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La guerra e i bombardamenti non lasciano indifferenti nemmeno i calciatori, o almeno quelli che non giocano nel campionato italiano, dove evidentemente schierarsi e prendere la parola è una colpa ben peggiore che giocar male o scommettere. E così, oltre sessanta calciatori dei più importanti campionati europei, Italia esclusa, hanno deciso di firmare tutti insieme un appello di solidarietà per il popolo palestinese. La lettera aperta è stata indirizzata alla Uefa, massimo organismo del calcio continentale, cui è stato chiesto di rinunciare all’assegnazione a Israele dei prossimi campionati europei Under 21 – che si disputeranno a giugno 2013 e a cui anche l’Italia si è qualificata – in quanto è “una scelta contraria ai valori dello sport”.  

Cinque coloni israeliani sono entrati nella notte scorsa in un edificio di cinque piani nel quartiere di Jabal Mukaber, uno dei quartieri arabi di Gerusalemme est. Un edificio costruito da poco e quasi vuoto, tranne per una famiglia palestinese che abita all’ultimo piano. I residenti della zona, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, hanno riferito che il palazzo, costruito dai palestinesi, sarebbe stato comprato da un’organizzazione vicina al movimento dei coloni, Elad, due anni fa. Come in altre zone della città, i coloni cercano di “mettere piede” nei quartieri arabi per poi iniziare un braccio di ferro con le autorità municipali che, in genere, si conclude a loro favore. Il movimento pacifista Gush Shalom (Peace Now) ha duramente condannato l’accaduto: “E’ una provocazione – ha detto in un comunicato – Entrare nelle case nel cuore della Gerusalemme palestinese fa aumentare la tensione, in una città che è già un punto molto sensibile”.

Eh voilà: niente di nuovo sotto il sole cupo dell’occupazione secondo Israele. Scrivo “secondo Israele” perché in base alla IV Convenzione di Ginevra, ogni potenza occupante sarebbe obbligata a garantire la sicurezza e i diritti dei civili sotto occupazione. Sarebbe ma non è.

Israele non ha mai protetto i civili dei Territori occupati palestinesi e lo dimostra ancora una volta la sua reazione a dir poco vendicativa alla “promozione” della Palestina da entità a Stato osservatore dell’Onu, la settimana scorsa. Nel giorno in cui il presidente palestinese Abu Mazen è tornato a Ramallah, accolto come un eroe, il governo guidato da Bibi Netanyahu – che secondo i pronostici dovrebbe vincere le elezioni del 22 gennaio- ha confermato che “Israele continuerà a costruire a Gerusalemme e in ogni luogo della mappa degli interessi strategici dello stato di Israele”, quindi anche nella zona East1, cioè l’area tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania, cioè la Palestina, come aveva rivelato tre giorni fa il quotidiano Haaretz. Questo per far capire chi comanda.

Quattrocentosessanta milioni di shekel. Ovvero 120 milioni di dollari. Dollari di proprietà dell’Autorità nazionale palestinese, che il governo di Israele ha deciso però di non versare all’Anp. Sono i fondi derivanti dai diritti di dogana che Israele raccoglie per conto dell’Anp e che mensilmente devono essere trasferiti nelle magre casse palestinesi.

Questo mese il trasferimento non avverrà. Lo ha detto Yuval Steinitz, ministro delle finanze nel governo guidato da Benyamin Netanyahu: «Non ho intenzione di trasferire i fondi delle tasse dovute all’Anp – ha detto Steinitz – I fondi saranno usati per pagare i debiti che l’Autorità palestinese ha nei confronti della Israeli Electrical Corporation e di altre aziende». In pratica, il governo di Netanyahu ha deciso d’autorità di usare fondi di cui, in base agli accordi internazionali e bilaterali firmati a Parigi nel 1994, non può disporre liberamente. Soldi che peraltro servono a garantire stipendi e servizi nei territori amministrati direttamente dall’Anp.

Abu Mazen dopo la votazione all'assemblea generale delle Nazioni unite su PalestinaAbu Mazen dopo la votazione all'assemblea generale delle Nazioni unite su PalestinaL’attuale ordinamento internazionale mantiene, a oltre trecentocinquanta anni dai Trattati di Westfalia che, secondo la periodizzazione prevalente, ne segnano l’inizio, un carattere eminentemente statocentrico.

Ciò in certa misura induce a comprendere, ma non certo a giustificare, l’atteggiamento del procuratore presso la Corte penale internazionale, il quale rigettò a suo tempo il ricorso presentato dall’Autorità palestinese per il massacro operato dall’esercito israeliano, Tsahal, a Gaza con l’operazione cosiddetta Piombo Fuso, con la motivazione che la stessa Autorità non costituiva uno Stato. 

“Siamo qui non per delegittimare uno stato, Israele, ma per legittimare uno stato: la Palestina. Mi impegno a rianimare i negoziati con Israele”. Lo ha dichiarato il presidente dell’Anp Abu Mazen al Palazzo di vetro, poco prima che l’Assemblea Generale dell’Onu desse il via libera alla risoluzione che riconosce la Palestina come “Stato osservatore non membro dell’Onu”.

La risoluzione è stata votata con 138 voti favorevoli, tra cui l’Italia. I paesi che hanno votato contro sono stati 9, 41 gli astenuti.

L’assemblea generale dell’Onu si prepara a votare la risoluzione per il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro, risoluzione che prevedibilmente passerà nonostante l’opposizione di Israele e Stati Uniti. Il presidente palestinese, Abu Mazen, che la scorsa notte si è incontrato a New York con il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e con emissari dell’amministrazione di Barack Obama, guida la delegazione che presenterà formalmente la risoluzione. I palestinesi sostengono di poter contare sul voto favorevole di almeno 140 dei 193 Paesi membri dell’assemblea e confidano di poter raccogliere ancora altri voti prima dell’inizio della sessione plenaria, che comincia alle 16 italiane. La riunione di oggi per far entrare la Palestina come osservatore non membro continua a provocare imbarazzi, prudenze, timori e mezze polemiche. Il voto è previsto per la serata italiana.

Francia e Gran Bretagna aprono alla risoluzione Onu sul riconoscimento dell’Autorità nazionale palestinese come Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite. Londra pone due vincoli al proprio sì: l’Anp deve impegnarsi a riprendere subito, senza condizioni, i negoziati di pace con Israele e a non chiedere processi di Israele per crimini di guerra. La svolta è arrivata nelle ultime ore e fa seguito ai colloqui di ieri tra il ministro degli esteri britannico William Hague, il capo dell’Anp Abu Mazen e il collega francese Laurent Fabius.

A oltre otto anni dalla sua misteriosa e rapidissima morte nell’ospedale militare di Percy, alla periferia di Parigi, la salma di Yasser Arafat è stata riportata alla luce: alle 8,05 del mattino ora locale, le 7,05 italiane, dopo poco più di tre ore di lavori l’esumazione è stata completata sotto la supervisione di esperti svizzeri, francesi, russi e palestinesi nel mausoleo in pietra calcarea di Ramallah intitolato al fondatore dell’Olp e primo presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese: lo hanno riferito in via riservata fonti governative palestinesi, mentre ufficialmente si continua a mantenere il massimo riserbo.

Presente comunque alle operazioni, schermate agli occhi del pubblico da grandi teloni scuri, il muftì di Gerusalemme, Mohammed Hussein, giunto appositamente alla Muqatah, il complesso dove risiede il successore di Arafat alla guida dell’Anp, Mahmoud Abbas alias Abu Mazen, e sulla sommità del quale è stata issata per l’occasione un’enorme bandiera palestinese. In corso adesso il prelievo di campioni organici, da sottoporre a complesse analisi di laboratorio per accertare se, come molti sospettano, nel novembre 2004 Arafat sia stato assassinato contaminandolo con polonio-210, un pericoloso isotopo radioattivo. 

Stanno arrivando alla spicciolata dalla Svizzera, dalla Francia e dalla Russia nella “capitale provvisoria” dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ramallah. Sono gli esperti di scienze forensi e gli scienziati che martedì inizieranno a riesumare il corpo di Yasser Arafat per cercare tracce di polonio, il materiale radioattivo che potrebbe aver ucciso il vecchio leader palestinese nell’ottobre del 2004. Tawfiq al-Tirawi, capo del team palestinese che affianca gli esperti internazionali ha detto che la tomba di Arafat potrebbe essere aperta già domani.

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