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morire

Morire per una partita di calcio. Questa volta il dramma non si è consumato sugli spalti, ma a bordo campo. Tre ragazzini di una squadra giovanile di Amsterdam, la Nieuw Sloten, in trasferta sul campo dei Buitenboys, hanno aggredito uno dei guardalinee, Richard Nieuwenhuizen, colpendolo ripetutamente al volto con calci e pugni quando questi era già a terra.

L’uomo di 41 anni inizialmente si è ripreso, ma dopo qualche ora ha accusato un malore ed è stato ricoverato in ospedale. Nella notte le sue condizioni si sono aggravate e in serata è stato dichiarato clinicamente morto dalla polizia. I tre giovani giocatori di età compresa tra i 15 e i 16 anni, ritenuti responsabili dell’aggressione, sono stati arrestati.

I nostri politici non si smentiscono mai. E ora per tagliare il numero del parlamentari per l’anno prossimo ne aggiungeranno novanta. Avete capito bene: per costituire una Commissione di riforma della Costituzione verranno create novanta poltrone in più che, come riporta oggi il Corriere della Sera, non potranno avere doppi incarichi e avranno il compito di tagliare i parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto e modificare i poteri del presidente della Repubblica.

Queste poltrone, poi, hanno un prezzo. Questa commissione infatti ha un costo che deve essere coperto, in parti uguali, da Camera e Senato. “Il trattamento economico dei membri della Commissione costituente è pari a quello dei membri della Camera dei deputati, ivi comprese le indennità accessorie”. Ovvero: venti milioni di euro in un anno. Senza aggiungere che stando all’articolo 138 della Costituzione, fare questa riforma è compito del Parlamento.  

Malati di SLA in prima linea. Non ne ho parlato direttamente peri il rispetto che nutro. Ho più volte ribadito che mi vergogno quando realizzo di appartenere ad una nazione che permetta che ciò accada.

Ora leggo addirittura di un rischio di morte concreto paventato come strumento di reclamo avverso un sacrosanto dovuto diritto. Non riesco neanche ad informarmi a dovere. Da giorni inizio a leggere di tutto ma non arrivo mai in fondo. Per me il fondo è già nel titolo.

Siamo davvero ridotti a questo? Io non lo credo. Cosa giustifica il rischio di morire? Se chi lotta per un diritto che gli consente la sopravvivenza, poi può ottenerlo con la minaccia reale e concreta di morire?

Spesso le conseguenze disumane di posizione ideologiche sono negate o nascoste sotto una coltre di termini complicati. Benvengano, dunque, dichiarazioni come quelle rilasciate oggi da Monsignor Sgreccia al Corriere, che hanno almeno il pregio della chiarezza.

Parlando di Martini, Sgreccia dice: “La situazione di Welby era affatto diversa. C’erano terapie che avrebbe potuto rifiutare fin dall’inizio, quando ad esempio venne fatta la tracheotomia. Uno può dire: vado avanti seguendo la natura, non voglio un procedimento straordinario, essere attaccato a una macchina. Ma una volta che è accaduto e chiedi al medico di staccarti, allora la cosa cambia, gli chiedi di interrompere la vita, chiedi a un altro di farti morire”.

Suocera-nuora, un binomio spesso esplosivo. Anche la natura lo sa ed ecco perché manda in menopausa le donne più avanti con gli anni: per impedire la concorrenza tra madri e figlie acquisite e per permettere alle nonne di dedicarsi ai nipoti. E’ la teoria che nasce da uno studio dell’Università di Sheffield (Gran Bretagna) e della Turku University (Finlandia), secondo cui quando una donna ha un bambino nel corso della vita e al tempo stesso anche sua nuora, entrambi i neonati hanno ben il 50% in meno di probabilità di sopravvivere fino all’età adulta.

Hanno lasciato morire una neonato e pensavano di farla franca. Ma questa volta l’ennesimo caso di malasanità è stato smascherato grazie ad una intercettazione ambientale. A raccontare la storia è Amalia De Simone del Corriere della Sera che è riuscita ad avere quel file con la conversazione tra il primario dell’ospedale di Boscotrecase, in provincia di Napoli, e l’ostetrica presenti al parto che decidevano di “confezionare” una nuova cartella clinica che garantisse loro l’impunità nel caso si fosse verificato il peggio. Il peggio arrivò pochi giorni dopo: Antonia, la piccola appena nata, morì. La madre e il padre non se ne sono fatti una ragione e così hanno sporto denuncia perché fosse fatta chiarezza sulle circostanze della morte della bimba. La verità venne fuori solo molti mesi dopo, quando uno dei medici che aveva partecipato al parto confessò al pm di Torre Annunziata Emilio Prisco, di aver effettuato una intercettazione ambientale. 

I magistrati, scrive il Corriere, in questi giorni hanno formulato anche la richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati. Le intercettazioni che è possibile ascoltare nella videoinchiesta di Amalia De Simone, sono sconcertanti: “Vediamo di metterla a posto ora che si può fare, domani potrebbero sequestrarla…”; senza contare l’inclusione nella documentazione ospedaliera di un falso tracciato e il turpiloquio irrispettoso usato anche per indicare la povera bimba, per giustificare il loro operato: “… quella puttana non si è voluta riprendere e noi lo abbiamo preso in culo…”.

Dalla Russia, il terribile video dell’esecuzione in diretta di questo cane che, prima di morire, semina il panico tra la folla, inseguendo e azzannando alcune persone. Dopo una lunga fuga e dopo aver schivato numerose pallottole, l’animale si accascia al suolo privo di vita.

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pubblicato da Libero Quotidiano

L’esecuzione di un cane in strada Ringhia e morde: gli sparano

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C’è una sola foto ufficiale sul sito del Quirinale che ritrae Giorgio Napolitano a contatto con il “popolo” dei suoi duemila invitati al party sobrio della festa della Repubblica il primo giugno scorso. E’ quella con Eugenio Scalfari che ride a crepapelle forse per una barzelletta che Napolitano (come un tempo Silvio Berlusconi) sta raccontando a un altro ospite. La barzelletta doveva essere così divertente che anche sullo sfondo in alto della foto l’ex ministro della Giustizia, Giovanni Maria Flick, si copra la bocca con la mano per non ridere troppo sguaiatamente. Di fianco a lui serissimo un invitato dal passato: Carlo Fracanzani, fra gli ultimi esponenti della Prima Repubblica (fu ministro delle Partecipazioni statali), che probabilmente avrà capito la barzelletta solo in queste ore, tornato nel suo amato Venrto un tempo democristiano. Evidente che nella foto il protagonista non è Scalfari, ma è il suo nome l’unico di cui si vanta Napolitano sul sito ufficiale del Quirinale. La didascalia della foto non lascia infatti dubbi di sorta: “Palazzo del Quirinale – 01/06/2012- Il Presidente Giorgio Napolitano con Eugenio Scalfari, nel corso del ricevimento per l’anniversario della nascita della Repubblica”

Si attraversano cancelli e inferriate per arrivare al palcoscenico del Carcere di Rebibbia, Sezione Alta Sicurezza.
Dove alcuni detenuti recitano i canti dell’Inferno. Molti di loro sono ergastolani e, chi meglio di loro, è capace di trasferire l’inferno del carcere che vive ogni giorno ai tormenti danteschi di Paolo e Francesca. I fratelli Taviani ci arrivarono per caso e da lì  l’idea fulminate di affidare alla compagnia teatrale del carcere la rappresentazione della tragedia “Giulio Cesare” di William Shakespeare nel loro “Cesare deve morire”. 
Paolo e Vittorio Taviani, 82 anni, ancora lavorano e sperimentano con l’entusiasmo di due ragazzini. Il resto lo fa la potenza dell’arte del drammaturgo inglese che lentamente pervade gli animi induriti dei galeotti, senza cultura alcuna. Meraviglioso l’uso del bianco e nero per le scene di ordinaria detenzione: “Cassio” mentre pulisce il corridoio e ripassa le battute è sbeffeggiato: “Anziché farsi la galera seriamente, si è messo a fare il buffone”. “Bruto” invece entra anche nei vicoli di Napoli e il camorrista rivive turbato immagini della sua criminalità specchiate nelle  parole di Shakespeare: “Se mai si potesse togliere la tirannide (l’infamia) senza squarciare il petto all’uomo”. Il film si “colora” quando i detenuti/attori salgono sul palcoscenico.
La bellezza del docu/film sta proprio nella frase  di un condannato  a fine pena mai, come si dice in termini penitenziari. Lui che per sempre rimarrà un escluso dalla vita dice: “Da quando ho conosciuto l’arte ‘sta cella mi sembra una prigione”. Il resto è un non detto. Chissà se avesse incontrato Shakespeare nei vicoli del malaffare, forse, non avrebbe trafitto petti. Ma dietro  le sbarre si compie il miracolo della Grande Arte: la tragedia shakespeariana coinvolge emotivamente ed eticamente i detenuti. Tutti sono recuperabili, anche i più efferati criminali. E l’arte dimostra di poterlo fare come o di più di tanti corsi di rieducazione.
Il film, come spesso avviene per quelli non destinati al grande pubblico, ha avuto un rapidissimo passaggio nelle nostre sale, malgrado abbia vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. Ed ora anche un David di Donatello. Se si proiettasse anche in tutti i carceri  e nelle scuole d’Italia, sarebbe un bel atto di civiltà.  Perché l’arte è la prima forma di libertà. A volte anche l’unica.
di Januaria Piromallo

tovato su: Il Fatto Quotidiano

 

 

Pochi attimi per capire che era accaduto qualcosa di terribile. E gli occhi di una ragazzina spaventata. “Cosa ho alla pancia? Cosa ho alla pancia?”, chiedeva ai primi soccorritori.

I primi istanti – Sono stati minuti lunghissimi, ma per i sedici anni di Melissa Bassi sono stati gli ultimi. Avvolta dalle fiamme, con un braccio devastato dall’esplosione e una ferita alla testa, cercava di capire cosa fosse successo intorno a lei. Vincenzo Ruggiero è stato il primo a soccorrerla. Un vigile del fuoco fuori servizio che aveva appena accompagnato la figlia a scuola.

Soccorsi – “Mentre tentavo di aiutare quella ragazzina pensavo che lì sarebbe potuta esserci mia figlia Sabrina, che frequenta lo stesso istituto”, ha detto Ruggiero. “Solo un’incredibile coincidenza ha impedito che mi fermassi nel posto in cui c’è stata l’esplosione per far scendere mia figlia dall’auto”. Un uomo che, per il lavoro che fa, a 51 anni ha visto tante tragedie. Sua la prontezza di togliersi le due magliette cha aveva addosso e utilizzarne una per spegnere il fuoco che avvolgeva il corpo di Melissa. L’altra l’ha usata per stringere forte l’avambraccio della ragazza, con la speranza di poterle salvare la vita.

Cosciente – Melissa era viva, con gli occhi aperti e provava a capire. “Era cosciente e continuava a chiedere cosa le fosse accaduto alla testa”, spiega Ruggiero. Che ha continuato ad aiutarla fino a quando è arrivata l’ambulanza. Il medico che l’ha assistita e portata in ospedale ricorda quei momenti concitati. “Mi chiamo Melissa”, ha detto. Poi ha continuato a chiedere “che è successo?”. Fino a quando si è addormentata per non risvegliarsi più. Una domanda che non ha ancora una risposta chiara definitiva.

Ricordi – E nei giorni successivi spuntano gli ultimi ricordi della sedicenne di Mesagne. I vestiti sul letto, il video della prima comunione, le foto più care.

 

 

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