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Campanello d’allarme Iprite, gas nervini come il Sarin e il più letale di tutti, il Vx. Sono queste le armi chimiche siriane in possesso del presidente Bashar al Assad. Il leader siriano oggi ha ricevuto “un severo avvertimento” rispetto all’utilizzo delle armi chimiche. Lo ha affermato il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, dopo le rivelazioni del New York Times sullo spostamento degli arsenali da parte di Damasco. I srevizi di intelligence straniere ritengono che la Siria abbia uno dei più grandi arsenali di armi chimiche. ”Si tratta di una linea rossa per noi, ancora una volta abbiamo avvertito Assad, il suo comportamento è da condannare, le sue azioni contro il popolo siriano sono tragiche” ha detto la Clinton, che aggiunge: “l’eventuale uso di armi chimiche da parte del regime siriano provocherebbe una risposta degli Stati Uniti”. I timori degli Usa su un eventuale ricorso del regime di Damasco al suo arsenale di armi chimiche “sono aumentate”, ha affermato il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney. “Assad deve sapere che il mondo sta guardando”, ha detto Carney.

La Siria non ci sta La replica siriana agli attacchi statunitensi non si fa attendere: “In risposta alle dichiarazioni del segretario di Stato americano, che ha intimato alla Siria di non usare armi chimiche, la Siria ha ripetutamente sottolineato che non impiegherà mai in alcuna circostanza contro il proprio popolo questo tipo di armi, se fossero disponibili”, così il comunicato del ministero degli Esteri letto alla tv di Stato. Inatanto nel corso del vertice italo-francese di Lione, la Francia e l’Italia si sono espresse sulla Siria. “I due Paesi condividono la profonda preoccupazione per gli sviluppi sempre più drammatici della situazione umanitaria della popolazione in Siria e dei profughi siriani rifugiatisi nei Paesi vicini”, si legge nel documento finale. “Francia e Italia – prosegue ancora il testo – sono impegnate a sollecitare la mobilitazione europea e internazionale, fornendo il loro significativo contributo, per portare soccorsi d’urgenza soprattutto alle fasce più deboli della popolazione, quali donne e bambini, che devono essere messi in grado di far fronte ai rigori dell’inverno”.

 

Una uscita di sicurezza e perfino una possibile immunità per il presidente siriano Bashar Assad «potrebbero essere organizzate». Lo ha detto il primo ministro britannico David Cameron in una intervista all’emittente Al Arabiya, poco prima di partire per una visita di stato in Arabia Saudita, in cui la situazione in Siria sarà uno dei temi dei colloqui con i vertici della monarchia araba.

Il 26 settembre, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il primo ministro britannico David Cameron ha detto parole chiare: “Il sangue dei bambini siriani è una macchia terribile sulla reputazione di questo organismo”. Qualche mese prima, a giugno, il Consiglio europeo aveva espresso “dura condanna per la brutale violenza e i massacri di civili” e aveva sollecitato il regime siriano “a cessare immediatamente gli attacchi contro la popolazione civile”.

Alla luce di queste parole, e del successivo Nobel per la pace, conferito al’Unione europea come si dà un premio alla carriera a un regista perdonandogli gli ultimi brutti film, ci si aspetterebbe qualche gesto concreto.

La tv di stato siriana ha annunciato che, per decreto presidenziale, è stata promulgata un’amnistia per i crimini commessi nel paese prima del 23 ottobre 2012. Secondo quanto riferisce l’iraniana Press tv, il provvedimento a non riguarda i crimini di “terrorismo” – la definizione usata di solito dal governo siriano per indicare i gruppi armati dell’opposizione antigovernativa – e non si applica a chi è ancora ricercato, mentre – aggiunge Press tv – chi si arrende e consegna le armi sarà perdonato. I gruppi dell’opposizione però hanno già respinto l’amnistia.

A chi era rivolta l’autobomba esplosa ieri a Beirut? Un po’ a tutti. L’attentato di ieri è un segnale rivolto a chi, tra gli ambienti politici e religiosi libanesi, sta pensando se sia il caso di aiutare l’opposizione siriana. Il quartiere libanese dove è esplosa la bomba, non a caso, è a maggioranza maronita . Una buona fetta dei cristiani in Siria è ancora fedele al presidente e questo attentato, subito condannato da Damasco, serve a cementificare la paura verso i “terroristi”. Poi, è facile riportare il Libano allo scontro confessionale, così da scatenare la fitna nel paese, trascinando anche i libanesi nel baratro.

La crisi turco-siriana rischia di raffreddare seriamente gli ottimi rapporti tra il premier turco Tayyip Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin. Il rilascio e la prosecuzione verso la destinazione finale del volo Mosca- Damasco, dopo l’atterraggio forzato di ieri pomeriggio ad Ankara, non ha soddisfatto il governo russo che per bocca di Alexander Lukashevich, portavoce del ministro degli Esteri, ha espresso preoccupazione per lo stato di salute dei 17 cittadini russi a bordo dell’Airbus 320 della Syrian Airline bloccato per otto ore senza aver «concesso ai passeggeri accesso a cibo, acqua e personale medico».

Aereo siriano intercettato crea incidente diplomatico: partito da Mosca costretto da caccia turichi ad atterrare nella notte ad Ankara. Messi in pericolo cittadini russi. Il ministero degli Esteri russo: “Che non accada più”.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Siria: mistero su aereo intercettato, tensioni Russia-Turchia

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Sale la tensione tra Turchia e Siria: i caccia militari turchi hanno costretto un aereo di linea siriano ad atterrare ad Ankara, sospettando trasportasse armi destinate all’esercito siriano. Poche ore prima il capo di Stato maggiore turco aveva ammonito Damasco: in caso nuovi colpi di mortaio cadessero in territorio turco la risposta di Ankara sarà “violenta”. Da Bruxelles intanto, il ministro della Difesa americano, Leon Panetta, ha detto che un contingente di truppe Usa si trova da tempo in Giordania sia per cooperare alle “necessità umanitarie” legate al forte afflusso di rifugiati, sia per “monitorare i siti di stoccaggio di armi chimiche e batteriologiche” e prepararsi alla possibilità che il loro controllo sfugga al regime siriano.

C’è di nuovo tensione tra Siria e Turchia. Cinque colpi di mortaio lanciati da territorio siriano hanno colpito di nuovo Akcakale, il villaggio frontaliero turco, in cui sono morti nei giorni scorsi cinque civili: una madre con le sue tre figlie e un’altra donna. Un attacco che aveva provocato l’immediata reazione dell’artiglieria turca e la decisione del Parlamento di autorizzare operazioni militari per un anno. La notizia del nuovo assalto è stata riferita data dalla tv turca NTV: stavolta le granate sono atterrate nel giardino di un edificio pubblico, senza fare vittime.  L’esercito turco ha risposto immediatamente con colpi d’artiglieria, secondo l’agenzia Dogan News. Da mercoledì, giorno della strage di Akcakale, Ankara risponde colpo su colpo ad ogni tiro che dalla Siria finisce in Turchia.

Cari lettori del blog, pubblico e vi sottopongo uno scritto di padre Paolo Dall’Oglio in risposta a un articolo apparso su Le Monde diplomatique. La lunga riflessione a voi proposta, a mio giudizio, va a inquadrarsi in una denuncia contro il ”negazionismo della rivoluzione siriana” ben presente in certi ambienti sia di sinistra che di destra.

Benché in ritardo, mi sembra necessario reagire all’articolo di Marc de Miramon e Antonin Amado, Syrie, champ de bataille mèdiatique, su Le Monde diplomatique del settembre scorso.

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