udienza. ”Non ho mai visto un’udienza di fronte alla Consulta – ha aggiunto – e mi interessava assistervi”.

Non si sa ancora se la decisione dei giudici verrà resa nota già domani. Quello che è certo è che quella che si svolgerà sarà un’udienza fondamentale per la risoluzione del conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato sorto tra il Quirinale e la Procura di Palermo. Dopo che il 23 novembre scorso sono stati depositati alla Corte costituzionale gli atti di una memoria illustrativa della procura, la Consulta terrà l’udienza pubblica per esaminare da una parte il ricorso promosso dal capo dello Stato Giorgio Napolitano dopo che sono state intercettate alcune sue conversazioni telefoniche con l’ex ministro Nicola Mancino, le cui utenze erano state messe sotto controllo dai pm che indagano sulla presunta trattativa Stato-mafia; e dall’altra per valutare le controdeduzioni dei magistrati palermitani.

E’ morto, all’eta di 75 anni, Guido Mussolini, figlio di Vittorio (il primogenito di Benito Mussolini), rientrato in Italia dopo 50 anni vissuti all’estero. Capo della famiglia per diritti storici – araldici, il nipote del duce, si è spento nella sua casa romana all’età di 75 anni. Peronista, presidente onorario della Fiamma Tricolore di Pino Rauti, poi del Movimento Sociale Europeo nel 2001 fu il candidato sindaco per il Campidoglio per Forza Nuova.

Guido aveva scritto il libro: “Mussolini, l’uomo della pace” dedicato al nonno. I funerali , avranno luogo martedì 4 dicembre , nella chiesa parrocchiale di S. Roberto Bellarmino, a piazza Ungheria ore 15.

 

 


Oltre mezzo miliardo di euro, presente nella lista Lagarde, appartiene alla signora Margaret Papandreou, madre dell’ex primo ministro socialista Giorgios che è anche presidente dell’Internazionale socialista? Così scrive oggi il giornalista Spiros Karazaferris, citando i quotidiani Step e Proto Tema. Secondo i quali la notizia risulterebbe dal file inviato al parlamento greco dai pubblici ministeri che indagano sulla lista di evasori, che l’allora ministro delle finanze francese, Christine Lagarde, inviò due anni fa per corriere diplomatico ai parigrado di Atene. Ma che i due ex titolari di quel dicastero, Papacostantinou e Venizelou, non hanno mai protocollato. E che una decina di giorni fa è stata inviata nuovamente ad Atene.

Gli arresti domiciliari disposti per Alessandro Sallusti continuano ad alimentare polemiche: ora a lamentarsene publicamente c’è anche l’intero Foro milanese, sia dalla parte della Procura che della Camera Penale, che vedono nel provvedimento con il quale al direttore del Giornale è risparmiato il carcere un “trattamento speciale”. I pm della Palazzo di Giustizia, che si sono visti imporre una scelta straordinaria del Procuratore Capo Edmondo Bruti Liberati, sono pronti a inviare ai giudici della sorveglianza centinaia di fascicoli relativi a condannati che avrebbero diritto ai domiciliari come Sallusti, ma per i quali non è stata fatto valere dal Procuratore Capo lo stesso metro di giudizio. Insoddisfatti per la stessa ragione sono anche gli avvocati, che vorrebbero che con altrettanta semplicità pene alternative alla detenzione in progione vengano concesse a imputati o condannati meno rinomati di Sallusti.

Malumori in Procura – Tra gli scontenti ci sono Chiara De Iorio, pm titolare del fascicolo Sallusti, e i suoi colleghi dell’ufficio esecuzione. Il malumore viene dalla decisione di Bruti Liberati, dopo che erano scaduti i termini di sospensione della carcerazione senza che i legali del direttore del Giornale presentassero domanda per scontare la pena di anno e 2 mesi con misure alternative al carcere, di far valere la cosiddetta legge “svuota-carceri”. Norma che consente di concedere i domiciliari al condannato senza che lo stesso ne faccia richiesta. Per il Procuratore Capo il caso presenta i presupposti perché Sallusti ne benefici, ma la decisione è venuta senza che l’accordo della pm titolare dell’inchiesta nè dei suoi colleghi. L’intervento di Bruti Liberati, fanno sapere dagli ambienti vicini alla Procura, è il primo del suo genere, mentre decisioni dello stesso calibro non sono mai state prese per condanati con situazioni processuali simili. Per questo i pm stanno pensando di chiedere per altre centinaia di condannati i domiciliari, così da far valere la decisione del Procuratore Generale in maniera unanime per tutti.

Avvocati indispettiti – Proprio su quest’ultimo passaggio si innesta lo scontento della Camera Penale di Milano, che in una nota ufficiale sostiene che gli arresti domiciliari a Sallusti dimostrano “il binario differenziato adottato talvolta, e sempre in favore di chi ha una posizione privilegiata, in evidente contrasto con la scritta la legge è uguale per tutti”. Gli avvocati milanesi non desiderano vedere il direttore in prigione, chiariscono, ma si augurano che lo stesso metro di giudizio venga utilizzato anche per gli altri casi all’attenzione della Procura milanese. “L’unico modo per togliere il sospetto di una decisione presa solo in considerazione del clamore della vicenda processuale – si legge ancora nella nota -, non può che individuarsi in una generalizzata applicazione di questa linea interpretativa”. 

Nello sviluppo normale dell’individuo, secondo alcune teorie psicoanalitiche, occorre che avvenga un parricidio psicologico. Per divenire adulto e autodeterminarsi il giovane deve mettere in discussione le regole, gli insegnamenti e l’autorità che fino a quel momento le figure paterne gli avevano trasmesso. Questa presa di distanza spesso sfocia in un conflitto doloroso in cui sembra che non ci sia mediazione. I genitori di figli adolescenti, che vivono questo momento conflittuale, spesso soffrono perché non capiscono come mai il loro figliolo, che fino ad allora era così dolce e carino, improvvisamente divenga un mostro che li aggredisce e li mette in discussione.

Il presidente della Repubblica, irritando il premier che si è trincerato dietro a un enigmatico silenzio, è entrato a gamba tesa sulle questioni politiche (e non tecniche) sottolineando che “Mario Monti è senatore a vita. Dunque non si può candidare perché è già parlamentare. Non è un particolare da poco, anche se qualche volta lo si dimentica”. Una frase con cui “riportare all’ordine” la sua creatura: Napolitano intima a Monti di non “macchiarsi” del colore di qualche partito (ma non solo…). Al di là delle implicazioni politiche dell’interventismo del Colle, c’è un fatto che è stato abbastanza trascurato: non è vero che Monti non si possa candidare. 

Napolitano sbaglia… – La legge infatti sembra dare torto al capo dello Stato. In primis perché non c’è niente che possa vietare al Professore di candidarsi alla Camera, ovviamente rinunciando al Senato (un’ipotesi poco credibile per motivi di buonsenso, perché sarebbe una sorta di “schiaffo” a Napolitano: Monti dovrebbe rinunciare alla nomina di senatore a vita che Re Giorgio gli ha conferito). Inoltre – e soprattutto – la legge elettorale non impedisce una possibile corsa di Monti a Palazzo Chigi: carta canta, e il “Porcellum” prevede che il capo della coalizione indicato dai partiti possa anche non essere candidato al Parlamento.

Porcellum, nessun vincolo – Anche nel caso in cui Napolitano, nel suo intervento a Parigi, alludesse all’impossibilità di Monti di essere a capo di una coalizione, sbagliava. Come detto, l’attuale legge elettorale, non pone alcun vincolo: le liste collegate che vogliono indicare il Professore come prossimo capo del governo lo possono fare, ovviamente con l’eventuale consenso di Monti stesso. Il Porcellum, infatti, non prevede in alcun suo comma che l’uomo a capo della coalizione debba essere candidato alla Camera o al Senato. Inoltre l’indicazione del capo della coalizione non è vincolante (come capo coalizione potrebbe essere indicato proprio Monti, e semmai il prossimo presidente della Repubblica potrebbe rifiutare la nomina del presidente del Consiglio: un’ipotesi, questa, da fantascienza politica).

Il piano di Re Giorgio – Alla luce di queste considerazioni, appaiono sempre più evidente – ammesso che ce ne fosse bisogno – i significati politici dell’intervento a gamba tesa di Re Giorgio. Non si tratta solo di un’implicita richiesta a Monti di non schierarsi con alcun partito in quest’ultima parte di legislatura. Si tratta anche e soprattutto del fatto che, come abbiamo scritto su Libero negli ultimi giorni, Napolitano ha le idee chiare e un disegno ben preciso da realizzare prima di abbandonare il Colle: spedire Pierluigi Bersani a Palazzo Chigi e Monti al Quirinale stesso. Peccato però (ahinoi) che il Professore ci abbia preso gusto, con la politica, ma soprattutto con Palazzo Chigi stesso…

I vescovi scendono in campo per Mario Monti e contro Giorgio Napolitano. Lo fanno, dopo che il capo dello Stato aveva detto che il premier è “non candidabile”, con un articolo del quotidiano Avvenire a firma del direttore Marco Tarquinio. “La dignità di senatore a vita esclude la possibilità di una candidatura personale al Parlamento, ma non riduce in alcun modo la libertà di opinione e di azione politica del cittadino che l’ha ricevuta. Mario Monti – prosegue Tarquinio – non è uomo da panchina e questo è un tempo nel quale risorse preziose come quella dell’attuale presidente del Consiglio vanno spese per il bene del Paese”. Secondo il direttore del quotidiano della Cei, dunque, “solo l’attuale premier può e potrà dire del proprio eventuale ulteriore impegno dopo il servizio che ha reso al Paese in questa fase tecnica, non esente da pecche, ma indispensabile e meritorio. Solo lui – insiste Tarquinio – può e potrà farlo, e nessun altro. Nemmeno il capo dello Stato”.

Era considerato uno dei boss emergenti, protagonista, tra gli altri giovanissimi criminali della faida di Scampia che ha lasciato sull’asfalto di Napoli una lunga striscia di sangue. Mariano Abete (il primo da sinistra nella foto, ndr), 21 anni, è stato arrestato. Nelle settimane scorso era stato il capo della Antonio Manganelli, a rafforzare il controllo del territorio e mettere in piedi un dispositivo di contrasto. L’11 settembre scorso il procuratore aggiunto di Napoli Sandro Pennasilico aveva lanciato il suo grido d’allarme. 

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