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fede

Filippo Facci. Le sue opinioni fanno discutere. I suoi articoli pure. Adesso anche il suo pollice. Da sempre il giornalista di Libero porta al pollice un anello. Un optional al dito che non è andato giù ad uno dei suoi (?) lettori. Con una lettera, scritta a macchina, un certo “Boobi” ha espresso tutto il suo (volgarissimo) disappunto per l’anello di Facci. L’appassionato contestatore di dita altrui ha inviato la missiva al giornalista esprimendo tutta la sua rabbia. Ampi stralci della missiva in questione sono stati omessi poiché non pubblicabili a causa della loro volgarità (e quelli che vi riportiamo, ahinoi, sono altrettanto grevi). Facci, da par suo, ha deciso di ridere delle accuse e di pubblicare la lettera.

Il testo della missiva - : “Caro Facci, la fede al pollice è un segno inequivocabile della tua omosessualità. E mi stupisco che un reazionario come Maurizio Belpietro abbia potuto assumerti a Libero. Nella corte da avanspettacolo berlusconiana, mix di troie, truffatori, ruffiani, idioti e venditori di fumo, occupi, dolce Filippa, un posto di seconda fila. Ti sopravanza quella pazza di Alfonsina Signorini. A te, fragile bambola dalle bionde chiome e dallo sguardo impaurito, oltre a Libero, rimane quel miserando programmuccio su La7, dove è più evidente il tuo sommo fastidio di avere accanto una conduttrice femmina. Feltri, Sallusti e ora Belpietro ti sopportano con crescente disagio. Fosse dipeso da loro, saresti al confino come i pederasti durante il ventennio fascista. Abbi cura di te, Facci, finocchietto”. 

Firmato “Boobi”. Nemmeno Facci pensava che quell’anello potesse dare così fastidio. Evidentemente Boobi non legge Tolkien.

Il sondaggio sull’autore della lettera a Facci:

secondo voi è di destra o di sinistra?

Dal 3 dicembre anche Benedetto XVI è su Twitter. L’account ufficiale è “@pontifex” e “twitterà” in inglese, mentre quello in italiano è “@pontifex_it”. Per le altre principali lingue cambierà solo la sigla del paese, ad esempio “@pontifex_es” sarà per lo spagnolo. Per ora è in 7 lingue, compreso arabo, ma altre potrebbero essere aggiunge in seguito.

Tutto ‘sto casino (prostituzione minorile, induzione alla prostituzione, tentata corruzione di pubblico ufficiale) per una brutta, che puzzazava e che faceva le bolle con la gomma da masticare. Già, perchè questa mattina a palazzo di giustizia di Milano, Emilio fede l’ha descritta così la celebre Ruby, al secolo Karima El Mahroug. L’ex direttore del tg4, nell’udienza del processo nel quale è imputato per concussione e prostituzione minorile, ha detto ai giudici che “Ruby? L’ho trovata brutta, aveva un cattivo odore e, mentre ballava la danza del ventre, faceva le bollicine masticando la gomma”. Fede ha anche aggiunto di aver conosciuto per la prima volta Ruby ad Arcore. “Non era una persona che mi interessava – ha spiegato,  rispondendo alle domande di Niccolò Ghedini e del presidente del collegio Giulia Turri – di lei non mi interessavo, la trovavo inadeguata fisicamente. Tant’è vero che quando l’ho rivista lei mi ha detto: ‘che modo villano che lei ha avuto di giudicarmi”. Quanto all’età della ragazza, Fede ha affermato che “a prima vista certamente non mi sembrava minorenne. Lei diceva di avere 24 anni e di essere egiziana… Io comunque ero incuriosito in senso negativo, mi procurava un fastidio visivo”.

E’ una gara a chi grida di più, a chi usa parole più forti. Come se gridare rafforzasse la ragione. Ma quando si alza il volume, quando gli insulti e le insinuazioni prendono il posto degli argomenti, quando l’intolleranza sovrasta il pensiero, i risultati non possono che essere questi: un degrado culturale, un imbarbarimento civile, sociale, politico.

Non conta più l’argomentazione, la capacità di coinvolgere e di convincere, ma usare le parole in modo distruttivo.
E’ come se avessimo abbandonato il punto di vista per abbracciare ciecamente una “scelta di campo”. Come un atto di fede. E la fede  può fare tranquillamente a meno della conoscenza e dell’esperienza.

Poco più che diciottenne, nessun impiego fisso e un reddito da novemila euro dichiarato nell’ultimo anno. Profilo perfetto per chiedere un mutuo e farsi ridere dietro dalla banca. Eppure a Francesco Valle, classe 1990, riesce il miracolo. Nel novembre del 2009 chiede e ottiene da Barclays Bank un finanziamento di 129.600 euro per l’acquisto di un appartamento a Bareggio nell’hinterland di Milano. L’istituto di credito così tira fuori il denaro, a fronte di quali garanzie? Una semplice mail inviata dal funzionario, dove si legge che Francesco Valle “è di famiglia benestante” e che il ragazzo “ha già dato un acconto e il restante lo pagherà la famiglia”. Ma chi sono questi genitori così generosi? Per capirlo bisogna ripercorrere la storia criminale della ‘ndrangheta lombarda. Perché il giovane altro non è che l’erede della potente cosca Valle, i cui affiliati, nel luglio scorso, sono stati condannati in primo grado per associazione mafiosa. Per questo motivo, il tribunale delle misure di prevenzione con una storica sentenza depositata il 23 novembre scorso ha deciso non solo la confisca dell’appartamento, ma anche l’estinzione del mutuo, annullando la relativa ipoteca vantata dalla banca. Il bene, dunque, entra nella disponibilità dello Stato del tutto integro e può quindi essere subito monetizzato. Di contro l’operato di Barclays bank viene ritenuto dai giudici “in difetto di buona fede” perché “la banca non ha correttamente vigilato sull’operato dei propri funzionari e non ha predisposto adeguati passaggi di verifica per la concessione di un mutuo che non era d’importo proprio modesto”.

L’entrata è imponente: marmo, parquet e acciaio. Le pareti sono chiare con stampe delle bellezze di Roma. L’illuminazione è calda, l’insieme di design. Mobili etnici sapientemente intarsiati. Le stanze vanno dai 75 ai 150 euro. La cordiale ragazza alla reception mi dice che bisogna prenotare con un po’ d’anticipo, perché spesso sono al completo. Su Tripdavisor (370 commenti) ricevono tre stelle e mezza. Strano. La posizione è ottima. Centrale e a due passi dalla metropolitana. Forse il problema è il rumore. Molte stanze affacciano, infatti, sul cortile di un oratorio e spesso ci sono dei bambini che giocano. “Lasciate che i bambini vengano a me”, certo. Ma non viene detto: “In silenzio e non dalle 14.00 alle 16.00”. 

Si è parlato molto del metodo adottato da Beppe Grillo per le candidature in Parlamento: cioè blindarle a monte, designando come candidabili alle primarie solo gli attivisti già candidati in precedenza. Persone di provata fede insomma, attivisti “da prima di Parma”, sul campo ai tempi del 2%.
Definita da più parti un diktat poco democratico e non in sintonia con i principi di democrazia dal basso, la decisione di Grillo si sta invece rivelando piuttosto saggia alla luce dei fatti.

 

di Caterina Maniaci

Il sacerdote alza lentamente l’ostia  con un gesto che sembra interminabile. I banchi davanti a lui sono pieni, nonostante sia un giovedì mattina di fine ottobre. I fedeli fanno un segno della croce, lentamente. La messa si celebra nel silenzio, mentre giunge un flebile suono di vento tra gli alberi e lo scroscio dell’acqua di un fiumicello. Altro che urla scomposte e canti sgangherati, fumi di incenso e bancarelle cariche di statuette ormai in gran parte made in China. Ecco il pellegrinaggio che forse non ti aspetti, in un tempo rimasto sospeso nell’eterno, nel santuario di San Francesco di Paola, in Calabria. I pellegrini, qui, affluiscono numerosi da sempre, da quando, attorno agli anni 1435-1452,  iniziò l’esperienza eremitica e francescana di Francesco Martolilla, poco più che ragazzo, nato a Paola il 27 marzo 1416 e morto il 2 aprile 1507. Una storia intessuta di fatti miracolosi, con la costruzione di un santuario e la nascita di un nuovo ordine religioso, quello dei Minimi, fino a oggi, con   un milione di persone che arrivano qui ogni anno. 

Il santuario è stato scelto, quest’anno, come sede per Aurea, la borsa del turismo religioso e delle aree protette. L’iniziativa, ideata nel 2004 da Spazio Eventi e  sostenuta dalla Conferenza episcopale italiana, per due giorni, il 25 e il 26 ottobre, ha fatto incontrare cinquanta buyer (compratori) internazionali  con i «venditori» di pacchetti turistici religiosi, pronti a convogliare anche in terra calabra l’enorme afflusso dei viaggiatori in nome della fede. Perché il dato numero uno, in questo settore, è che il mercato, nonostante la crisi, regge: si va molto meno in vacanza, tramontano i viaggi di lusso ed esotici, ma non i pellegrinaggi. Magari diminuiscono i giorni a disposizione – invece che una settimana si scende a tre-due giorni – lo stile spartano si impone: più Case del pellegrino, più ospitalità in abbazie e conventi, meno alberghi. Aumentano i visitatori dei musei diocesani e tornano i auge gli antichi «Cammini», sulle orme di san Francesco, ma anche su dimenticate rotte dei pellegrini medievali,  e cambiano anche le mete. Nel 2011 Medjugorje ha, sia pure di poco, «scalzato» Lourdes dal primo posto, come meta di pellegrinaggio più richiesta, mentre in Italia la classifica resta sempre guidata da Roma con la basilica di San Pietro, seguita da San Giovanni Rotondo e i luoghi di Padre Pio, da Assisi e San Francesco, il santuario della Madonna di Loreto, quello di Pompei e di Sant’Antonio da Padova. Nel 2008 l’OMT – l’Organizzazione Mondiale del Turismo – ha registrato circa 330 milioni di viaggiatori verso luoghi di fede, per una spesa complessiva di 18 miliardi di dollari; a livello italiano erano circa 40 milioni. Numeri notevoli, ma difficili da calcolare, tanto che questi dati ufficiali sono rimasti fermi al 2008. Per questo la Cei, come ha ricordato monsignor Mario Lusek, direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale del tempo libero, turismo e sport, pensa di istituire un Osservatorio permanente per monitorare il flusso dei pellegrini, anche in vista dei grandi numeri che ci si aspetta durante l’Anno della Fede, indetto da papa Benedetto XVI in questi giorni e che si chiuderà nel novembre 2013.

E se  la top ten dei santuari rimane quasi invariata, si stanno riscoprendo mete  «alternative» e  suggestive. Come la Certosa di Serra San Bruno, nel cuore più selvaggio della Calabria, dove arrivano circa 27mila persone all’anno: qui non si trovano alberghi, bancarelle, chiese ricolme e processioni di giorno e di notte. Invece, ci sono chilometri e chilometri da macinare in mezzo ai boschi,  per arrivare ad un antico monastero, in cui non si può entrare se non in un museo ad hoc allestito nella parte più esterna del complesso monastico, in cui si scopre che esistono  uomini capaci di pregare sei-sette ore al giorno, di vivere in una cella, senza parlare e senza mai usare un cellulare o guardare la tivù. Una follia, che continua ad affascinare da secoli.

 

Come si fa a esultare di fronte alla prospettiva di vedere centinaia di lavoratori in mezzo a una strada? Vorrei chiederlo a Beppe Grillo, che definisce “una buona notizia” il rischio chiusura di una settantina di giornali che vivono e vanno in edicola anche grazie al finanziamento pubblico – e tanti saluti ai colleghi che ci lavorano, chi bene, chi meno bene, chi in buona fede (la stragrande maggioranza), chi in cattiva fede (il diffamatore seriale Alessandro Sallusti e i suoi epigoni, ma sono la minoranza).

Tempo fa ho affermato su questo blog che quella di impiccare i banchieri non costituisce tutto sommato una buona idea. Ribadisco tale posizione. Intanto, perché sono contrario alla pena di morte per principio. Poi, perché la categoria così formulata mi pare troppo ampia, includendo sicuramente magari anche persone che si dedicano alla loro attività in buona fede e credono ancora nella funzione della banca come intermediario fra risparmio e investimento, cioè la funzione classica e a ben vedere indispensabile della stessa, oggi però radicalmente messa in discussione dall’ascesa, più o meno resistibile, del capitale finanziario. 

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