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“Con scuola cattolica si intendono gli enti formativi privati di vario ordine e grado (materna, elementare, media, superiore, universitaria) confessionalmente orientati e gestiti da persone giuridiche cattoliche (parrocchia, diocesi, ordini religiosi, associazioni e movimenti).”

In Cina, in questo momento, una persona su 10 ha il diabete, una malattia un tempo sconosciuta in questo Paese e che nell’arco di pochi decenni è arrivata a contare ben 140 milioni di ‘adepti’. E se Sparta piange, Atene non ride. In Europa non siamo ancora a queste percentuali, ma 3 milioni di persone con diabete nella piccola Italia (con proiezioni in crescita preoccupante) non sono certo da trascurare. L’obesità poi è dilagante. Da noi purtroppo già sui banchi delle elementari.

“E’ necessario coinvolgere tutti – tuona John J. Nolan, uno dei diabetologi più famosi del mondo, attualmente alla direzione del prestigioso Steno Diabetes Center di Copenhagen – in questa lotta al diabete e all’obesità, se vogliamo che i nostri sistemi sanitari siano ancora sostenibili in futuro. Sono necessari radicali cambiamenti nel modo di mangiare, nella scuola che deve insegnare da subito le buone regole del vivere sano, nel modo di costruire le città e di renderle ‘camminabili’. E’ necessario mettere in rete medici di famiglia e specialisti perché tutti diventino parte integrante di questa rivoluzione e quindi della ‘soluzione’.

Ma è necessario anche far sì che a questo esercito di persone con diabete, spersonalizzato da questi numeri apocalittici e, a volte, anche dalla medicina basata sulle evidenze, venga restituita singolarmente la propria individualità, così che ognuno possa essere trattato in maniera personalizzata. Come individui cioè, non come categoria”.

La ricerca poi deve percorrere altre strade, per non trovarsi in un vicolo cieco. Fondamentale è lo studio del particolare, della rarità, dell’eccezione che può svelare nuovi percorsi della malattia, nella speranza che possano diventare altrettanti bersagli terapeutici. Ma molto importante è anche creare delle reti, condividere casi e casistiche con medici di tutte le parti del mondo. “Perché quello che chiamiamo ‘diabete’ – spiega Nolan – è in realtà un insieme di tante malattie diverse, accomunate dal tratto degli zuccheri alti nel sangue. Nel corso degli ultimi anni, sono comparse forme inedite di ‘diabete’. E’ il caso del diabete di tipo 2 nei bambini e negli adolescenti, categoria d’età classicamente interessata solo dalla forma 1 della malattia (quella dovuta alla distruzione del pancreas da parte del sistema immunitario). Questi bambini col diabete dei grandi, sono dei ‘tipo 2’ molto, ma molto atipici. Ad esempio, l’attività fisica, che è una delle pietre miliari della terapia del diabete, in questi ragazzi non sembra apportare alcun beneficio. Lo aveva dimostrato con studi di laboratorio il professor Nolan qualche anno fa e lo ha ribadito un grosso studio condotto su 700 adolescenti (lo studio TODAY) pochi mesi fa. “Capire perché questo accade – riflette Nolan – può darci delle idee su nuovi modi di trattare questi ragazzi. Un’ipotesi che stiamo valutando è che i loro mitocondri (i ‘polmoni’ della cellula) siano soffocati da un eccesso di grassi. L’approccio tradizionale a questa malattia insomma non è più sufficiente a fronteggiare la complessità che la caratterizza. Il consorzio DEXLIFE, finanziato dall’Unione Europea e coordinato dallo Steno Center si sta occupando proprio dello studio di queste peculiarità nei ragazzi col diabete da grandi. Ma il sogno è quello di arrivare un giorno a creare una piattaforma paneuropea per la ricerca clinica nel campo del diabete. Il futuro del trattamento personalizzato del diabete dipende tutto da questa ambiziosa vision”. (STEFANIA BELLI)

E’ un esercito di tre milioni e mezzo di maschi italici, quello alle prese con due problemi mica da poco: disfunzione erettile e disturbi urinari da ipertrofia benigna della prostata (IPB). Gli anglosassoni, amanti delle sigle, li chiamano LUTS (Lower Urinary Tract Symptoms), che tradotto nella vita di tutti i giorni, significa corse disperate verso il bagno più vicino, bisogno di urinare più volte anche durante la notte, svuotamento incompleto della vescica. Da oggi per questi LUTS è arrivata l’indicazione al trattamento con il tadalafil al dosaggio di 5 mg, da assumere una volta al giorno. A questa indicazione si è arrivati per caso, rivisitando i risultati dei tanti studi clinici sul tadalafil. “Le sperimentazioni effettuate in tutto il mondo – spiega il professor Vincenzo Gentile, Direttore del Dipartimento di Urologia dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma – dimostrano che il trattamento con tadalafil al dosaggio di 5 mg al giorno, in unica somministrazione quotidiana, oltre a trattare la disfunzione erettile, frequentemente presente nelle persone affette da LUTS, produce un significativo miglioramento della sintomatologia irritativa collegata a quest’ultima condizione. Il tadalafil infatti – prosegue il prof. Gentile – favorisce il rilassamento del collo della vescica e, così facendo, riduce i fastidi legati all’urgenza e alla frequenza minzionale. I sintomi urinari migliorano a partire da 5 giorni dall’inizio della terapia. E l’arrivo di questa ulteriore indicazione per il tadalafil è ancora più importante, se si considera il fatto che gli attuali trattamenti per le LUTS, possono avere delle ricadute negative sulla sfera sessuale”.
Ma cosa fa del tadalafil un farmaco ‘prendi due-paghi uno’? Disfunzione erettile e sintomi irritativi delle LUTS hanno un’origine comune. Il sistema nervoso centrale, normalmente attiva con un sol colpo centri che interessano la componente urinaria e quella sessuale; con il passare degli anni la trasmissione di questi segnali nervosi si deteriora e si passa da una condizione ‘autostrada a quattro corsie’ degli anni della gioventù, alla ‘stradina di campagna’ dai cinquanta in su. A complicare le cose poi ci pensa la zoppicante attività della muscolatura liscia involontaria, quella che controlla l’attività dell’uretra e che regola l’afflusso del sangue al pene. Il muscolo ‘rubinetto’ insomma dopo una certa età non funziona più come dovrebbe. E infine, l’invecchiamento si fa sentire anche sulla circolazione: con gli anni si riduce l’apporto di sangue e quindi di ossigeno agli organi, e questo contribuisce a rendere difficoltose le erezioni e al comparire dei problemi legati al malfunzionamento di prostata e vescica.
“Avere a disposizione farmaci come tadalafil, che agisce su entrambi i versanti patologici – spiega il Professor Massimo Lazzeri, Specialista in Urologia, Consulente Scientifico dell’Ospedale San Raffaele di Milano – significa non solo migliorare la condizione clinica del paziente ma anche poter evitare una politerapia, che non agevola certo l’aderenza del paziente alla cura”.
Fondamentale per il successo di questa terapia naturalmente è porre la giusta indicazione. E diciamolo, la disfunzione erettile, così come i disturbi urinari non sono certo argomenti ‘semplici’ da affrontare per chi ne soffre. Per questo, il medico deve essere un po’ detective e tanto psicologo con il paziente per riuscire a farlo parlare di queste sue defaillance.
“Il paziente che si presenta in ambulatorio per i sintomi urinari (LUTS) – spiega il Prof. Furio Pirozzi Farina, Presidente della Società Italiana di Andrologia, Direttore dell’Unità Operativa di Urologia Andrologica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Sassari – va ‘interrogato’ anche sull’eventuale presenza di disfunzione erettile e viceversa. Il medico deve cioè porre domande specifiche, al paziente ma anche alla sua partner, che spesso lo aiuta ad affrontare questi problemi. Molto spesso è infatti proprio la donna a segnalare la presenza di segni o sintomi che vengono minimizzati o sottovalutati dal partner”. (LORENZO VALLE)

Questo commento è impastato con il cornetto e il cappuccino e, in queste ore mattutine di un elettorale di centro più sinistra, non vuole ricontare la schede e mappare le sezioni. La democrazia l’abbiamo saggiata di nuovo, ieri, e non ha il gusto né di un cornetto né di un cappuccino.

di Gianluigi Paragone

Buone primarie agli elettori del Pd. La sfida sarà vera e interessante, a prescindere dallo strascico di polemiche già facilmente prevedibili. Renzi se perderà attaccherà la rumba, farà il piangina (cosa che gli riesce benissimo…) sulle regole e s’inventerà una specie di ritorsione dei vecchi contro i giovani. Il ragazzotto è prevedibile, oltre che scarico. Esaurito il pacchetto di frasi fatte con cui sta facendo il giro delle sette chiese (soprattutto quella finanziaria), al sindaco di Firenze resterà un pezzetto di partito che, coi vecchi metodi, manderà a Roma in Parlamento. Lo ha ammesso egli stesso. Comunque sia, staremo a vedere; intanto… buone primarie a quelli del centrosinistra.

Per quelle del centrodestra, invece, ci faranno sapere. L’idea della competizione per scegliere chi dovrà guidare il Pdl sta invecchiando assieme alla tiritera che il solito Berlusconi ha costruito per depotenziare delfini, colonnelli e aspiranti capi, a conferma che in quel non-partito basta un Berlusconi pressoché cotto per impacchettare tutti quanti. Vedremo quanto il vaudeville pidiellino proseguirà; i personaggi – da Brunetta a Samorì – non difettano.

A destra come a sinistra una cosa tuttavia mi sembra si possa dire con certezza. Qualsiasi leader o mezzo leader uscirà dalle primarie sarà espressione di un potere residuale. La politica oggi assolve a una sola funzione: autoconservarsi. Il dibattito surreale e ipocrita sulla legge elettorale mette a nudo il meschino tentativo di salvare il proprio deretano, di non indietreggiare d’un passo rispetto al vento di cambiamento che soffia dappertutto. La difesa delle Province è un altro esempio di resistenza. Così come l’arroccamento della Polverini alla Regione Lazio, almeno fino a che ha potuto. Per non dire delle parole al vento sulla riduzione del numero di parlamentari; a tal proposito è notizia di questi giorni che vorrebbero istituire una commissione di esperti votati dagli elettori, incaricata di studiare una riforma costituzionale. Oltre al danno la beffa: altro che riduzione dei parlamentari, questi stanno cercando di piazzarne altri novanta! Pazzesco. L’astensionismo cresce perché non ci si fida più dei politici e questi vanno avanti a moltiplicare poltrone e stipendi per salvare se stessi! Il potere politico, in questi anni, si è avvitato su di sé, non è stato capace di trovare un nuovo equilibrio tra spesa pubblica e riforma fiscale. Si è sfibrato a tal punto da risultare nullo rispetto al pressing dell’Unione europea e della Banca centrale, i cui vertici – al riparo da qualsiasi mandato elettorale – influenzano le decisioni dei governi nazionali. Tanto da deciderne addirittura le sorti, com’è accaduto in Italia, in Grecia e per alcuni versi in Spagna visto che l’autonomia del presidente Rajoy è subordinata alle decisioni dei mercati.

Siamo quindi al punto fondamentale. L’unico. Nessuno dei leader in circolazione ha la stoffa per sfidare il nuovo potere, quello invisibile dell’alta finanza. Dal Fiscal compact al fondo salva Stati, decidono loro e così si deve fare.

Il centrosinistra da anni è complice dei grandi banchieri e il caso di MontePaschi Siena vale come paradigma del dna piddino. Il giovane Renzi s’è sbracciato per Davide Serra, il finanziere del fondo Algebris; mica per gli operai… Dei candidati alle primarie solo Vendola è l’unico che mette in discussione l’Europa, rimanendo però sospeso nella retorica dell’Europa politica, foglia di fico sempreverde. Dall’altra parte del cielo, il Pdl è europeista a intermittenza e comunque nessuno ha capito cosa cavolo abbia in testa. A cominciare da Berlusconi, il quale si dimise per lo spread.

La politica è esposta alle tempeste dello scontento generale ma conta poco o nulla. Chi dà le carte è il potere elitario, invisibile, di chi ha svenduto la sovranità, di chi dà i soldi alle banche consentendo loro di non girarlo per il rilancio dell’economia reale. Vince il potere di chi ha abbassato l’asticella dei diritti dei lavoratori e ha ridotto gli imprenditori a questuanti delle banche. La politica non ha visto il disegno invisibile in corso perché era troppo impegnata ad arraffare soldi per sé e per i propri amichetti. L’Italia è retta da un presidente del Consiglio espressione di questi poteri (per i quali ha offerto profumatissime consulenze). Ha affidato le riforme del lavoro alla Fornero, una maestrina impreparata (sua ammissione) che scappa dalle domande e scappa pure dalle sue stesse parole in libertà. Il governo Monti è infarcito di manager di banca con palesi conflitti d’interesse, uno dei quali è indagato proprio per quell’incarico in Banca Intesa. Ministri che scappano dalle domande e altri che scappano in elicottero perché la rabbia di chi è senza lavoro è rabbia vera e che promuove solidarietà; scappano salvo poi farsi intervistare nei salotti di velluto o farsi fotografare in riviste patinate nella speranza di diventare simpatici. Squallido. Ecco come sono ridotti i nostri politici: camerieri di altri poteri. Camerieri che, finito il turno, litigano per chi debba portarsi a casa gli avanzi della dispensa.

 

di Maurizio Belpietro

In Italia le primarie sono state quasi sempre una farsa. Del sistema americano hanno copiato fino a ieri il peggio, al punto che prima ancora di iniziarle già si sapeva chi le avrebbe vinte e il problema era semmai stabilire se il successo sarebbe stato  sancito dal settanta o dall’ottanta per cento dei consensi. Accadde così nel 2006, quando la coalizione di sinistra scelse Prodi. Al nastro di partenza erano in sette e tra questi c’erano nomi grossi come Di Pietro o Bertinotti, ma, a prescindere dai concorrenti,  l’apparato aveva già deciso di farsi rappresentare da Romano Prodi, il quale vinse in scioltezza, con il 74 per cento. Stessa recita nel 2007, quando toccò a Veltroni: a correre erano in sei, ma l’ex sindaco di Roma era avanti a tutti gli altri prima ancora di cominciare. Risultato: fece meglio di Mortadella, vincendo con il 75 per cento. Roba da Bulgaria. Qualche brivido ci fu due anni dopo, quando l’unico comunista che entrò nel Pci per cambiarlo fu costretto alle dimissioni a causa  dell’ennesima sconfitta. Per il suo posto si sfidarono Franceschini e Bersani, ma la lotta fu impari e l’attuale segretario sbaragliò l’avversario. Più che una corsa per la nomination, come è in America, quella della sinistra era dunque una  corsa di nominati, di gente cioè sicura di vincere anche a conteggio dei voti non ancora iniziato. 

Ciò detto, quelle che si tengono domani per scegliere il candidato del centrosinistra per Palazzo Chigi, sono per la prima volta una competizione vera. Bersani è dato avanti di parecchi punti rispetto a Renzi ed è probabile che alla fine batta il sindaco di Firenze. Però, rispetto al passato, la corsa non è truccata e i candidati  si sono battuti davvero, sfidandosi sul piano delle idee e tirandosi delle botte vere. In queste settimane abbiamo assistito a un duello senza esclusione di colpi, alcuni dei quali tirati sotto la cintura. Renzi ha puntato tutte le sue carte sulla rottamazione della classe dirigente del partito, riprendendo le critiche che a sinistra fanno  da anni ai loro leader (Ricordate Nanni Moretti che sale sul palco di piazza Navona e arringa la folla rossa dicendo che con questi capi non avrebbe vinto mai?), e nelle ultime settimane ha tirato botte da orbi. Contro D’Alema, contro la Bindi e contro lo stesso Bersani. L’ultima è di giovedì, a pochi giorni dal voto, quando alla radio ha accusato il segretario di godere di tre vitalizi. Il numero uno del Pd per la verità non si è tirato indietro e con la sua aria da  smacchiatore di giaguari ha appiccicato sulle spalle del sindaco di Firenze l’etichetta di rappresentante dei poteri forti, amico di evasori e furbi. Magari di programmi, cioè di quel che questi due una volta al governo farebbero, non si è detto molto. Tuttavia dai botta e risposta che si sono scambiati si è capito che se vince Renzi il centrosinistra sarà più centro e meno sinistra, se vince Bersani la sinistra peserà di più e Vendola pure. Tutto questo per dire che alla fine, dopo anni di finte primarie, finalmente abbiamo qualcosa che somiglia a quelle vere e, a prescindere dal vincitore, il confronto c’è stato e anche aspro. 

Purtroppo la stessa cosa non si può dire del centrodestra che si avvia al confronto in ordine sparso, un po’ come fece il centrosinistra la sua prima volta. Invece di imparare dagli errori fatti dagli avversari ed evitare di ripeterli, in via del Plebiscito stanno mettendo in piedi una corsa senza ostacoli, dove tutto è scontato, anche la vittoria. Se le primarie non si aprono, se non sono una sfida vera,  dove si confrontano idee di partito e di guida del Paese diverse, il duello per stabilire chi candidare a Palazzo Chigi è inutile. Meglio non farlo, meglio risparmiare la spesa e la delusione di una competizione dove si sa che nessuno è in grado di trionfare.  Se poi, come temiamo, le primarie sono l’occasione non per trovare un leader cui affidare il compito di vincere le elezioni, ma per dividersi ancor di più e organizzare una secessione, allora c’è davvero da chiedersi a cosa servono.

Silvio Berlusconi in quasi vent’anni di storia politica ha avuto il merito di portare innovazione in un ambiente chiuso di parrucconi. La politica con lui è diventata comprensibile pure ai non addetti ai lavori, i quali non a caso hanno ricambiato il Cavaliere con milioni di consensi. Oggi però il fondatore di Forza Italia e poi del Pdl deve stare attento a non commettere l’errore di distruggere ciò che ha fondato, liquidando la storia del suo partito in una sfida priva di senso e in una separazione delle forze che avrebbe un solo risultato: consegnare l’Italia alla sinistra. Riuscire a dare un futuro a quella che è l’area politica di maggioranza nel Paese non è semplice. Tuttavia è questo l’obiettivo che deve porsi Berlusconi ed è il più complicato, perché per la prima volta dovrà guidare il partito senza esserne alla guida. Fare il capo senza assumerne il potere: compito improbo. Ma un leader si conferma tale nei momenti di difficoltà. E soprattutto se sa garantire la transizione.    

 

 

L’Italia è stata più volte redarguita negli ultimi anni dalle Nazioni Unite per il poco impegno mostrato nel contrastare la violenza maschile nei confronti delle donne. Domenica, 25 novembre, sarà la Giornata mondiale contro tale violenza. Una giornata voluta da molte associazioni e da singole persone perché elevati sono i dati che riportano i casi di violenza contro donne e bambine. E altissimo è ancora il numero dei femminicidi, cioè di donne uccise dai propri partner o ex.

Per queste ragioni è stata elaborata una Convenzione dal titolo NO MORE! per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza sulle donne. Secondo questa Convenzione, “la violenza maschile sulle donne è un fenomeno di pericolosità sociale, espressione della continua disuguaglianza tra uomini e donne, per la quale è necessario un cambiamento di mentalità e di cultura”.

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Siamo ormai in un mondo di “fashion victim”? Decisamente sì, e non solo nel senso di persone che seguono acriticamente le mode del momento. Secondo l’ultimo rapporto di Greenpeace, Toxic threads – The fashion big stitch-up, l’industria tessile provoca infatti danni gravissimi all’ambiente, ma anche alla salute. Lo rivelano le analisi chimiche eseguite su decine di prodotti dei marchi più importanti del pianeta. Due terzi dei quali, in base ai risultati, contengono sostanze tossiche e nocive. “I 20 principali brand di moda vendono indumenti contaminati da sostanze chimiche pericolose che possono alterare il sistema ormonale dell’uomo – rivela l’associazione ambientalista – Se rilasciate nell’ambiente, possono diventare cancerogene”.

Così sarebbe se vivessimo in tempi normali. Ma questi non lo sono. Non lo sono anche perchè la Bce rimane con le mani legate, checché se ne dica. La pillola amara prescritta non guarirà il grande malato europeo.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Misure austerity riducono debiti: una bufala

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