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schifo

“Tutti quelli che stroncano la Bbc dovrebbero essere obbligati a vedere la tv italiana, francese e americana per una settimana”. Dopo settimane durissime e vissute sotto pressione per gli scandali che si sono abbattuti sulla emittente inglese Bbc (in primis il caso di pedofilia del conduttore Jimmy Savile e dell’omertà che lo ha circondato, nonchè la falsa accusa a Lord McAlpine), il presidente della rete, Lord Patten, esce dall’angolo e usa parole dure nei confronti dell’omologo italico, ossia la Rai. “Se volete la tv italiana con il ‘bunga bunga’ e con il primo ministro che decide chi debba guidarla – ha aggiunto – allora accomodatevi”. Accusare il Cavaliere quando si è in difficoltà, insomma, fa comodo anche nel Regno british… 


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Il presidente della Bbc dice che la Rai fa schifo. Siete d'accordo?

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Non ha retto la pressione dei social network Emilio Fede, e così ha sbarellato su Twitter offendendo e ricevendo offese a tutto tondo. “Schifosi, luridi, maiali, sfigati, volgari idioti, vergognatevi, fate pena, siete animati da coglioneria congenita”: l’ex direttore del Tg4 non ne ha mandate a dire ai suoi contestatori in un flusso di tweet iniziato nella serata del 6 novembre e prosueguito nella notte del giorno successivo. “Abbandono Facebook e Twitter e renderò pubblico il perché” scrive Fede alla fine della tenzone, “i violenti provocatori hanno ucciso il confronto”. Se lui è andato giù duro, i suoi interlocutori non sono stati più gentili: offese e sfottò hanno coperto un’ampiezza di argomenti che va dall’età senile, alla diginità professionale, fino ad arrivare alle donne e, come spesso accade in Italia, all’onorabilità della mamma. 

Romano doc, ma amaramente critico: così Claudio Amendola a “La Zanzara” su Radio 24. “Roma ha una grande pecca che era una volta il suo orgoglio, e sono i romani. Non è questione di Alemanno” ha detto l’attore e protagonista dei Cesaroni. “Oggi i romani non devono essere più orgogliosi di se stessi – dice Amendola – per colpa di una inciviltà dilagante. Sì, sono incivili, in città non c’è nessun rispetto per gli altri. Sporcizia, il modo in cui si guida e si lascia la macchina ovunque. Non c’è nessuna attenzione per la città. Anche in altre città è così, ma a Roma fa più male”. 


 

Giuliano Ferrara apre gli occhi alla sinistra moralista e bacchettona: “Bisogna che gli ottimati del circo mediatico e giudiziario”, “quelli che danno petulanti lezioncine di etica da posizioni di minoranza intransigente, si mettano in testa che la democrazia fa schifo, puzza, è per sua natura e definizione sporcata dalla manipolazione del consenso in regime di suffragio universale diretto”.

Addio sogni – Sulle colonne del Foglio, Ferrara attacca: “La democrazia di massa è spettacolo, avanspettacolo, non riflessione; è agitazione di simboli e vitalismi come la favolosa (efficace) nuotata del sessantacinquenne venuto a stupire e a manipolare la Sicilia, l’amico di Casaleggio, il Pataca, il Grillo“. Il patto con il Male, continua Ferrara, “c’è sempre stato”, “è insito in un regime non aristocratico e forse in ogni regime politico”,  il problema è che una volta “era governato dalla politica, e produceva anche sogni democratici clamorosamente suggestivi, se non belli, poi la politica democratica si è indebolita, e allora abbiamo la nuda e sprezzante ‘ndrangheta e delle facce che non dicono più niente se non si travestono con le teste di maiale”.

Niente moralismi – Eppure della democrazia – “utopia regressiva”-  non possiamo farne a meno “per proteggere le libertà civili, i diritti della coscienza e della personalità e della proprietà, i diritti liberali. Ma non possiamo scambiarla per una scuola di misura e di responsabilità etica, è disonesto farlo, bisogna sapere che la sua regola è la dismisura dei mezzi che sopravanzano il fine”.

 

 

La Cei mette all’indice la corruzione nelle Regioni italiane e Pierferdinando Casini ha la folgorazione: bisogna mollare Renata Polverini. Un paio d’ore dopo il duro attacco alla politica italiana da parte del cardinale Angelo Bagnasco, all’apertura dei lavori del Consiglio permanente della Cei, il segretario dell’Udc prende la palla al balzo e si adegua al monito del Vaticano, rompendo gli indugi: via la fiducia al governatore del Lazio, regione travolta dallo scandalo Fiorito con note spese dei partiti gonfiate e soldi pubblici utilizzati per festini e cene luculliane. E alla fine vince lui, costringendo la Polverini alle dimissioni per evitare la gogna della sfiducia in consiglio regionale. ”Io mi auguro che il presidente Polverini non dia ascolto a voci interessate che le consigliano di rimanere lì – aveva attaccato Casini – e da persona dignitosa faccia un gesto che gli italiani apprezzerebbero. E’ emerso tutto lo schifo, deve lasciare”. Per Casini, “le elezioni anticipate nel Lazio abbinate alle prossime politiche sono il modo migliore per restituire dignità alla politica”. Casini ha accusato di “ipocrisia” alcuni esponenti dell’opposizione e ha citato l’Idv che “con un numero minore di consiglieri ha speso di più. Se c’è stata una cupola – ha aggiunto –   ne hanno beneficiato anche coloro che erano all’opposizione”. L’ex presidente della Camera, ricordando che Polverini non ha ricevuto alcun avviso di garanzia, ha aggiunto che è “inconcepibile che ci si  compri un Suv” con i fondi pubblici.

Udc decisivo in Consiglio – L’Udc era decisiva in consiglio regionale: il partito di Casini faceva parte della maggioranza, messa a repentaglio dalla raccolta firme dell’opposizione che mirava a una ‘dimissione in blocco’. Per far decadere il consiglio comunale bastavano 36 firme. La raccolta era ferma a 26, ma dall’Udc erano arrivati fino a ieri segnali contrastanti: i centristi contavano 6 consiglieri alla Pisana, ai quali avrebbe potuto unirsi un altro consigliere. La quota sarebbe salita così a 33 consiglieri pronti alle dimissioni. Non ancora abbastanza, ma dal Pd e dell’Idv si dicevano certi di potere raggiungere l’obiettivo prima di sera. Non ce n’è stato bisogno

 

Al San Paolo, lo stadio del Napoli, si gioca sulla sabbia. Un prato che dà scandalo: impressionante il colpo d’occhio del terreno che ha ospitato il match tra i partenopei e Fiorentin (2-1). Un fungo ha trasformato l’erba in fango. Anche secondo il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è “uno scandalo, una vergogna, uno spettacolo non degno della Serie A”.


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San Paolo, un campo da schifo: sabbia e fango

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Ora basta.

Politici che insultano Antonio Ingroia (l’erede di Paolo Borsellino, vi ricordate?!?), Roberto Scarpinato con una richiesta di procedimento disciplinare sulla testa, Napolitano e il Csm che interferiscono nelle indagini della Procura della Repubblica di Palermo, nessuno – e sottolineo nessuno -, a parte il Fatto Quotidiano, che alza un piccolo scudo a difesa di questa procura, Antonio Ingroia che parte per il Guatemala, mettendo ancora più a rischio la sua vita (la morte di Michele Barillaro docet), Paolo Bolognesi e Salvatore Borsellino che vengono insultati e minacciati di querele perché, a differenza della maggioranza degli italiani, non rimangono zitti lasciando che le cose vadano per il verso sbagliato, perché denunciano con forza la mancata volontà di chi ha governato e di chi governa lo Stato Italiano nel fare luce sulle troppe stragi e sui troppi depistaggi seguiti ad esse.

Ritirasi dal calcio a 24 anni non è da tutti. Perché il dolore cronico alla schiena c’entra fino a un certo punto. La decisione (clamorosa) di Daniele Federici, 24enne difensore del Frosinone, in Prima Divisione, e cresciuto nelle giovanili dell’Inter con Mario Balotelli, dipende da altro. E’ un’accusa, pesante, al mondo del calcio, un ambiente “che fa schifo e io sono una persona leale, per questo non ci sto più”. Federici, 63 presenze in B in tre anni e mezzo a Grosseto, prima del trasferimento a gennaio in Ciociaria, è onesto: “Ho questo problemo fisico e non voglio rubare uno stipendio, se non posso giocare”. Per questo ha deciso di rescindere il contratto dai biancorossi e chiudere, almeno per il momento, la propria carriera.

Il precedente spagnolo – Una presa di posizione netta e critica, anche se non così radicale come quella del collega spagnolo Javi Poves, che nell’estate 2011, da poco approdato in prima squadra allo Sporting Gijon, annunciò il proprio ritiro a 24 anni perché, parole sue, “più conosci il calcio, più ti rendi conto che è tutta una questione di soldi, che è marcio, e questo ti toglie l’entusiasmo”. Poves era tanto determinato che già prima di lasciare il calcio aveva rifiuato l’auto aziendale donatagli dal club e aveva chiesto di non ricevere lo stipendio tramite bonifico perché contrario alla speculazione “capitalistica” degli istituti di credito.

Ecco alcune delle offese che Giovanni Ceccaroni, militante di Fli e componente del coordinamento romano del partito, mi ha rivolto in questi giorni dopo che avevo detto una cose che penso da anni e che ribadirei ogni volta che serve: “Uno che parla di lobby ebraica dovrebbe essere cacciato a calci in culo da un partito”.

“Nonostante quel che scrive l’autore infame del pezzo non sono né razzista né antisemita”
Giovanni Ceccaroni 

“Filippo Rossi è uno pseudo-giornalista fallito aspirante politico appanzato”
Giovanni Ceccaroni 

“Rossi chi molla”
Giovanni Ceccaroni 

“Filippo Rossi fa schifo come uomo e come giornalista”
Giovanni Ceccaroni 

“Filippo Rossi è un voltagabbana”
Giovanni Ceccaroni 

“Filippo Rossi è un fallito come il suo giornale”
Giovanni Ceccaroni 

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