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confronti

Si è aperta in Corte Costituzionale l’udienza sul conflitto d’attribuzione sollevato dal Capo dello Stato nei confronti della Procura di Palermo. La Consulta è chiamata a decidere sul nodo delle intercettazioni indirette di alcune conversazioni telefoniche di Giorgio Napolitano con l’ex ministro Nicola Mancino, le sui utenze erano state messe sotto controllo su mandato dei pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

In udienza è presente anche il procuratore capo di Palermo Messineo. ”Sono qui perché credo sia un momento interessante: ma non faccio nessuna previsione né parlo di stati d’animo” ha detto il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, presente all’udienza. ”Non ho mai visto un’udienza di fronte alla Consulta – ha aggiunto – e mi interessava assistervi”.

Nervosa, un po’ rosicona, astiosa e pronta alla vendetta nei confronti del nemico Renzi, Rosy Bindi ieri sera ha dato pessima prova di sé. Ospite dello Speciale Tg3 condotto da Bianca Berlinguer, il presidente del Partito Democratico ha dimostrato una volta di più che le primarie probabilmente le vincerà Bersani, ma i bersaniani le hanno perse clamorosamente, soprattutto dal punto di vista mediatico. La partecipazione televisiva di Rosy Bindi è stata la summa di un’arroganza comunicativa che la classe dirigente del Pd ha sempre avuto, soprattutto in tv, e che spiega in parte la buona affermazione di Matteo Renzi.

“Siete i veri sconfitti. Siete cadaveri che camminano, condannati a morte certa da voi stessi, sapendo che chi semina vento raccoglie tempesta. Se non vi pentite non  entrerete in chiesa neanche da morti. E’ quello che ho detto a tutti i miei sacerdoti”. Un vero e proprio anatema contro i camorristi quello  lanciato dall’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe, durante la marcia per le vittime innocenti della camorra alla quale hanno preso parte 1.500 persone . Da un palco il porporato ha tenuto un discorso, due pagine di intervento, con parole durissime di condanna nei confronti dei clan. “Non ci può essere alcuna indulgenza nei confronti dei seminatori di violenza e morte”. “Siamo su sponde distinte e distanti. Questa Napoli, questa società, questa umanità non vi appartiene, perché voi siete altro, avete scelto di stare contro i vostri fratelli, contro l’umanità, contro la legge”. 

Grillo è brutto e cattivo, ogni tanto anche razzista e maschilista. Certamente populista. È facile dopo la partecipazione di Federica Salsi a Ballarò prendersela con il padre padrone del movimento. Ma la polemica di questi giorni, come le altre che l’hanno preceduta, sono inutili se non mettono a fuoco il centro della questione. E questo centro è semplicissimo: riguarda il Debito che ogni attivista ha nei confronti di Grillo.

di Marco Bassani

Un po’ di anni fa Silvio Berlusconi raccontava la sua non passeggera esperienza di governo come un viaggio alla ricerca di una «stanza dei bottoni», nel quale però aveva forse trovato una stanza, ma di «bottoni» neanche l’ombra. Gli italiani condividono questa sensazione nei confronti della politica, l’unico bottone che sembra funzionare è quello con la scritta «tasse». La politica costa moltissimo, non produce decisioni e se le produce queste son frutto di alchimie parlamentari, cene fra sotto-segretari, accordi sottobanco fra sindacalisti, imprenditori e ministri.   Vista con gli occhiali della politica italiana, dunque, la corsa alla Casa Bianca può  apparire quasi inutile, o quantomeno solo una parte di una storia ben più ampia e complicata. Il che è abbastanza vero: il Congresso avrà il suo peso, ma l’ufficio della presidenza è qualcosa che non ha paragoni non solo in Italia, ma anche in Paesi democratici meno timorosi della leadership politica.

SBILANCIAMENTO DEI POTERI
Costituzione e storia americana hanno reso il presidente il perno del sistema politico. Il capo dell’esecutivo (un ruolo confezionato a misura del saggio George Washington in una piccola repubblica di contadini) è diventato nel corso del tempo l’ufficio politico più importante del mondo non solo per la nazione che comanda, ma anche per la natura del comando. Il presidente non è infatti semplicemente il vertice del potere esecutivo, è tutto l’esecutivo, perché non esistono ministri, visto che i segretari sono semplici collaboratori. Non ha bisogno di nessun’altra fiducia se non di quella della maggioranza del popolo (dei vari Stati). 

Nell’ultimo secolo lo «sbilanciamento dei poteri» a vantaggio dell’esecutivo ha subito un’accelerazione che molti ritengono pericolosa. La «presidenza imperiale» è il culmine di un lungo processo di usurpazione del potere: della politica nei confronti della società e dell’esecutivo nei confronti del legislativo. Mentre l’America costruiva il suo impero, o forse era forzata a farlo dall’harakiri dell’Europa, attraverso due guerre calde e una fredda il presidente diventava il centro nevralgico del sistema. Ma, se della politica estera è il dominus incontrastato, quali sono i suoi reali poteri in politica interna? Al di là del controllo sulla legislazione federale, cruciale è l’egemonia su altri enti: le agenzie federali e la Corte Suprema in particolare.

BUROCRAZIA
La «burocrazia federale» è totalmente nelle mani del presidente, sottomessa com’è a tutti i livelli al potere. L’intera popolazione americana è certamente meno tassata di quella europea, ma subisce vessazioni addirittura maggiori sotto il profilo della regolamentazione burocratica. I vertici della burocrazia illuminata, in grado di regolamentare minuziosamente la vita di cittadini e imprese, sono dal presidente direttamente nominati e si muovono sempre in sintonia con lui. Il presidente fornisce un impulso decisivo alla pletora di agenzie federali che interagiscono con le imprese grandi e piccole. Ossia, un generale clima favorevole al mercato o contrario all’iniziativa privata è direttamente imputabile al comandante in capo e non deriva dalla retorica politica, ma da comportamenti concreti. 

Per quanto riguarda i giudici della Corte Suprema, in grado di decidere sulle libertà fondamentali dei cittadini, sono ancor più importanti. I giudici sono nove compreso il capo, e decisioni anche fondamentali vengono prese a maggioranza. Al presidente spetta la nomina dei giudici stessi, scelti a vita sia pur non eterni (quattro di loro sono nati negli anni Trenta). Barack Obama ha già nominato due donne, nate nel 1954 e 1960, e se avesse un altro mandato potrebbe sigillare una Corte Suprema «di sinistra» per decenni (quella attuale ha già stabilito la costituzionalità della sua riforma sanitaria). 

PREROGATIVE ESAGERATE
In effetti Barack Obama, negli ultimi anni, ha davvero spinto oltre il punto di rottura le prerogative presidenziali. Non solo non ha quasi mai cercato il consenso del Congresso, certo complicato dopo il 2010, ma ha riconosciuto pubblicamente di aver agito contro di esso. Dal canto loro i repubblicani, che dominano la Camera, hanno provato a contrastare la tendenza, ma i loro progetti di legge si infrangono sul muro di un Senato a maggioranza democratica.  Nella repubblica delle origini la concentrazione del potere era il maggior timore. Il sistema di pesi e contrappesi è però ormai saltato e i poteri del presidente di oggi spaventerebbero i costituenti del 1787. Solo la sanzione popolare e il limite temporale fanno sì che l’ufficio più importante del mondo sia diverso da una monarchia assoluta. 

Insomma, il presidente americano guadagna un bel po’ di meno di un Fiorito qualunque, ma se è vero quel detto siciliano un po’ volgare – «cumannare è megghiu ca futtere» – ecco,  sotto il profilo del «comando» non esiste al mondo una posizione paragonabile.

“Sono state dette e fatte tante cattiverie nei confronti di Mia. Molti sciacalli hanno speculato sul suo nome, infangando il suo modo di essere. A cominciare dalle case discografiche, che quando era in vita le inflissero penali salatissime solo perché lei non voleva seguire i loro percorsi commerciali, fino al Premio Mia Martini che fanno ogni anno a Bagnara Calabra, in cui arrivano a chiedere intorno ai 500 euro ai ragazzi che si iscrivono. Beh, voglio mettere fine a questa speculazione e ridare a Mia ciò che merita”.

Ci sono versi, nella letteratura araba, che descrivono i rapporti lesbici senza lasciare spazio all’immaginazione (come quelli de “Le delizie del cuore” di Al Tifashi, scritto nel 1200). Ci sono testi sufi persiani che celebrano esplicitamente l’amore omosessuale, entrato a tal punto nella consuetudine tra il 1100 e il 1300 da diventare anche oggetto di satira (sempre in versi). L’omosessualità è un concetto che ha permeato per secoli la cultura arabo-islamica, contrariamente a quanto si crede comunemente in Occidente. A raccontare la storia e l’evoluzione dell’orientamento sessuale e della sua costruzione sociale – con un lavoro capillare di esplorazione dei testi antichi – due studiose italiane: Anna Vanzan e Jolanda Guardi. Vanzan è iranista e islamologa, specializzata in questioni di genere e islam e docente all’Università di Milano. Guardi è docente di lingua araba e ricercatrice all’Università di Tarragona. Il volume che hanno appena pubblicato con la casa editrice Ediesse si intitola “Che genere di islam”. Un viaggio nella cultura e nella società arabo-islamico-persiana che sfata, con dovizia di approfondimenti e spiegazioni, una serie di stereotipi.

“Nel libro di David Lane è stato legittimamente esercitato il diritto di critica”, quindi l’appello di Silvio Berlusconi è stato rigettato. E’ la decisione presa dalla Corte d’Appello di Roma, sezione I, che ha respinto l’azione del Cavaliere nei confronti della casa editrice Laterza e del corrispondente italiano per l’Economist, autore del volume ‘L’ombra del potere‘. Con la decisione dei giudici, si chiude una vicenda iniziata nel 2005, quando l’ex presidente del Consiglio aveva citato in giudizio per diffamazione Lane e gli Editori Laterza chiedendo al Tribunale di Roma la liquidazione di oltre un milione di euro di danni morali. Nel suo libro, David Lane ha ricostruito vicende di politica, affari, corruzione e mafia degli ultimi decenni sulla base di una ricca documentazione.

Sospensione e procedimento disciplinare. La Rai ha usato il pugno duro nei confronti di Giampiero Amandola, il giornalista del Tgr Piemonte che sabato scorso aveva pesantemente insultato i tifosi e il popolo napoletano prima della partita contro la Juventus. “La Rai nello scusarsi profondamente con tutti i cittadini di Napoli e con tutti gli italiani per l’inqualificabile e vergognoso servizio andato in onda nell’edizione serale della Tgr Piemonte, sabato 20 ottobre a firma Giampiero Amandola – si legge nella nota stampa diramata da viale Mazzini – comunica che il giornalista è sospeso dal servizio e nei suoi confronti l’Azienda ha aperto un procedimento disciplinare“.

Il gup del tribunale militare di Roma, Giorgio Rolando, ha rinviato a giudizio Alfred Stork, ex sottufficiale della Wehrmacht, ora 89enne, accusato di aver preso parte materialmente all’eccidio di Cefalonia, il 27 settembre 1943, quando alla “casetta rossa” furono uccisi almeno 117 ufficiali italiani, prigionieri di guerra e appartenenti alla Divisione Acqui. La prima udienza del processo nei confronti dell’ex caporale tedesco è stata fissata per il 19 dicembre. 

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