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Patrignano

Si chiama comunità, si legge holding e la sua denominazione legale è no profit: in realtà San Patrignano è soltanto l’ultima delle società della galassia Moratti vicina a sprofondare. Troppi i buchi in bilancio, troppi gli sperperi negli anni, tante fotografie sui giornali, assegni girati e poca sostanza. I soldi per pagare i dipendenti rischiano di finire, la dinastia dei Muccioli è finita alla porta, la comunità è divisa per fazioni. Ma soprattutto i soldi che Gianmarco Moratti ogni sei mesi versava sui conti della comunità terapeutica sono sempre meno, a fronte di una richiesta sempre più alta.

In tempi di lauree pagate a peso d’oro, c’è un titolo di studio che in questi giorni è stato rifiutato e rispedito al ministero della Pubblica Istruzione. Si tratta del diploma di maturità professionale per “Assistenti per comunità infantile”, conferito dall’istituto Melozzo di Forlì nell’anno 1997/98, registrato nel registro dei diplomi con il numero 5345 e consegnato il 20 luglio del 2000. A chi? A Nicolò Licata, nato a Palermo nel 1961 e residente a Bertinoro (Forlì-Cesena), ma soprattutto ‘ospite’ della comunità di San Patrignano dal 1986 al 2002.

Ha 3 anni, Tanir – nome di fantasia- la testa tutta riccia e una gran voglia di giocare, com’è normale alla sua età. La vita finora non è stata generosa con lui: il padre è tornato in Marocco, dopo aver avuto in Italia problemi con alcol e droga conclusisi in carcere. La sua sorellina invece è morta, a causa di una malformazione congenita, nella casa protetta dove era stata mandata assieme al fratello dal tribunale dei minori di Firenze.

Papà e sorellina scomparsi dalla vita di Tanir a soli tre anni. “Li ho fatti arrabbiare io” è la spiegazione che si dà il piccolo per quelle assenze. Ma Tanir non è solo. Ha una mamma, Sara, fiorentina di 41 anni, che vive a San Patrignano. Il suo problema si chiama cocaina.

Una madre con una storia difficile. E un figlio che rischia di rimanere solo. Una vicenda complicata, di quelle in cui la burocrazia decide di vite altrui. Il bambino ha solo tre anni, suo padre è tornato in Marocco dopo anni di droga, alcol e carcere. Non l’ha mai conosciuto. Sua sorellina è morta quando aveva pochi mesi. Le è rimasta solo la mamma, una giovane toscana con problemi di tossicodipendenza. Lei vive a San Patrignano, comunità dove si sta disintossicando.

Uniti poi separati – I servizi sociali, racconta il Corriere della Sera, hanno riunito madre e figlio, trovando una sistemazione comune nella comunità. “Lei è legatissima al figlio, nonostante una capacità genitoriale condizionata da una grande fragilità emotiva”, raccontano gli operatori. Ora tutto questo è a rischio. Il Tribunale dei minori di Firenze, lo stesso che qualche mese fa li ha riuniti, ha cambiato impostazione, intimando che il bambino venga riportato in una casa protetta, in vista di un percorso destinato a sfociare nell’adozione.

Scelta inspiegabile – A San Patrignano nessuno vuole crederci e si preparano a lottare: “È una scelta inspiegabile”, scrivono dalla comunità di recupero, “Il piccolo sta vivendo con serenità il rapporto affettivo con la madre. Un repentino distacco rappresenterebbe un ulteriore trauma: ci opporremo con tutti i mezzi consentiti dalla legge”. La prima azione di resistenza è andata in scena ieri quando alle porte della comunità si sono presentati i servizi sociali per prelevare il piccolo. “Oggi è malato, non può essere prelevato, ripassate un’altra volta”, hanno risposto gli operatori di San Patrignano. Ma è questione di tempo, sanno che la decisione che ha valore è quella del giudice. E lui ha deciso di separare ancora una volta madre e figlio.

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