Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

Colle

 

Sic transit gloria mundi. E che le “cose” del mondo siano effimere, che tutto possa cambiare da un momento all’altro, lo fotografa con chiarezza il barometro dei rapporti tra il Capo dello Stato e il presidente del Consiglio. Tra Giorgio Napolitano e Mario Monti. Tra l’uomo che ha voluto a tutti i costi il Professore al governo e tra il Professore stesso. Ieri, giovedì 22 novembre, l’intervento a gamba tesa del Colle, interventista, come sempre: “Monti non è candidabile. E’ senatore a vita. Può essere coinvolto nei giochi della politica soltanto dopo il voto. E il Quirinale non sponsorizza soluzioni”. E ancora, Napolitano: “Una lista di Monti? Non so che senso avrebbe”. Affermazioni gravide di implicazioni politiche. Affermazioni che sottolineano l’incrinarsi dell’asse tra Re Giorgio e Mario.

Ingolosito da Palazzo Chigi – Ma che cosa è passato per la mente di Napolitano? Facile intuirlo. A Re Giorgio non va giù il fatto che Monti si stia facendo ingolosire dalla politica declinata da Palazzo Chigi. Non è più un mistero, infatti: dopo le iniziali (e poco convincenti) chiusure, da settimane il premier ha cambiato atteggiamento. Certo, per lui è pronta la sedia da presidente della Repubblica. Che però gli piace di meno. Monti vuole continuare la sua opera da Presidente del Consiglio. Vuole un nuovo mandato. E proprio per questo motivo nelle ultime settimane aveva lasciato che si facesse il suo nome, e non soltanto per un eventuale bis da “nominato”, ma proprio per qualche forma di partecipazione alle elezioni. Molteplici esternazioni (dall'”abbiamo salvato l’Italia dalla catastrofe” fino alle chiusure sul bilancio europeo) dimostrano infatti che la campagna elettorale di Mario è (o era, a questo punto?) iniziata.

La creatura “si ribella” – Napolitano, però, non ci sta. La rabbia del Colle per il mutato atteggiamento del premier è tangibile. Per esprimere il concetto con parole spicce e lontane dal politichese, per Napolitano il “suo” Monti si è montato la testa. Inoltre Re Giorgio fatica a digerire l’ipotesi che la “sua creatura”, il Professor Mario, ora voglia agire di testa sua, fuori dagli schemi. Ovvio che Napolitano ambisca a un secondo mandato del premier, ma non può accettare che Monti “si sporchi le mani” avvicinandosi a questo o a quel movimento politico: premier sì, ma soltanto se “nominato” dopo le elezioni, come uomo super-partes e lontanto da qualsiasi logica di partito. Per Napolitano, insomma, Monti non si deve misurare col consenso popolare né deve appiccicarsi alcuna etichetta di partito sulla giacchetta; semmai Monti può essere solo “imposto”.

L’irritazione del Professore – Di pari passo viagga l’irritazione di Monti stesso, che un intervento come quello di ieri, duro e tagliente, non se lo aspettava proprio. Monti si chiedeva come Napolitano avesse preso la “nomination” ricevuto sabato alla convention di Montezemolo e Riccardi? Una risposta è arrivata: Re Giorgio l’ha presa malissimo. Il premier ora è irritato, non vuole che la forza coercitiva del Colle lo ferni. E Monti la sua irritazione l’ha fatta emergere con una sottile arma diplomatica: quella del silenzio. Dal premier, ieri, nemmeno un commento alle parole di Napolitano. Il Professore c’ha preso gusto. Vuole fare politica e, forse, vuola anche provare a farsi eleggere. Ma il suo “capo” quirinalizio gli dice di no, gli dice che non è possibile. Sic transit, gloria mundi

 

Beppe Grillo lancia il leader di Italia dei Valori nella corsa al Colle. “E’ onesto, vada al Quirinale”. L’ex pm – alle corde dopo la puntata su Rai3 in cui e’ stato denunciato il patrimonio immobiliare di Idv – ha fatto molti errori ma “è un uomo onesto e ha fatto opposizione da solo in Parlamento”, dice Grillo. “E’ l’unico che ha avuto la schiena dritta tra pigmei”. Antonio Borghesi: “Di Pietro non è il boia di Italia dei Valori!”.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Di Pietro: "Idv è morta con Report". Prove di alleanza con Movimento 5 Stelle

Notizie del italia, economia, notizie italia

Monti premier, Berlusconi alla Camera, Casini al Senato, Draghi al Colle, Bersani e Montezemolo vice di Monti. Ecco, secondo Dagospia, il prossimo assetto politico italiano. Con l’incognita Della Valle che potrebbe essere la vera rivelazione delle elezioni del 2013.

Monti e Berlusconi – Il Cavaliere, sostiene Dagospia, non si ricandiderà. Lo avrebbe già ufficialmente comunicato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e a Mario Monti. Berlusconi non vuole fare il premier, ma il presidente della Camera o del Senato. Tanto che starebbe lavorando per partecipare al tavolo della grande coalizione che sosterrà un governo Monti bis. Non nominerà invece come suo successore al Pdl Luca Cordero di Montezemolo che non vince nei sondaggi.
Bersani e Renzi – Nel caso in cui Bersani vincesse le primarie del Pd farebbe il vicepresidente politico unico di Monti per poi sostituirlo nel 2014 quando il Professore si trasferirà in Europa al posto di Van Rompuy. Se dovesse pareggiare o vincere di poco sarà uno dei vicepresidenti, mentre Matteo Renzi erediterebbe la guida del Pd.
Casini e Draghi – Il leader dell’Udc punta alla presidenza del Senato visto che al Colle potrebbe andare Mario Draghi. Sembra che Angela Merkel, infatti, voglia un tedesco alla Bce. 
D’Alema e Frattini – A  Massimo D’Alema potrebbe andare la Farnesina se il Pd si confermasse primo partito, altrimenti dovrà vedersela con Franco Frattini. 
Montezemolo e Della Valle- Potrebbe con l’appoggio di Letta e Berlusconi aspirare alla vicepresidenza del Consiglio insieme a Bersani ma potrebbe anche accettare di divenire ministro degli Esteri. Della Valle – Diego Della Valle sembra sempre più affascinato dal mondo della politica. E potrebbe anche essere lui, sostiene Dagospia, la rivelazione delle elezioni 2013. 

Giorgio Napolitano interviene sul caso Sallusti, direttore de Il Giornale che rischia il carcere per diffamazione per una vicenda che risale al 2007. Su twitter Pasquale Cascella, portavoce del presidente della Repubblica, ha scritto che il Quirinale “segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione”. La precisazione è seguita alla richiesta, da parte di Mario Adinolfi del Pd che ha chiesto un intervento del capo dello Stato.

Mercoledì il verdetto dei giudici della Cassazione che si occuperanno del caso, ma non potranno entrare nel merito, controllando soltanto la regolarità formale del giudizio. Se la Corte non avrà nulla da eccepire, la Cassazione non potrà fare altro che confermare la sentenza d’appello. 

Doppia coppia: Mario & Mario. Potrebbe essere questo lo scenario politico italiano all’indomani delle elezioni 2013. Con Mario Monti ancora presidente del Consiglio e l’altro Mario, Draghi, presidente della Repubblica. L’attuale presidente della Banca centrale europea metterebbe a frutto così in campo nazionale i successi che sta mietendo in Europa in  tandem col suo omonimo presidente del Congilio italiano. Alla Eurotower (sede della Bce), Draghi lascerebbe il posto a un tedesco, che spianerebbe la strada alla rielezione della cancelliera Angela Merkel (in Germania si vota nell’autunno del prossimo anno). Lo scenario di fanta-politica continentale, dipinto dal sito Dagospia.com, si completa con la permanenza di Mario Monti a Palazzo Chigi anche nel 2013. Ma solo per un anno: una volta terminato “the italian job”, il Prof diventerà presidente del Consiglio europeo al posto del belga Van Rompuy. A questo punto resterebbe da sistemare il futuro del terzo e ultimo Supermario made in Italy: Balotelli. Chissà che, stufo del gosspi britannico, l’eroe degli ultimi campionati europei non decida di arricchire col suo talento e le sue mattane il noioso campionato di calcio nostrano?

In questo scenario definito dai poteri forti europei,  è legittimo chiedersi a cosa servano le prossime elezioni politiche. Semplice (secondo Dago): a definire i piazzamenti per le posizioni di rincalzo. Con Pierferdinando Casini che verrebbe “premiato” per il sostegno fornito a Monti con l’ennesimo posto di prestigio ottenuto pur stando alla guida di un partito di secondo (se non di terzo) piano: presidente del Senato.

di Maurizio Belpietro

Secondo la Costituzione in Italia la sovranità è del popolo, ma da un pezzo le decisioni che contano sono state sequestrate dai partiti e dai loro rappresentanti in Parlamento. Non alludiamo solo ai referendum che gli italiani hanno votato e che governi e maggioranze d’ogni colore hanno ignorato. E nemmeno pensiamo alle liste elettorali che le forze politiche si confezionano su misura, così da poter avere truppe cammellate a disposizione del capo-partito di turno per votare ogni provvedimento senza discussioni. No, ci riferiamo a quel che sta accadendo in vista delle elezioni, cioè alla mobilitazione attorno a Mario Monti per conservarlo in salute e con pieni poteri a Palazzo Chigi.

Come è noto il presidente del Consiglio è stato imposto alla guida del Paese da un golpe democratico, nel senso che, quando i colpi di Stato li fanno coloro che si autodefiniscono democratici, sono sempre cosa buona e giusta e dunque come tali vengono presentati. Il legittimo governo è stato costretto alle dimissioni dalle pressioni di Germania e Francia, sommate a quelle delle forze politiche d’opposizione. Berlusconi era ormai considerato un intralcio e non c’era giorno che la stampa progressista non lo accusasse di essere all’origine di ogni male. Mandato a casa il Cavaliere (con la scusa dello spread, anche se, come abbiamo visto, non è bastato Mario Monti a farlo abbassare, ma c’è voluto il super Mario vero, cioè Draghi), il capo dello Stato si è affrettato a dare l’incarico a un non eletto dal popolo. Con la scusa dell’emergenza, le chiavi del Paese sono finite in mano a un tecnico più sensibile ai desideri dei crucchi che a quelli degli italiani. Com’è andato l’esperimento lo si comincia a capire ora che, a distanza di quasi un anno, si tirano le prime somme. Il Pil è calato del 2,5 per cento, la disoccupazione ha sfondato il tetto del 10 per cento, il debito non si ferma e i consumi languono. Ma anche ora che è del tutto evidente il disastro provocato dal golpetto bianco, c’è ancora chi sta lavorando per tenersi Monti in barba a qualsiasi decisione degli elettori. La prima a volerlo conservare a Palazzo Chigi è la solita Merkel, la quale si è ormai abituata allo scolaro diligente, tanto da volergli impartire altri compiti a casa nei prossimi anni, in modo da levare di torno per sempre un pericoloso concorrente per la Germania come l’industria manifatturiera italiana.

Ma Monti, nonostante il bilancio fallimentare del suo governo, ha molti fan anche da noi. A cominciare dai banchieri, i quali non hanno mai ricevuto tanti regali da un presidente del Consiglio come da quando il bocconiano si è insediato a Palazzo Chigi. Prima l’esecutivo ha imposto l’uso della carta di credito per le transazioni sopra i mille euro, poi ora sta concludendo l’opera imponendo il bancomat a tutti i negozianti, regalando così fior di commissioni agli istituti di credito, i quali potranno gonfiare i propri bilanci.

Tra i sostenitori del premier non ci sono però solo i banchieri, ma anche diversi uomini politici, primo fra tutti Pier Ferdinando Casini, il quale da tempo insegue il sogno di conquistare la presidenza della Repubblica e per arrivare al Colle è pronto a qualsiasi operazione, anche quella di privare gli elettori di un capo del governo legittimamente eletto, iscrivendosi per primo al partito di Monti. 

Tuttavia, più ancora dell’ultimo dei democristiani, a sostenere l’ex preside della Bocconi è l’attuale capo dello Stato, il quale pare intenzionato a non accettare il fallimento dell’esperimento tecnico. Napolitano vuole che Monti (che ieri ha di nuovo smentito l’ipotesi) resti alla guida del governo anche dopo le elezioni e non a caso ieri, pur senza nominarlo, si è speso in tale direzione, sostenendo la necessità di proseguire sulla strada intrapresa dal professore, senza tentennamenti o voglia di sgarrare.

E siamo solo all’inizio. Da qui al giorno di apertura dei seggi, le pressioni a favore di Monti sono destinate a intensificarsi, perché, indipendentemente da ciò che pensano gli italiani, i vertici europei e i poteri forti italiani tifano per il bocconiano e faranno qualunque cosa pur di mantenerlo in sella. Ma se questa è la prospettiva, i sostenitori dovrebbero aver la forza e il coraggio di andare fino in fondo, abolendo definitivamente le elezioni. Se non servono a niente, tranne che a prendere per i fondelli gli elettori, si prendano la responsabilità di annullarle. Almeno eviteremo di spendere soldi e di perdere una giornata. Risparmieremmo 400 milioni, che in tempi di crisi significano 400 milioni di tasse in meno.

 

 

Criticare Giorgio Napolitano? Vietato. Anzi, vietatissimo. Il Colle ha “mietuto” le ultime due vittime di una lunga serie. Si tratta del senatore del Pdl, Giuseppe Ciarrapico, e del direttore del quotidiano Oggi Nuovo Molise, Paolo Gianlorenzo. I due, come riporta Dagospia, sono finiti alla sbarra per un articolo (dal titolo: “L’onore dell’Italia ai parà assassinati”) sulla visita in Giappone del Presidente della Repubblica nel 2009, quando il Belpaese fu scosso dall’attacco terroristico a Kabul, in Afghanistan, dove morirono sei soldati italiani. I due, spiega la Procura di Campobasso nell’avviso di conclusione delle indagini, avrebbero offeso “l’onore e il prestigio del Presidente della Repubblica.

Le motivazioni – Ma che cosa era successo, in quel settembre del 2009? Napolitano, dopo la strage, ipotizzò un immediato rientro in Italia, mentre poi preferì proseguire la visita in Oriente, che comprendeva anche un pranzo con l’imperatore Akihito. Ciarrapico e Gianlorenzo, che risponde di omesso controllo, si permisero di sospettare che “il Capo dello Stato avesse ritardato il solenne impegno istituzionale, relativo all’accoglienza delle salme, per trattenersi in Giappone per occasioni conviviali” e per aver affermato “falsamente e con maliziosa e malcelata perfidia che il rientro delle salme dei sei militari italiani rimasti uccisi in un attentato a Kabul sarebbe stato differito per consentire al Presidente di completare il programma della propria visita in Giappone con appuntamenti futili conditi da occasioni conviviali, dal gusto della ristorazione etnica giapponese e della cucina italiana esportata in Giappone e da spettacoli musicali”, spiega la Procura.

Caso chiuso? No… – Quando rientrò in Italia, Napolitano accolse i feretri all’aeroporto e prese parte ai funerali. lo Stato maggiore della Difesa chiarì che il ritardo nel trasferimento era dovuto a problemi burocratici. Il caso, insomma, pareva chiuso. Invece no, perché tre anni dopo la Procura ha deciso di sottoporre a giudizio il parlamentare e il giornalista che si permisero di criticare come fu gestita la vicenda e la tempistica del viaggio dell’inquilino del Colle. Per inciso, come ricorda Dagospia, a rendere ancor più strampalata la vicenda, c’è il fatto che appena un mese dopo quella polemica lo stesso Napolitano annunciò che non si sarebbe opposto all’abrogazione del reato di vilipendio.

Nel mirino delle procure – La lista di chi è stato indagato per aver criticato il Colle è lunga. Per primo il direttore di Libero, Maurizo Belpietro, al centro di due inchieste per aver “toccato” il Colle (con una vignetta e con un articolo). Nel mirino delle procure anche l’ex governatore del Lazio, Francesco Storace, e Umberto Bossi (che fu assolto dal tribunale di Milano per alcuni giudizi espressi su Oscar Luigi Scalfaro). La lista è ancora lunga: tra gli altri ci sono Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Giuliano Ferrara e Antonio Di Pietro.

 

Giorgio Napolitano “non è ricattabile”. E’ la prima reazione ufficiale del Quirinale dopo la pubblicazione da parte di Panorama del contenuto dell’intercettazione in possesso della procura di Palermo tra lo stesso presidente della Repubblica e l’ex ministro Nicola Mancino, indagato nell’ambito della presunta trattativa tra lo Stato e la mafia nel 1992-93. In quella telefonata, rivela il settimanale Mondadori (riprendendo in realtà sussurri già usciti mezzo stampa), Napolitano se la prenderebbe con Berlusconi, Di Pietro e i pm di Palermo. Uno sfogo che, secondo Panorama, qualcuno voleva tenere segreto per utilizzarlo come arma di ricatto nei confronti del Colle.

La nota del Quirinale – “La campagna di insinuazioni e sospetti – si legge nella nota del Quirinale – ha raggiunto un nuovo apice con il clamoroso tentativo di alcuni periodici e quotidiani di spacciare come veritiere alcune presunte ricostruzioni delle conversazioni intercettate tra il Capo dello Stato e il senatore Mancino. Alle tante manipolazioni si aggiungono, così, autentici falsi. Il Presidente, che non ha nulla da nascondere ma valori di libertà e regole di garanzia da far valere, ha chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi in termini di principio sul tema di possibili intercettazioni dirette o indirette di suoi colloqui telefonici, e ne attende serenamente la pronuncia. Quel che sta avvenendo, del resto, conferma l’assoluta obbiettività e correttezza della scelta compiuta dal Presidente della Repubblica di ricorrere alla Corte costituzionale a tutela non della sua persona ma delle prerogative proprie dell’istituzione. Risibile perciò è la pretesa, da qualsiasi parte provenga, di poter ricattare il Capo dello Stato. Resta ferma la determinazione del Presidente Napolitano di tener fede ai suoi doveri costituzionali. A chiunque abbia a cuore la difesa del corretto svolgimento della vita democratica spetta respingere ogni torbida manovra destabilizzante”.

Nessuna strumentalizzazione, attesa ‘serena’ per il giudizio della Consulta, rispetto per la prima carica dello Stato. Parola del magistrato antimafia Antonio Ingroia, che al Corriere della Sera ha fornito la sua interpretazione sulle polemiche degli ultimi tempi in merito alla trattativa tra stato e mafia e, soprattutto, circa il comportamento istituzionale tenuto dal Colle nei confronti della procura del capoluogo siciliano. ”Non strumentalizzateci contro Napolitano. Posso capire le semplificazioni giornalistiche, ma il fatto che le vicende delle ultime settimane siano ridotte a uno scontro tra la Procura di Palermo e il Quirinale, e ancor più tra il sottoscritto e il presidente della Repubblica, non solo non mi piace, ma non corrisponde in alcun modo alla realtà”. E’ quanto afferma Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, in un’intervista al Corriere della Sera.

Sta per concludersi il Tour de France. È stato noioso come il Giro d’Italia. Ma lascio le considerazioni strettamente sportive ad altri blogger, per soffermarmi su di un aspetto minore e ingiustamente trascurato: ormai non passa anno senza che, con la scusa di queste manifestazioni, non vengano asfaltate e rese percorribili nuove strade.

Per un sacco di anni, infatti, si è andati avanti sfruttando quello che c’era, mentre da qualche anno ecco che si è fatto letteralmente strada il malvezzo di rendere perfettamente agibili percorsi che altrimenti o non lo sarebbero o lo sarebbero con difficoltà.

Archivi