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Dopo la sentenza della Consulta sul conflitto di attribuzione tra il Capo dello stato e la Procura di Palermo, le reazioni non si sono fatte attendere. Da più parti arrivano le manifestazioni di fiducia e soddisfazione nei confronti della Corte costituzionale, ma nessuno si sbilancia prima di conoscere le motivazioni della decisione.

La Corte costituzionale ha accolto il ricorso del Presidente della Repubblica sul conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo.

“Non spettava” alla Procura di Palermo “valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica” captate nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia (procedimento penale n. 11609/08). Lo ha sancito la Corte costituzionale. Secondo la Consulta, non spettava ai pm di Palermo “omettere di chiedere al giudice l’immediata distruzione” di tali intercettazioni, “ai sensi dell’articolo 271, terzo comma, cpp e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

Si è aperta in Corte Costituzionale l’udienza sul conflitto d’attribuzione sollevato dal Capo dello Stato nei confronti della Procura di Palermo. La Consulta è chiamata a decidere sul nodo delle intercettazioni indirette di alcune conversazioni telefoniche di Giorgio Napolitano con l’ex ministro Nicola Mancino, le sui utenze erano state messe sotto controllo su mandato dei pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

In udienza è presente anche il procuratore capo di Palermo Messineo. ”Sono qui perché credo sia un momento interessante: ma non faccio nessuna previsione né parlo di stati d’animo” ha detto il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, presente all’udienza. ”Non ho mai visto un’udienza di fronte alla Consulta – ha aggiunto – e mi interessava assistervi”.

Il Pd non è solo potenziale vittima ma è anche carnefice, in un tentativo di riforma elettorale dell’ultima ora che strumentalizza la – ormai datata – ondata anti Porcellum per rafforzare i partiti che hanno sostenuto Monti. Pdl, Lega e Udc sembrano uniti nel tentativo di togliere il premio di maggioranza o di indebolirlo al punto da evitare che ‘gli altri’ vincano, con le elezioni, anche il governo. Ma sentite qua la controproposta del Pd, per bocca della Finocchiaro:

Una legge cosi “brutta” (e destinata ad essere probabilmente cassata dalla Corte Costituzionale) non si vedeva dall’approvazione delle legge 40 sulla procreazione assistita. Norma che, come è noto, è stata demolita pezzo per pezzo dalla Corte Costituzionale.

La Salva Sallusti, tenuta in vita da un accanimento terapeutico dai parlamentari, che vanno avanti  solo per non dire “ci siamo sbagliati, scusate tanto”, avrebbe bisogno al più del testamento biologico. Non quello che il Parlamento, in seduta terminale, emulando i precedenti consessi con  la non rimpianta legge 40 si accinge ad approvare con un blitz, tipico atto delle democrazie morenti, ma quello che certifichi, al di là dei contenuti, la sua prematura scomparsa.

Il rapporto tra la giustizia e la mediazione ricorda il terremoto dell’Aquila. La metafora è semplice. Dopo il grave terremoto dell’Aquila qualche furbacchione ha convinto la collettività (e agito in tal senso) affinché non si ricostruisse il bel centro storico dell’Aquila ma adoperandosi per costruire in parte una nuova città posta nelle vicinanze. Purtroppo si è rivelata spuria e fragile.

Ieri è avvenuta l’ennesima sconfitta del movimento omosessuale italiano e della civiltà giuridica di un Paese che continua a sostenersi europeo, occidentale, democratico e liberale, ma che lo è sempre meno o forse non lo è affatto.

La Commissione Giustizia della Camera, infatti, per effetto del blocco opposto da Pdl, Udc e Lega, ha bocciato il progetto di legge contro l’omofobia. Esso prevedeva un’estensione della Legge Mancino sui crimini d’odio ai crimini ispirati da omofobia e transfobia. Tale legge prevede una serie di strumenti, ben più efficaci della singola aggravante, per prevenire e reprimere i crimini ispirati dall’odio contro le vittime in relazione alla loro nazionalità, etnia e religione, quali la perseguibilità d’ufficio e la predisposizione di misure di pena alternative, che una semplice aggravante non sarebbe stata in grado di contemplare (qui un parere di Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford sul tema).

La Corte Costituzionale spagnola ha dato il ‘via libera’ alle ‘nozze gay‘ bocciando un ricorso presentato nel 2005 dal Partito Popolare, contro la legge approvata dal governo socialista di Jose Luis Zapatero. Il tribunale ha stabilito che la legge contestata è costituzionale, legittimando così una norma che ha consentito finora la celebrazione di quasi 23mila unioni tra persone dello stesso sesso. Secondo fonti del Tribunale, la decisione è stata adottata con 8 voti a favore e 3 contrari.

Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è in vigore in Spagna dal 2005. Solo ieri, però la Corte costituzionale ha emesso una sentenza, attesa da 7 anni, sulla legittimità costituzionale della legge approvata da Zapatero. Il verdetto, approvato a maggioranza, ha finalmente posto fine alla diatriba, generata dal ricorso promosso dal Partito Popolare, sulla compatibilità della legge in parola con l’art. 32 della Costituzione spagnola, ai sensi del quale “El hombre y la mujer tienen derecho a contraer matrimonio con plena igualdad jurídica“.

Succede molto raramente, ed è successo ieri nell’aula del Tribunale di Milano dov’era in corso il processo contro Silvio Berlusconi sui diritti tv. Un processo che, in primo grado, si è concluso con la condanna a quattro anni dell’ex premier: il giudice Edoardo D’Avossa ha letto la motivazione (che di solito arriva dopo alcuni mesi dalla lettura della sentenza) contestualmente al verdetto: 108 pagine per spiegare perché Berlusconi è un “delinquente naturale”. Una mossa che serve all’accusa di eviatare la prescrizione, prescrizione che dovrebbe arrivare a settembre del 2013 se, per questa data, non si sarà pronunciata anche la Consulta. C’è un altro aspetto che “azzoppa” la sentenza: ed è il fatto, certamente non secondario, che i legali di Berlusconi nel marzo del 2010 avevano presentato alla Corte Costituzionale su un noto conflitto di attribuzione con la Camera. La presidenza di Montecitorio, infatti, si era rivolta alla Consulta dopo che il tribunale milanese aveva rifiutato il rinvio di un’udienza nonostante Berlusconi fosse ufficialmente impegnato in attività di governo. E’ abbastanza insolito che i giudici non aspettino la pronuncia della Corte Costituzionale, ma questa volta è successo…Una sentenza quindi che nasce minata, con ridotte possibilità di essere applicata.  

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