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pugno

Se tutti sono comunisti, nessuno è comunista. La sinistra nega se stessa. Il tutto per un pugno chiuso. Simbolo di un’epoca rossa. SImbolo del Pci. Tommaso Giuntella, uno dei giovani che campeggiano nel fotone della vittoria di Pierluigi Bersani alle primarie, il pugno chiuso lo mostra fieramente. Subito dopo lo scatto sono fioccate le polemiche. Il Pd è ancora comunista? Bersani ha l’animo comunista? Tutto il Pd è comunista?. I partiti ormai fanno a gara a rinnegare il passato. E allora per spegnere il fuoco del revanscismo di sinistra il Pd ha pensato bene di sconfessare l’unica cosa di sinistra che gli era rimasta: il pugno. Sul sito de ilpartitodemocratico.it, dopo l’idea dei “fantastici5”, hanno deciso di pubblicare i fantastici pugni. Una carrellata di pugni chiusi. Ma chi tiene la mano chiusa non è solo il comunista. Ma anche il cardinale, il leader democristiano e l’atleta di colore. Insomma tutti. Per dimostrare che quel gesto lo fa chiunque e non ha un valore, o meglio un colore politico. E allora se Giuntello è comunista, per il Pd lo è anche il cardinal Bertone, Alcide De Gasperi, monsignor Fisichella, John Kerry, Angela Merkel, Barack Obama, il campione olimpico dei 100 metri a Messico ’68, l’americano e black panther Tommie Smith, Nelson Mandela. Ognuno di loro tiene il pugno chiuso. Come dire, “se lo fanno loro perché noi non possiamo farlo?” Beh, bisogna anche analizzare il contesto del gesto e la posizione del pugno. Non tutti lo mostrano con vigore. De Gasperi comunista non lo era. Bersani forse. Giuntella sicuramente… 

 

Pena ridotta da 9 a 8 anni di carcere per Alessio Burtone, che l’8 ottobre del 2010 uccise con un pugno l’infermiera romena Maricica Hahaianu all’interno della stazione della metropolitana A Anagnina, a Roma. E’ la sentenza della prima Corte d’Assise d’Appello presieduta da Mario Lucio D’Andria non accogliendo la richiesta a 12 anni di reclusione avanzata dal procuratore generale. A Burtone, accusato di omicidio preterintenzionale, il Tribunale ha negato le attenuanti generiche che erano state sollecitate dagli avvocati difensori Fabrizio Gallo e Gianantonio Minghelli. In primo grado l’uomo fu condannato a 9 anni di carcere escludendo l’aggravante dei futili motivi, a fronte della richiesta del pubblico ministero di 20 anni di carcere.

 

Guarda il video del pugno mortale su LiberoTv

 

 

Era l’8 ottobre del 2010: Alessio Burtone dopo un diverbio colpì con un pugno l’infermiera romena Maricica Hahaianu, che morì una settimana dopo. Ecco il video ripreso dalle telecamere della metropolitana A della fermata Anagnina, a Roma.


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Il pugno di Burtone all'infermiera romena Maricica: ecco il video della metro Anagnina

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Brutta avventura per il difensore bianconero e della nazionale Leonardo Bonucci  per fortuna risoltasi senza conseguenze.  Il calciatore, in compagnia della moglie e del figlio di pochi mesi, si era recato in una concessionaria per vedere una Ferrari: all’uscita è stato bloccato da un uomo a viso scoperto che gli ha puntato una pistola all’altezza del viso e gli ha intimato di cedergli l’orologio. Il giocatore ha reagito colpendo con un pugno il rapinatore che, sempre armato, si è rialzato ed è fuggito verso un suo complice che lo aspettava in moto. Bonucci ha provato anche ad inseguirlo per un breve tratto ma l’aggressore è riuscito ad allontanarsi. Il calciatore ha poi presentato denuncia contro ignoti in questura. Il difensore della juve ha visto in faccia il suo aggressore ma non ha saputo fornire elementi utili al riconoscimento, tranne l’accento “meridionale”. 


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Se il saluto romano è un reato, lo deve essere anche il pugno chiuso?

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Continua la guerra tra Luca Barbareschi e le Iene. Dopo la scenata (con tanto di furto di un telefonino) di qualche settimana fa alle porte di Roma, dove l’attore-deputato di Fli era stato “importunato” da uno degli inviati della trasmissione di Italia 1 mentre stava girando una sitcom, seconda puntata a Filicudi, nelle Eolie. Sul pontile dell’isola, un sempre vervoso Barbareschi con un pugno ha rotto il naso di una delle Iene che aveva passato il pomeriggio a inseguirlo in mare con un gommone giallo, tempestandolo foto e video. La scena è stata ripresa tutta e sara’ il sequel della rissa sfiorata a Roma…


Robbie Williams paparazzato a Londra mentre sferra un pugno in pieno volto ad una vecchietta. Quella che potrebbe sembrare l’ultima follia del cantate, per fortuna è pura finzione. L’ex Take That è impegnato con le riprese di Vertigo, suo nuovissimo singolo che anticiperà l’uscita del suo nono album da solista. 


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Robbie Williams tira un pugno ad una vecchietta, ma…

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Migliaia di manifestanti   che sostengono il candidato dei Fratelli Musulmani alla presidenza   dell’Egitto, Mohammed Mursi, stanno manifestando in queste ore a   piazza Tahrir, nel cuore del Cairo, contro l’aggiunta alla  Dichiarazione Costituzionale decisa dai militari, lo scioglimento del   parlamento, il rinvio dell’annuncio dei risultati del ballottaggio e   l’ingerenza della giunta al potere nella transizione verso la   democrazia.  I dimostranti che gremiscono la piazza, riporta il sito web del   quotidiano Ahram, sono in maggioranza Fratelli Musulmani e salafiti  di al-Nour, che hanno annunciato la loro presenza in piazza oggi   contro quello che hanno definito un “golpe” contro la transizione   democratica. Sono presenti anche movimenti di giovani rivoluzionari   come il 6 Aprile, i socialisti della Rivoluzione e il partito   dell’Alleanza socialista popolare.

La reazione  I manifestanti stanno lanciando slogan contro la giunta  militare, mentre sventolano le bandiere dell’Egitto e hanno in mano   cartelli con la foto di Mursi, che nei giorni scorsi si è proclamato   vincitore delle presidenziali al pari del suo sfidante, l’ex premier   Ahmed Shafiq. I risultati del voto erano attesi per giovedì, ma la   Commissione elettorale li ha rinviati a domani o domenica, motivando   la decisione con la necessità di verificare i circa 400 ricorsi   presentati. Alcuni gruppi di manifestanti marceranno invece dalla   moschea El-Fatah, a piazza Ramsete, verso la sede della Corte   costituzionale dopo la tradizionale preghiera islamica del venerdì. Dal suo canto la Giunta militare egiziana ha annunciato il “pugno duro” nei confronti di chiunque andrà contro l’interesse pubblico, riferendosi alle proteste delle ultime ore in piazza Tahrir, dove si stanno radunando decine di migliaia di persone. I militari hanno però specificato che i cittadini sono liberi di protestare finchè non creeranno disordini, difendendo anche la loro scelta “necessaria in questa fase” di emendare la Costituzione per assumere il potere legislativo. Il Consiglio supremo delle forze armate, in un comunicato diffuso dalla televisione di Stato, ha anche criticato i due candidati alle presidenziali per aver annunciato prematuramente la loro vittoria, creando divisioni politiche e confusione. 

 

Sono tornati, forse non se ne sono mai andati via. Cosa spinge un boss, un pezzo da novanta della Banda della Magliana, età 62 anni, a scendere in strada pistola in pugno e a farsi ammazzare da un pivello? Tutto per una manciata di gioielli. Forse la crisi assedia anche la malavita, e a Roma si spara e si uccide anche per poco. Angelo Angelotti, il “giuda” di Renatino, è morto così all’alba di ieri mattina a Spinaceto, la sua zona. Era nato a cresciuto a Tor Marancia e lì era iniziata la sua carriera criminale, culminata con l’adesione ai “testaccini”, l’ala dura di De Pedis che aspirava a conquistare Roma e c’era anche riuscita. Agguati, rapimenti, droga, riciclaggio e grandi affari all’ombra della mafia siciliana, dei costruttori rampanti e perché no del Vaticano.

Era uscito dal carcere un paio di anni fa, dopo aver scontato 15 anni per l’omicidio di De Pedis: secondo l’accusa era stato lui a dargli appuntamento in via del Pellegrino, il 20 febbraio 1990, nel negozio di un gioielliere dove Renatino non aveva fatto a tempo a entrare: era stato freddato da due killer in moto e a a sparare era stato Marcello Colafigli, amico di Angelotti. Con l’uccisione del boss più potente di Roma, che tuttora giace nella chiesa di Sant’Apollinare, si è chiusa la fase gloriosa del Romanzo criminale di un pugno di killer divenuti troppo ricchi per non distruggersi a vicenda. A guidare la moto c’era Roberto D’Inzillo, minorenne, amico di Gennaro Mokbel, morto in Sud Africa all’indomani delle rivelazioni di Sabrina Minardi e subito cremato impedendo agli inquirenti ogni identificazione.

E’ entrato in aula con aria di sfida e il pugno alzato. la testimonianza di Anders Behring Breivik, il militante di estrema destra responsabile delle stragi di Oslo e Utoya costate la vita a 77 persone. La sua testimonianza è prevista da domani, martedì 17 aprile, ma oggi ha parlato davanti alla Corte. «Sono uno scrittore», ha detto presentandosi in aula. Liberato dalle manette, Breivik ha sorriso e poi salutato le famiglie delle vittime con il braccio teso ed il pugno serrato. Un saluto, spiega Breivik nel suo manifesto, che rappresenta «la forza, l’onore e la sfida ai tiranni marxisti d’Europa». «Non riconosco i tribunali norvegesi. Avete ricevuto il vostro mandato da partiti politici che sostengono il multiculturalismo», è stata la sua prima dichiarazione alla corte, davanti alla quale ha sottolineato di «riconoscere i fatti ma non mi riconosco colpevole» da un punto di vista penale.

Perizie contrastanti – Il tribunale è pieno di sopravvissuti alle stragi, dai familiari delle vittime, dai giornalisti, tanto che la diretta del procedimento viene trasmessa sui monitor a circuito chiuso e in altre 17 procure del Paese. «L’ultima volta che l’ho visto dal vivo stava sparando ai miei amici», ha detto Vegard Groeslie Wennesland, 28 anni, sopravvissuto alle stragi. La Corte deve sostanziamente decidere tra due perizie psichiatriche: la prima aveva stabilito che l’estremista di destra era incapace di intendere e volere, e se sarà confermata spalancherà le porte del manicomio criminale al killer. La seconda, presentata pochi giorni fa, non ha invece trovato prove di psicosi: in questo caso Breivik rischia la pena massima di 21 anni, che potrebbe essere prolungata indefinitamente in caso i giudici decidano che vi è la possibilità di una reiterazione del reato.

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