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Accorpati i sette programmi che riguardano la mobilità giovanile in Europa, che saranno finanziati con 18 miliardi di euro dal 2014 al 2020. ‘Yes Europe’ entrerà in vigore a inizio del 2014 e coincide col programma ‘Erasmus per tuttì, che ingloba tutte le iniziative Ue per educazione, formazione e sport. Il maxipiano consentirà a 5 milioni di giovani di approfittare di una delle diverse iniziative per la mobilità nel Vecchio Continente. Oltre a quelle già ‘rodate’, come l’Erasmus e il Leonardo, ci sono anche diverse novità, come prestiti sino a 12 o 18mila euro per frequentare master all’estero per uno o due anni, la semplificazione dell’assegnazione delle borse e programmi dedicati specificatamente allo sport. “Faccio appello a quelle autorità che hanno ripetutamente sottolineato l’importanza dell’educazione nei loro discorsi di renderle giustizia fornendole un bilancio adeguato, noi come colegislatori daremo al programma l’importanza che si merita”, ha assicurato la relatrice Doris Pack.

Ci risiamo: italiani mammoni, giovani uomini bamboccioni, madri italiane opprimenti, un paese fabbrica di maschi inguardabili sotto ogni profilo. Nello spot norvegese, che pubblicizza una agenzia immobiliare con target chiaramente maschile e giovane, viene proposto un minuto e mezzo zeppo di mini esempi dell’incultura nazionale sull’educazione del maschio latino: madri anziane che accudiscono figli che, pur non avendo segni di handicap fisici o psichici, si fanno imboccare, mettere a nanna, pulire, venerare come talmente importanti da non poter svolgere alcuna banale attività quotidiana di cura e sussistenza, tutte di appannaggio femminile, nonostante alcune delle madri vengano poi ritratte mentre sfilano con cartelli, e però richiamate al desco dal figliolo attempato che esige la cena, il pranzo o il bagnetto.

Le proteste violente che lo scorso settembre hanno infiammato il Pakistan, strascico dello sciagurato film Innocence of Muslims, hanno rilanciato nel Paese il tema dell’educazione. Se c’è un modo per combattere con efficacia la deriva estremista che in Pakistan, di fatto, tiene sotto scacco un governo debole e controlla larghe parti della Terra dei Puri, è investire sull’istruzione pubblica, istituzione che oggi versa in condizioni fatiscenti. E non è una metafora. Secondo un rapporto del ministero dell’Educazione del Sindh, regione sud-orientale del Pakistan, 12.794 scuole pubbliche sono sprovviste di tetto, 34.386 senza elettricità, 25.237 non hanno accesso all’acqua potabile.

L’educazione ai media è oggi uno degli strumenti più potenti per sviluppare nelle persone, in particolare quelle più giovani, spirito critico e consapevolezza verso i  messaggi che arrivano dai vari canali di comunicazione . Per questo all’impegno di sensibilizzazione che svolgiamo sul territorio uniamo il lavoro di formazione teorico e pratico attraverso i nostri corsi. Un ruolo attivo nell’uso dei media è ciò che offriamo come mezzo di cittadinanza democratica. Perché non è la grandezza del mercato o l’assenza di regole a rendere liberi, ma la conoscenza.

Il sospetto serpeggiava già da tempo, ma ora a certificarlo è persino l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Le scuole del Regno Unito sono le più classiste di tutte quelle dei paesi cosiddetti “sviluppati”. E l’Ocse pubblica numeri, cifre e casi di studio che stanno mettendo a dura prova, in questi giorni, il governo di David Cameron, pressato da più parti sul fronte dell’educazione. Il classismo britannico si fonda, chiaramente, anche sull’etnia. Secondo l’Ocse, che ha analizzato la situazione dal 2008, quindi dall’inizio della crisi a oggi,  l’80% degli studenti con un “background etnico” (espressione politicamente corretta per dire “figli di immigrati”)  frequenta le scuole nel fondo della classifica per qualità di strutture e insegnamento. E sempre l’80% di essi frequenta scuole dove gli studenti di origine straniera sono la maggioranza. La tanto sbandierata integrazione della società britannica pare tale solo sulla carta. Se sei di un altro gruppo etnico starai sempre coi tuoi simili, almeno fino all’università.

Le scuole stanno iniziando in tutto il mondo, ma a Hong Kong quest’anno sarà più complicato del solito. Oggi per gli studenti dell’ex colonia britannica è il terzo giorno di scuola. E il settimo giorno di proteste. Il punto è che il governo locale ha introdotto la cosiddetta “educazione morale e nazionale” il cui scopo è cominciare a diffondere tra i residenti il senso di appartenenza alla Repubblica popolare cinese. Nonostante l’ex colonia britannica sia stata restituita alla Cina nel 1997, infatti, i suoi abitanti continuano a sentirsi alieni rispetto ai cinesi della Repubblica popolare e hanno un forte senso di identità “locale”. La città continua ad essere governata secondo la politica – cara alla Repubblica popolare – di “un paese, due sistemi”, politica che consente ad Hong Kong di mantenere sistemi politici ed economici diversi da quelli della “madrepatria”.

Un blog può diventare un osservatorio molto interessante sulla cultura o l’incultura (in senso gramsciano le due cose possono per certi versi coincidere) di un Paese. Alcuni dei commenti ai miei post mi fanno riflettere in questo senso. Beninteso, non pretendo di essere il depositario di alcuna verità e il bello del dibattito in diretta è proprio, se possibile, la ricerca di una verità condivisa. Tuttavia l’accoglimento di alcune coordinate di fondo può risultare utili per orientare il dibattito e renderlo più proficuo.

Ha ragione Mark Twain, “l’educazione è la difesa organizzata degli adulti contro la gioventù”?

È da un po’ che al mare osservo il comportamento dei bambini e dei loro genitori e voglio condividere questa piccola riflessione aperta al vostro contributo.
Vedo bambini aprire sette pacchetti di patatine solo per cercare la sorpresa che poi buttano via, immancabilmente dopo due minuti. Vedo bambine con costumini griffati, fiocchetti e manine con smalti che io non oserei avvicinare. Vedo bambini con “armi di sterminio di massa” piene di acqua giocare alla lotta, litigare e vedo i genitori litigare a loro volta con gli altri genitori invece di insegnare la cooperazione ai loro figli. Vedo uno spreco infinito di merendine, gelati buttati via, caramelle, cellulari. Vedo bambini già annoiati o troppo grassi e pochi libri se non nessuno sotto l’ombrellone dei genitori.

La decisione del Governo Monti di ridurre i fondi stanziati per le scuole paritarie è un ulteriore duro attacco alla libertà di educazione che ha due immediate conseguenze negative. La prima conseguenza è di natura sociale. E’ quella di mettere in difficoltà istituti scolastici e realtà educative che funzionano, in particolare nella città di Napoli, che creano occupazione e che adesso saranno costretti a rivedere rette, già pesantemente a carico delle famiglie, o addirittura a chiudere con ulteriore perdita di posti di lavoro. Si restringe così ulteriormente un sacrosanto diritto di autentica libertà. Decisione senza criterio, assolutamente ideologica e che non ha niente a che vedere con gli interessi dei cittadini. La seconda conseguenza è di natura economica, e contraddice proprio quella necessità di ridurre la spesa pubblica che dovrebbe ispirare le decisioni del governo. Infatti la scuola paritaria per il servizio pubblico, regolata dalla legge n. 62/2000, assorbendo con le sue strutture e il suo personale parte dell’utenza scolastica nazionale, fa risparmiare allo Stato, come dimostrato nelle commissioni parlamentari, un onere finanziario di circa 6 miliardi di euro. Allora qui qualcuno bara e gioca sulla pelle delle famiglie se addirittura lo stesso Ministro dell’istruzione ha provato “amarezza” per la decisione. Quando è troppo è troppo. “Toglieteci tutto ma non la libertà di educare”. La logica dovrebbe far incrementare e non ridurre la libertà d’istruzione e di educazione per un servizio pubblico più efficiente e più adeguato alle nuove esigenze delle famiglie. Il premier Monti e i suoi ministri questo lo sanno molto bene.
E’ un provvedimento, ideologico di natura statalista e fuori da ogni logica economico-finanziaria di risparmio della spesa pubblica. E’ un attacco alla libertà di educazione e alle imprese sociali che operano fattivamente sul territorio, già pesantemente tassate allo stesso modo delle multinazionali. E tutto ciò, sia chiaro, non per risparmiare ma per mantenere gli equilibri e le alchimie  della contraddittoria maggioranza che sostiene il governo. In questo clima un degno corollario della cura dimagrante imposta alle scuole paritarie è il salasso a istituzioni quali il Cnr, l’Istituto nazionale di fisica nucleare e l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, la cui utilità e qualità è stata recentemente confermata dagli onori delle cronache. Altro che governo di professori attenti alla cultura e alla ricerca. Intanto anche in questo periodo di vacanze solleciteremo, con ogni iniziativa democratica, le autorità competenti a rivedere questa abbaglio.

Ci sono poche cose che, almeno a parole, vanno più di moda in Italia del termine “merito”. Nel campo della scuola italiana la declinazione del termine è “Invalsi” i test che misurano le competenze di alunni e docenti. Forse però non è tutto oro quello che luccica o almeno questo è quello che sostengono gli esperti intervenuti al convegno nazionale di formazione su questo tema organizzato dal Centro Studi per la Scuola Pubblica di Bologna per sensibilizzare i docenti e l’opinione pubblica rispetto all’approccio educativo celato dietro i test Invalsi. Secondo uno dei loro sostenitori, Piero Ichino, i test  sono sì test incompleti ma anche i migliori a nostra disposizione. Il rischio in prospettiva prefigurato invece dagli oppositori dell’Invalsi è un’educazione sul modello americano con scuole di eccellenza e scuole pubbliche la cui attività sia tutte orientata al superamento dei test da cui deriva la valutazione dei docenti e dell’istituto stesso, un panorama ben illustrato da documentari come Waiting for superman di Davis Guggenheim.

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