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Mai

“In questa vicenda viene fuori un eccesso di personalizzazione delle indagini. Forse alcuni dei magistrati inquirenti, pur essendo dotati di alta professionalità, hanno avuto la sensazione di costruire non un processo ma un capitolo della storia italiana. Il processo rivelerà se le accuse sono fondate, ma quella sensazione li ha portati a perdere lucidità, a non vedere i limiti costituzionali nell’azione della pubblica accusa”. Lo afferma, in un’intervista al Messaggero, l’ex presidente della Camera (ed ex magistrato) Luciano Violante, secondo cui nella sentenza con la quale la Consulta ha accolto il ricorso del Capo dello Stato “non c’è nulla di stupefacente: si tratta di un caso di ordinaria applicazione della Costituzione”.

Non ho mai creduto – come molti – alla possibila vittoria di Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra. Non ci ho mai creduto, però, per ragioni diverse da quelle che molti – lui stesso incluso – hanno sempre addotto: perché il cosiddetto “apparato” del Pd gli era contro (dai parlamentari ai dirigenti locali), perché il cosiddetto “popolo di sinistra” è più conservatore che innovatore, e così via. No. Per non crederci bastava osservare con attenzione la macchina comunicativa che i suoi (Giorgio Gori in testa) gli hanno allestito per l’occasione: le ragioni della sconfitta erano scritte tutte lì dentro. C’erano all’inizio e ci sono rimaste fino alla fine. Eccole:

RenziRenzi

Ero andato a votare al primo turno delle primarie, sono tornato al secondo. Per un dovere democratico che sento, più che per convinzione. Ma sono stato per mezz’ora fuori dal seggio, passeggiando, prendendo tempo, telefonando a gente che stimo, senza sapere cosa fare. 

Sono stato tentato più volte di andarmene via. Ma le fughe non mi piacciono. E sono entrato. Avendo qui in un mio precedente post spiegato il mio voto (non ideologico) per Vendola nell’urna del 25 novembre, non ho votato come ha invitato a fare il leader di Sel, cioè per Bersani. Anzi non ho proprio votato per nessuno dei due. Ho fatto una cosa che non avevo mai fatto da quando, 36 anni fa, ho votato per la prima volta. Ho annullato la mia scheda.

“Non ho mai avuto conflitti di interesse. Quando ho fatto il ministro non ho lavorato nel mio studio, né in altri. È stata tutta una montatura”. Sono passati oltre 11 anni da quando Pietro Lunardi è diventato ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Cinque anni, attraversati dalle critiche e dall’accusa di essere l’uomo politico più potente proprio nel settore dove la sua azienda faceva affari: “Avevano detto che anche io avevo una impresa di costruzioni, ma era solo uno studio professionale con dentro degli ingegneri, quindi sono tutte cose inventate”. Oggi, il ministro simbolo di quell’età berlusconiana che non voleva lacci né lacciuoli, quello che propose il limite dei 160 chilometri orari in autostrada, parla a ilfattoquotidiano.it della vicenda di Ripoli, il paesino dell’Appennino bolognese dove una frana si è risvegliata proprio col passaggio di una galleria della Variante di valico. La sua ditta, la Rocksoil, leader trentennale nel settore degli scavi dei tunnel, è tuttora impegnata nella progettazione esecutiva di quella galleria.

Il futuro della musica elettronica passa di mano in mano continuamente come il testimone di una staffetta in cui auspichiamo non esista mai un traguardo, se non utopico, lontano anni luce nell’infinitum spaziotemporale, come una chimera, una lepre cyborg da inseguire sempre e non acciuffare mai. La partita senza fine con l’evoluzione dell’elettronica da dancefloor, o da ballare soltanto mentalmente con le chiappe sul divano, è ben lungi dall’essere over ed anzi si arricchisce ad ogni passo di nuovi e spesso molto giovani protagonisti che la mantengono aperta, in bilico, eccitante. Alla luce di ciò perché allora non interpretare Game, l’irresistibile ibridazione di stili che apre il nuovo Release EP di Pangaea, come un nuovo ironico inno dei nostri giorni, un manifesto della partita che non smetteremo mai di giocare? Missy Elliott, nel campionamento tratto da Work It, canta: Do Your Thang, Just Make Sure You Ahead of the Game.

 

Niente primarie. Il sipario sulle consultazioni azzurre è calato nel corso della puntata di Porta a Porta di mercoledì sera con l’annuncio di Maurizio Lupi. Di sicuro non si faranno il 16 dicembre. E quasi altrettanto sicuramente non si faranno mai. Nel day-after del crollo del “sogno” di Angelino Alfano (e Giorgia Meloni, che ancora non si arrende) le dichiarazioni lasciano poco spazio ai ripensamenti. Eccone una breve rassegna. Altero Matteoli: “Penso che non si facciano le primarie, i presupposti sono cambiati”. Mariastella Gelmini: “Niente primarie? Sì, l’orientamento è questo. C’è poco tempo e a differenza del Pd non si trattava di primarie di coalizione ma di partito”. Michaela Biancofiore: “Per me l’uncio candidato è Berlusconi, in alternativa vedrei solo Franco Frattini“. Michela Brambilla: “Le primarie non sono mai state nella nostra tradizionie. Noi stiamo lavorando a un rinnovamento e a un programma che risponda in modo concreto a quanto ci chiede il popolo del centrodestra, che ha sempre seguito il presidente Berlusconi”.

La nota di Alfano – Già, Berlusconi. Con lui in campo le consultazioni sono impossibili. Né il 16 dicembre né mai. Ne ha preso atto anche Angelino Alfano, che si arrende dopo aver battagliato negli ultimi giorni per salvaguardare queste consultazioni ad alto rischio-flop. In una nota diffusa nella serata di giovedì 29 dicembre, il segretario spiega: “Ho sentito il presidente Silvio Berlusconi e abbiamo concordato di convocare, la prossima settimana, l’ufficio di presidenza per assumere le decisioni riguardo le primarie e l’assetto migliore da presentare nella prossima campagna elettorale”. Poche righe che di fatto ufficializzano la data in cui verrà celebrato il “funerale” delle primarie mai nate: avverrà in un giorno della prossima settimana. Magari proprio a ridosso dell’annuncio del ritorno in campo di Berlusconi (con il suo nuovo movimento? Con Forza Italia? Sempre con il Pdl? Lo scopriremo). E’ alta, dunque, la probabilità che il “funerale” delle primarie coincida con il ritorno di Berlusconi e la con il conseguente eclissarsi di Alfano, costretto a cedere nuovamente il passo al Cavaliere. Un’amara parabola discendente, per l’ex Guardasigilli che in veste di segretario ed (ex) delfino ufficiale non è riuscito a dare una sferzata agli azzurri.

I malumori – Il partito è in ebollizione, minato dalle correnti e dalle divergenze di pensiero. E’ una netta minoranza, ma c’è anche chi s’arrabbia per le primarie cancellate con un gesto di spugna. E’ il sindaco “formattatore” di Pavia, Alessandro Cattaneo: “Deluso? No, sono arrabbiato. Ma voglio ancora sperare”. Speranza vana. Poi c’è chi, come Renato Schifani, spiega che “il Pdl è il mio partito e lì intendo restare”. Il presidente del Senato aggiunge che la sua “costituente dei moderati”, “non era una proposta politica, ma un appello alle forze moderate ad aggregarsi”. Peccato però che la fisionomia di questo Pdl debba essere ancora definita: ecco perché forse nemmeno Schifani sa se potrà rimanerci davvero, negli azzurri che saranno. Quindi Maurizio Lupi, l’uomo che, di fatto, ha ufficializzato l’addio alle consultazioni: “Mi dispiace molto che sia andato in scena il miglior spot per il Pd. Mentre Renzi e Bersani si confrontavano su scuola, lavoro e giovani, noi sembravamo marziani che discutevano ancora delle primarie, se farle o no, delle discussioni tra Berlusconi e Alfano”.

La grana Bondi – E in una giornata già particolarmente difficile per il Pdl, scoppia anche la grana dei temi etici. Galeotta fu l’intervista concessa da Sandro Bondi a La Stampa, in cui il coordinatore individua negli ex An e nei cattolici del partito i responsabili del mancato rinnovamento. Bondi tira in ballo il caso di Eluana Englaro, sul quale gli azzurri nel (suo) mirino ebbero “posizioni di radicalismo religioso alla Tea party, in contrasto anche con il cattolicesimo”. Un’affermazione che ha scatenato un bombardamento di dure reazioni contro Bondi. Per primo Maurizio Sacconi, che invita di fatto il coordinatore ad andrsene. Quindi Gaetano Quagliariello, che lo rimprovera per il voltafaccia sul caso Englaro. E avanti così, con le secche prese di posizione di Eugenia Rocella, Viviana Beccalossi, Carlo Giovanardi e di tutti coloro che non hanno gradito l’attacco di Bondi che, da par suo, si unisce al coro  - quello sì, quasi unanime – di chi dice che “l’unico candidato è Berlusconi”.

 

 

Silvio Berlusconi è un combattente, un uomo che anche nelle peggiori condizioni non si arrende ed è capace di risollevarsi. Quante volte è stato dato per finito? La prima fu nel 1994, quando era appena entrato in politica, ma contro tutti i pronostici riuscì a sconfiggere la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. Gli ex compagni del Pci lo diedero per morto anche nel 1996, quando fu battuto per la prima volta da Romano Prodi. All’epoca perfino i suoi alleati, Fini e Casini, si erano convinti che la sua stagione politica fosse conclusa, ritenendo che il Cavaliere non sarebbe riuscito a sopravvivere a cinque anni di opposizione. E infatti si prepararono ad occuparne il posto. Tuttavia, contro ogni previsione, Berlusconi seppe tener unite le sue truppe e nel 2001 tornò vittorioso a Palazzo Chigi, dove rimase ben cinque anni, periodo lunghissimo mai riuscito a nessun altro prima di lui. Forse per questo, ma più probabilmente per lo sfilacciamento della sua coalizione, nel 2006 fu considerato un’altra volta spacciato, quando per poche migliaia di voti venne mandato a casa da Romano Prodi. Per lui sembrava pronto il ribaltone dei soliti Fini e Casini, ma invece anche in quel frangente fu lui a ribaltare il tavolo  della casa delle libertà e due anni dopo a rivincere.

Abbiamo fatto il lungo elenco di vittorie e sconfitte,  per dire che anche quando appare nella polvere, quando nessuno è pronto a scommettere un soldo bucato su di lui, il Cavaliere è sempre una sorpresa, perché il suo fiuto politico e la sua caparbietà hanno la meglio su qualsiasi previsione, anche la peggiore. Dunque non ci stupisce che dopo la sua uscita di scena nel novembre dello scorso anno Berlusconi non si dia per vinto e voglia risorgere. Anzi, diciamo che, conoscendolo, un po’ ce lo aspettavamo. Uno come lui non si rassegna a congedarsi dalla politica tra una folla di avversari politici che ne reclama le dimissioni. Uno come lui non se ne va dalla porta di servizio come accadde un anno fa. Berlusconi è Berlusconi. È l’uomo delle imprese impossibili. Il leader del predellino e anche quando sembra con le spalle al muro non getta la spugna. Che si rassegnasse a una tranquilla vecchiaia, alle passeggiate con i nipotini o alle serate con le soubrette, era per noi cosa inimmaginabile. L’idea che dopo una stagione così intensa che lo ha portato alla creazione del più grande polo moderato che mai sia esistito in questo paese, si dedicasse al giardinaggio, faceva sorridere tutti noi che lo conosciamo bene.

Il discorso di ieri sul Pdl e sui suoi futuri impegni, la possibilità quindi di una sua ridiscesa in campo, se non erano nelle cose erano certamente tra quelle possibili, perché Berlusconi non lascia mai, piuttosto raddoppia.

Ciò detto, bisogna però dire due parole a proposito della mezza promessa fatta ieri dall’ex premier. Ormai mancano pochi mesi alle elezioni, meno di quattro  per  essere precisi, ma considerando che c’è di mezzo il Natale sono tre scarsi. È vero che quasi vent’anni fa, quando decise di scendere in campo, Il Cavaliere non ne ebbe a disposizione molti di più, ma erano altri tempi. La prima Repubblica era appena crollata e Berlusconi rappresentava la speranza di una seconda che fosse migliore della prima. È vero, ebbe pochi mesi a disposizione per convincere gli italiani a votarlo, ma la voglia di cambiamento era irresistibile. E infatti gli italiani non resistettero e lo votarono, lui e l’esercito di sconosciuti che si portava dietro.

Oggi non è più così. Gli elettori sono delusi, spaventati dalla crisi economica e la voglia di cambiare, il sogno di un’Italia migliore, si rivolge altrove, perché l’offerta politica è diversa e più ricca. Non vogliamo dire che Berlusconi sia passato di moda, diciamo soltanto che nonostante la sua determinazione e la sua forza, oggi rialzarsi è difficile.

Lo è ancor più se le strategie di riscossa non sono chiare, se ogni giorno si fa un passo avanti e due indietro. Da mesi assistiamo a un balletto di dichiarazioni su progetti e propositi che poi non si realizzano. Le primarie, i volti nuovi, la lista degli imprenditori, la candidatura di Alfano a premier e poi la ricandidatura dello stesso Berlusconi. Intendiamoci: sono tutte idee che hanno fondamento e che forse potrebbero incontrare l’interesse di chi vota. Ma se il giorno dopo vengono regolarmente smentite, pur avendo fondamento non hanno più alcuna credibilità. Lo ripetiamo: mancano tre mesi al voto e in tre mesi è difficile convincere qualcuno a votare se non si hanno idee chiare. Berlusconi non è più convinto della scelta di Angelino Alfano e pensa di doversi riprendere il posto di segretario del partito? Bene, lo dica e agisca di conseguenza. Pensa che il Pdl sia ormai un partito morto e bisognerebbe fondarne un altro, ma senza La Russa e  Cicchitto e gli altri colonnelli? Ok, lo faccia. Crede che sia meglio dar vita a tante liste guidate da personaggi che hanno visibilità nel loro settore? D’accordo, proceda.

Insomma, noi comprendiamo che il Cavaliere non sia soddisfatto di un partito dove ci sono le correnti e le decisioni si pesano con il bilancino. Capiamo anche che lui  sia avanti un chilometro rispetto a tutti quelli che gli stanno intorno. Ciò nonostante non c’è più tempo da perdere in lunghe discussioni e, soprattutto, in un tira e molla infinito. Se non gli vanno bene le primarie, le cancelli e si candidi. Se non crede più nel Pdl lo liquidi. Se non vuole Alfano lo sostituisca. L’unica cosa che Berlusconi non può fare è cambiare parere. Non è da lui. Non è da uomo che sa dove va. Gli elettori in tutti questi lunghi anni gli sono stati fedeli perché la sua linea era chiara e non aveva tentennamenti. Ora gran parte del suo popolo, del popolo di centro destra, è confuso e non sa dove andare. Prima che vada con Grillo o Montezemolo urge dunque un chiarimento. Berlusconi decida per sé e per il partito e poi lo dica. Ma si ricordi: i tempi sono stretti e un capo ha il dovere di indicare la linea, non di dire quella che non gli piace.

di Maurizio Belpietro

 

A Servizio Pubblico le risse non mancano mai. Ospite di Michele Santoro, giovedì sera, c’era l’ex ministro Renato Brunetta, che incalza il teletribuno: “Lei quanto guadagna?”. La risposta di Michele: “Gestisco una società, ho solo i dati dell’anno scorso, sono circa 250mila euro”. Il teletribuno, piccato, sottolinea che “non sono un dipendente de La7”. Quindi, sempre più nervoso, Santoro aggiunge: “Io le ho chiesto di fare mettere in rete tutti gli stipendi, anche quello di Vespa”. “La Rai si è rifiutata”, ha replicato Brunetta.

La lite tra Santoro e Brunetta

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pubblicato da Libero Quotidiano

La carriera di Francesco De Gregori si è più volte sovrapposta a quella di Bob Dylan. Nella maniera di narrare. Nello smarcarsi sistematicamente da se stessi. Persino nel devastare, anzitutto dal vivo, i propri successi. Dylan abbandonò il se stesso più noto, quello della prima metà dei Sessanta, attraverso la “svolta elettrica” e trasformando un banale incidente motociclistico in spartiacque esistenziale. Dopo la caduta a Woodstock nel ’66, Dylan non è più stato “quel” Dylan. In qualche modo refrattario all’applauso. Epidermicamente infastidito dall’eco della propria grandezza. 

La ristampa del Dizionario bilingue Italiano-Gatto, Gatto-Italiano, 180 parole per imparare a parlare gatto correntemente (Edizioni Sonda, Casal Monferrato – Alessandria) pone problemi di metodo molto complessi che si possono riassumere nel quesito: esiste una lingua dei gatti e questa lingua è traducibile compiutamente nel linguaggio verbale?

Una traducibilità discutibile sin dall’inizio, della stessa portata dell’“utopia semiologica” che pretende di ridurre il significato della musica al linguaggio verbale. Aveva intuito la soluzione del problema Eduard Hanslick: “La musica è un linguaggio che noi parliamo e comprendiamo, ma che non siamo in grado di tradurre”. Contro l’identificazione musica-messaggio, musica-linguaggio, è opportuno sottolineare che l’espressione verbale non è l’unica forma di espressività comunicativa. La musica, pur essendo comunicativa, non si limita ad esprimere qualcosa nel suo immediato dispiegarsi.

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