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conflitto

“In questa vicenda viene fuori un eccesso di personalizzazione delle indagini. Forse alcuni dei magistrati inquirenti, pur essendo dotati di alta professionalità, hanno avuto la sensazione di costruire non un processo ma un capitolo della storia italiana. Il processo rivelerà se le accuse sono fondate, ma quella sensazione li ha portati a perdere lucidità, a non vedere i limiti costituzionali nell’azione della pubblica accusa”. Lo afferma, in un’intervista al Messaggero, l’ex presidente della Camera (ed ex magistrato) Luciano Violante, secondo cui nella sentenza con la quale la Consulta ha accolto il ricorso del Capo dello Stato “non c’è nulla di stupefacente: si tratta di un caso di ordinaria applicazione della Costituzione”.

Dopo la sentenza della Consulta sul conflitto di attribuzione tra il Capo dello stato e la Procura di Palermo, le reazioni non si sono fatte attendere. Da più parti arrivano le manifestazioni di fiducia e soddisfazione nei confronti della Corte costituzionale, ma nessuno si sbilancia prima di conoscere le motivazioni della decisione.

Si è aperta in Corte Costituzionale l’udienza sul conflitto d’attribuzione sollevato dal Capo dello Stato nei confronti della Procura di Palermo. La Consulta è chiamata a decidere sul nodo delle intercettazioni indirette di alcune conversazioni telefoniche di Giorgio Napolitano con l’ex ministro Nicola Mancino, le sui utenze erano state messe sotto controllo su mandato dei pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

In udienza è presente anche il procuratore capo di Palermo Messineo. ”Sono qui perché credo sia un momento interessante: ma non faccio nessuna previsione né parlo di stati d’animo” ha detto il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, presente all’udienza. ”Non ho mai visto un’udienza di fronte alla Consulta – ha aggiunto – e mi interessava assistervi”.

Non si sa ancora se la decisione dei giudici verrà resa nota già domani. Quello che è certo è che quella che si svolgerà sarà un’udienza fondamentale per la risoluzione del conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato sorto tra il Quirinale e la Procura di Palermo. Dopo che il 23 novembre scorso sono stati depositati alla Corte costituzionale gli atti di una memoria illustrativa della procura, la Consulta terrà l’udienza pubblica per esaminare da una parte il ricorso promosso dal capo dello Stato Giorgio Napolitano dopo che sono state intercettate alcune sue conversazioni telefoniche con l’ex ministro Nicola Mancino, le cui utenze erano state messe sotto controllo dai pm che indagano sulla presunta trattativa Stato-mafia; e dall’altra per valutare le controdeduzioni dei magistrati palermitani.

 

di Elisa Calessi 

Il tempo del fair play è finito. «È stato Pier Luigi a cambiare i toni. Io mi sono solo adeguato». La tregua si è rotta con la chiusura sulle regole, con certe battute fatte dal segretario del Pd in questi giorni. Per questo Matteo Renzi, ieri sera, nel faccia a faccia su Rai uno, ha deciso di giocare duro. All’attacco. Rottamando, per la prima volta, direttamente lui: il segretario del Pd. Perché mancano tre giorni. «Ho già dimostrato che sono leale e non uno sfasciapartito, ora basta», ha detto i suoi. 

Studio circolare, ciascun candidato davanti al podio. La conduttrice, Monica Maggioni, di fronte. Bersani sceglie la mîse dell’altra volta: completo blu e cravatta rossa. Il sindaco, già qui, marca la differenza: camicia bianca, cravatta blu. Si parte dalla crisi. Per Renzi bisogna «rimettere in tasca i soldi al ceto medio». Bersani stenta. «Io non prometto 20 miliardi. Ma penso si debba fare qualcosa». Ripete tante volte, troppe, l’impreciso «un po’». Ma è sulle tasse che Renzi lancia il primo affondo. Bersani rispolvera il ritornello della lotta all’evasione fiscale. «Non dobbiamo inventare l’acqua calda.». Renzi: «Io avevo i calzoni corti quando si parlava di evasione fiscale. Perché non si è fatto niente?». Gli strumenti inventati, vedi Equitalia, non vanno bene. Bersani: «Non l’ho inventata io». Renzi: «Ma i poteri glieli avete dati tu e Visco. E tu sei stato al governo 2547 giorni». Bersani: «Hai pazienza ad averli contati tutti…». Renzi tira fuori l’Iphone: «Basta questo». Lo schema passato/futuro è plasticamente ritratto.

Persino sulla crisi in Medio Oriente, il sindaco mette in difficoltà il segretario. Se per questo è centrale il conflitto israelo-palestinese, per Renzi «l’area centrale è l’Iran, bisogna ascoltare il grido dei ragazzi dell’onda verde». Il sindaco è veloce. Usa tutto il tempo a sua disposizione. Bersani no. Appare stanco. Innervosito. Sull’industria, si arena in una serie di domande: «È il caso di vendere l’Ansaldo? La Fiat ce la fa da sola? E la chimica verde? Sì l’Ilva, ma Piombino?». Renzi lo inchioda: «Il punto è che la politica industriale degli ultimi venti anni non è stata all’altezza». Dove il plurale è rivolto a Bersani ministro in più governi del centrosinistra. Il segretario, imbronciato, coglie il riferimento. E, sbagliando, ammette: «Nessuno è perfetto». Sui finanziamenti ai partiti Renzi ricorda la legge con cui Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, voleva aumentare i soldi alle fondazioni. Bersani cita Pericle, Atene e poi: «Non mi rassegno al fatto che la politica sia fatta sola dai ricchi». Renzi: «Va bene, ma da Pericle a Fiorito ce ne passa».     

Anche sul conflitto di interesse, Bersani è in difesa. «È vero, non aver fatto un sistema anti-trust nella comunicazione è stato un limite». Renzi: «Il problema è che non abbiamo fatto il conflitto di interessi. E non l’abbiamo fatto quando eravamo al governo». Quando tu eri al governo. Sulle pensioni, Renzi rimprovera al segretario l’abolizione dello scalone fatta dal secondo governo Prodi (Bersani ministro). Il segretario:  «Matteo, su questo, devi approfondire un po’». 

Scuola: «La riforma Berlinguer di sinistra aveva solo il nome», attacca Renzi. E sulle alleanze, citando Vendola che, a proposito delle parole del segretario, aveva parlato di «profumo di sinistra», dice che il patto con Casini è «un profumo di inciucio». Bersani: «L’ultima volta che abbiamo voluto fare tutto da soli ha vinto Berlusconi». Renzi: «Ma così rischiamo di fare la fine dell’Unione». La sinistra di Vendola, gli ricorda, ha fatto cadere Prodi per mandare al governo «l’inciucio Mastella-D’Alema». Bersani si arrabbia, punta l’indice: «Nell’Unione erano 12 partiti e non c’era il Pd!». Ma lo schema renziano funziona: se volete il passato, lo status quo, votate lui, se il futuro, il cambiamento, votate me. 

Sulle liberalizzazioni, Renzi concede un gol all’avversario: quelle fatte da Bersani sono state «un passo avanti». Ma subito ritorna in vantaggio. Quando è il momento delle domande dei supporter, presenta la sua per nome: «Si chiama Anna», dice, presentando la ragazza che si rivolgerà a Bersani. «Poi mi dirai come si chiama la sua». Peccato che il segretario non sa il nome della sua. Il duello scivola verso la fine. «Ci hanno dipinto come lo zio prudente contro il figlio coraggioso», fa Renzi, inchiodando l’avversario a quell’immagine. «Non possiamo andare nel futuro con le persone che ci hanno portato fin qui».  Bersani ripete che «la ruota va fatta girare ma non bisogna buttar via l’esperienza». A chi vogliono chiedere scusa? Il segretario cita moglie, figlie e il parroco «per quando uscì sui giornali lo sciopero dei chierichetti che feci da bambino». Altro gol di Renzi: «Meno male che è l’ultimo confronto perché tra il Papa e il parroco…». Lui, invece, chiede scusa al fratello laureato in medicina e andato a lavorare all’estero per non essere considerato favorito in quanto fratello del sindaco. Nell’appello fiale, Renzi invita a votare per «cambiare sul serio». Bersani una bambina che per Natale chiede «una bambola e lo stipendio della mamma». Ma il bilancio è netto. Stravince il sindaco. Bersani demolito, più che rottamato.

 

Il Senato ha affossato l’articolo1 della cosiddetta legge sulla diffamazione, diventata ormai una legge “Manetta” contro i cronisti. La Destradel conflitto di interessi, divisa e rissosa, travolta dalle proteste di editori e giornalisti, non ha avuto neppure il coraggio di entrare in aula, non ha partecipato al voto, divisa tra chi voleva una legge ad personam, per Sallusti, e chi, forse ancora più numerosi, voleva invece regolare i conti con il medesimo Sallusti. In un caso e nell’altro fedeli nei secoli alla logica del conflitto di interessi e delle norme pro o contro amici e nemici.

 

E’ stata una notte di missili e paura. L’infinito conflitto in Medioriente riesplode in tutta la sua violenza. Questa mattina venerdì 16 novembre circa 85 missili sono esplosi in  45 minuti. L’esercito israeliano reso noto di aver preso di mira basi sotterranee usate da militanti palestinesi per sparare razzi verso il territorio dello Stato ebraico.  Israele, inoltre, si prepara a un’operazione di terra. Perché ha cominciato a richiamare 16.000 dei 30.000 riservisti per i quali è stato dato il via libera alla partecipazione al conflitto con Gaza. L’ingresso dei riservisti nella campagna militare che dura da due giorni indica la necessità di un’operazione che potrebbe durare diversi giorni, anche attraverso un dispiegamento delle truppe sul terreno. Nel 2006 l’offensiva “Piombo fuso”  durò almeno una settimana prima che si decidesse per un’invasione via terra.

 Il premier egiziano  Il  primo ministro egiziano Hisham Qandil si è recato a Gaza per esprimere il sostegno dell’Egitto al popolo palestinese e “vedere quali sono i suoi bisogni”: lo ha detto il portavoce del presidennte egiziano Mohamed Morsi, proprio mentre il premier del Cairo è arrivato nella Striscia attraverso il valico di Rafah. Qadil dovrebbe essere accompagnato da numerosi consiglieri di Morsi e dal ministro della Sanità Mohamed Mustafa Hamed. Secondo quanto riferito da Hamas, il primo ministro egiziano dovrebbe tenere una conferenza stampa a Gaza. Mentre Israele accusava Hamas di non rispettare la tregua proclamata in concomitanza con la visita in corso nella Striscia di Gaza da parte del premier egiziano Hisham Qandil, il gruppo radicale palestinese a sua volta ha denunciato un nuovo raid dell’Aviazione dello Stato ebraico sul settore settentrionale dell’enclave, in violazione della sospensione delle ostilità: il bombardamento è stato riferito da fonti delle forze di sicurezza del Movimento di Resistenza Islamico

 

 

Domenica di sangue a Gaza. Almeno 7 Palestinesi sarebbero stati uccisi e 52 feriti, secondo un primo bilancio, nei bombardamenti israeliani delle ultime ore sulla Striscia. Tra le vittime, a parte un membro della Jihad islamica, si contano purtroppo ancora civili e civili, giovani ragazzi e diverse donne. Le ultime bombe sono state sganciate su una tenda funebre, dove si stava commemorando proprio la morte di una vittima dei bombardamenti di ieri.

“Entro dicembre sarà effettuata l’asta a pagamento per la assegnazione delle frequenze digitali tv…”. Così parlò  il ministro Passera e, naturalmente, anche in quella occasione, non mancarono i coristi che intonarono peana ed inni di gioia.
 
Un silenzio, quasi tombale, sta invece circondando la notizia, pubblicata da alcuni quotidiani, relativa ad una lettera che la commissione europea per la Concorrenza ed i mercati avrebbe spedito al Governo italiano per rilevare insufficienze e limiti della modalità dell’asta prossima ventura. Le contestazioni riguarderebbero proprio la insufficiente apertura del mercato, le modalità di assegnazione dei blocchi di frequenze, il rischio che il boccone prelibato finisca nelle mani dei solito noti, a partire da quelle rapacissime dell’ex presidente del Consiglio.
In caso di mancata risposta l’Europa non esiterebbe ad aprire, nei confronti della Italia, una nuova procedura di infrazione con relative multe a carico dei contribuenti. Non si tratta di sospettare alcunché, ma semplicemente di conoscere la storia italiana recente e quella relativa alla malefica influenza esercitata dal conflitto di interessi nella vita politica e nel mercato dei media e della pubblicità. Del resto, e non casualmente, Berlusconi ha contrattato l’appoggio al governo Monti in cambio di una rinuncia, da parte del nuovo esecutivo, a mettere mano a qualsiasi riforma del settore: dal conflitto di interessi alla legge Gasparri.
 
Tutto è restato fermo, immobile, nel segno del duopolio e del cartello Raiset.
 
Per queste ragioni, come articolo 21, abbiamo chiesto al governo di rendere subito pubblica la lettera dei commissari europei e di far sapere come intenda rispondere alle contestazioni, e soprattutto come, dove e quando si svolgerà l’asta, e quale utilizzo sarà fatto dei soldi ricavati. Non si tratta di una faccenduola, ma di una grande questione democratica e di mercato, dai comportamenti in atto e da quelli che seguiranno sarà possibile comprendere di tutto di più sui poteri in campo, sugli interessi e i gruppi di pressione che, dopo aver dominato l’ultimo ventennio, ora stanno cercando di condizionare anche gli assetti futuri, e non solo quelli televisivi.
Per ora si registra il quasi totale silenzio della politica, l’assenza dei cosiddetti arbitri, travestiti da Aurorità di garanzia, la distrazione generale.
 
Speriamo che. Tra uno strepito e l’altro, gli ospiti di tanti salotti tv vogliano poggiate il loro sguardo anche sul pianeta del conflitto di interessi, laddove tutto cominciò e dove tutto potrebbe tornare, magari indossando i panni ingannevoli di un Governo “neutro, tecnico, lontano da interessi di parte…”.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

Grillo è il leader politico della quasi seconda forza politica italiana, secondo i sondaggi. Allo stesso tempo  è comico.
Quando parla non è mai del tutto chiaro quale abito stia indossando. Se non c’è un conflitto di interessi c’è certo un conflitto di codici deontologici e di stili. Ma altri hanno conflitti ben peggiori
Un politico sostiene giustamente gli interessi della sua parte, però è vincolato da certe norme scritte e non. Un politico non dovrebbe insultare l’interlocutore, non dovrebbe fare attacchi personali,  fare riferimento ai genitali, ecc. 
Un comico beneficia di varie licenze poetiche, la satira, il riferimento agli organi della riproduzione, alle specificità sessuali degli individui sono pane quotidiano del comico e da Plauto in poi, nel mondo latino nostrano è accettato che così sia.
Non deve quindi stupire  che per spiegare perché se una consigliere comunale di Bologna vada in televisione, Grillo faccia riferimento alle modalità con cui le donne raggiungono la soddisfazione sessuale. La situazione resta solo sbilanciata fin tanto che la controparte non si prende uno stesso grado di libertà.
Federica Salsi avrebbe per esempio  potuto replicare che Grillo ha paura della televisione ed è pessimista perché evidentemente tormentato dai problemi dell’ invecchiamento maschile e dall’ipertrofia della sua prostata.
Allora nessuno avrebbe dovuto scandalizzarsi o gridare alla lesa maestà, ma solo dare il benvenuto ad una nuova uguaglianza tra le persone.
In ogni caso è meglio sentir parlare del punto G o della prostata di qualsiasi discorso pseudo politico ad esempio di Pierferdi Casini o di una intervista a Bersani di un suo qualsiasi giornalista servo. Molto meglio i genitali in libera espressione.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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