Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

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Recentemente anche a seguito delle pressioni ambientaliste,  la Levi’s ha ridotto di dieci volte il consumo di acqua per produrre jeans e ora usa la plastica riciclata delle bottiglie come fibra sintetica per ricavarne i tessuti. 

Tali cambiamenti, così come quelli altamente redditizi in termini di risparmi progettati da General Electric con il programma ‘Ecoimmagination’, da DuPont, Unilever, Mark & Spencer, Patagonia e sempre più  aziende, non sono ascrivibili unicamente a strategie di marketing e brand reputation: fanno parte di quella che definiamo ‘Corporate’ Social Innovation. Che promette (o minaccia, dipende dai punti di vista) di cambiare il volto del capitalismo, rendendolo più sociale, sostenibile, centrato sul doppio valore economico e sociale. 

Gianluca Roselli

La vittoria di Bersani ora spingerà Berlusconi a candidarsi. E la situazione per un’alleanza con la Lega si complica». Roberto Maroni al consiglio federale della Lega Nord, in via Bellerio, fa il punto della situazione il giorno dopo le primarie del Partito democratico. Un evento che non tocca direttamente il partito padano, se non in ciò che ora, di conseguenza, farà il Cavaliere. Se scenderà in campo direttamente, infatti, l’alleanza con la Lega sarà impossibile. Mentre proprio domenica il leader del Carroccio aveva aperto a un’intesa a patto che «Alfano prenda in mano la situazione e faccia cadere il governo Monti subito dopo l’approvazione della legge di stabilità, per andare all’election day il 10 febbraio». 

Il feeling con Tremonti Insomma, l’alleanza a livello nazionale tra Pdl e Lega si allontana sempre più. «Queste elezioni il centrodestra le perde. Quindi perché dovremmo andare in soccorso del malato che sta per morire? A questo giro ci conviene andare da soli, anche perché così aumentiamo i voti, mentre insieme a un Pdl ancora targato Berlusconi rischiamo di perderli», spiega un autorevole esponente del Carroccio. Tanto più che Maroni è convinto che la prossima legislatura non durerà più di due anni.

Il ragionamento non fa un grinza. E i sondaggi lo confermano. Il partito del Nord è dato al 6,3 per cento. Un risultato incredibile se si pensa che solo qualche mese fa il movimento usciva a pezzi dalla vicenda Belsito. Così, mentre il Carroccio sul fronte nazionale si appresta a replicare lo scenario del 1996, quando si presentò da solo, a Milano continua a cercare l’accordo con il Pdl. E qui è proprio Berlusconi il più convinto nel sostenere la candidatura unitaria di Maroni. Che considera l’unica carta a disposizione del centrodestra per cercare di vincere le Regionali. E se sarà Bobo il candidato al Pirellone, alla segreteria del movimento arriverà quasi certamente il sindaco di Verona, Flavio Tosi. 

Mozione contro Grilli  Nel frattempo Bobo si muove. E tesse la sua tela. Domani, al circolo della stampa di Milano, terrà una conferenza stampa insieme a Giulio Tremonti, con cui ha ritrovato un feeling dopo mesi di gelo. E l’ex ministro dell’Economia, con la sua lista “Lavoro e Libertà”, è tra i maggiori sponsor della candidatura Maroni in Lombardia. Mentre non è stata confermata, sempre per domani, una manifestazione a Roma contro il governo Monti. Sempre sull’onda anti-Prof, verrà presentata in Parlamento nei prossimi giorni, invece, una mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Economia Vittorio Grilli. «Ci ha imbrogliati», dicono i leghisti, perché «il Fondo monetario ha certificato il fallimento di questo governo smentendo le previsioni di crescita, mentre il pareggio di bilancio si avrà solo nel 2017».

Volano gli stracci in casa Pdl tra l’avvocato modenese Gianpiero Samorì e i senatori Filippo Berselli e Carlo Giovanardi. Tanto che durante la tradizionale cena di Natale che si è svolta al ristorante ‘Il Villaggio’ di Formigine, invece del consueto scambio d’auguri s’è sfiorata la rissa. Il casus belli che ha dato il via a “un acceso scambio di opinioni” tra i parlamentari emiliano romagnoli e il candidato alle primarie del Popolo della Libertà è stata la decisione di Samorì di tenere “un comizio”, come lo definisce proprio Giovanardi, durante un’occasione deputata esclusivamente “alla convivialità” e alle celebrazioni delle prossime festività.

Dal 3 dicembre anche Benedetto XVI è su Twitter. L’account ufficiale è “@pontifex” e “twitterà” in inglese, mentre quello in italiano è “@pontifex_it”. Per le altre principali lingue cambierà solo la sigla del paese, ad esempio “@pontifex_es” sarà per lo spagnolo. Per ora è in 7 lingue, compreso arabo, ma altre potrebbero essere aggiunge in seguito.

 

di Filippo Facci

Premio per la scemenza di fine anno a Giulia Bongiorno e Mara Carfagna, che hanno proposto di dare l’ergastolo a chi uccida una donna «solo perché è femmina», perciò discriminata. Uccidere una donna, ergo, sarebbe più grave che uccidere un uomo. Si passerebbe cioè dalla discriminazione che prevedeva attenuanti per chi uccideva una donna «per causa d’onore» (valida sino al 1981) a una discriminazione che prevede aggravanti per chi la uccida «in quanto femmina»: da una discriminazione all’altra, come capisce anche un bambino. Ora: non va sprecata una parola di troppo per spiegare che le distinzioni di genere sono tutte pericolose; semmai potremmo chiederci che cosa dovrebbe accadere, a loro dire, se una donna uccidesse una donna in quanto femmina, o se una donna uccidesse un uomo in quanto transgender: ma pare già troppo. Va solo ricordato che la Bongiorno e la Carfagna sono in Parlamento in quanto femmine, ossia, pur in modo differenziato, in quota rosa: e ora combattono contro la stessa discriminazione di cui hanno approfittato, anche grazie al – termine inquietante – Porcellum. Le femministe professionali fingono di ignorare che la storica prevalenza degli uomini tende fisiologicamente ad affievolirsi, come è logico e come accadrà anche senza leggi idiote. Certe femministe ostacolano la causa che promuovono: perché la Storia non prevede scorciatoie, anche se – come sanno le nostre amiche – le prevede il Parlamento.

 

Sbagliavamo quando abbiamo scritto che per fare luce sull’aggressione al quartiere ebraico di Roma ai danni dei militanti del Teatro Valle, durante il dopo-corteo di mercoledì scorso, c’erano solo tre fermo immagine. Sì, perché oltre al video girato da Davide mentre lo stavano pestando, e pubblicato in esclusiva dal fattoquotidiano.it, c’è molto altro: alcune telecamere di sorveglianza e una conferma che arriva direttamente dalla Questura di Roma. “Sì, siamo a conoscenza che nel rione esiste una specie di servizio d’ordine interno alla comunità”, fanno sapere fonti qualificate di polizia. 

Ho figli e studenti di vent’anni, e non ne posso più di sentire scempiaggini sul loro conto: e attenzione, bamboccioni e generazione perduta sono ancora il meno, almeno non sono etichette ipocrite. Quel che proprio non reggo, invece, sono le lamentele di tanti miei colleghi, capaci solo di dipingerli come un gregge di dementi analfabeti solo perché comunicano in modo diverso dal loro:  senza neppure riflettere, oltretutto, che se davvero fossero dei pecoroni la colpa sarebbe solo nostra, voglio dire di noi padri-madri e professori-professoresse, e non loro.

Una fotografia puntuale dell’America che ha eletto Obama è quella scattata dal Pew Research Center, ente di analisi politiche che, al pari della Sfera di Cristallo del professor Larry Sabato dell’università della Virginia, aveva visto giusto pronosticando la vittoria di Obama. Il presidente del Pew, Andrew Kohut, ha commentato per il Wall Street Journal i risultati emersi dai suoi exit polls, che sono interessanti perché, attraverso le interviste alla gente uscita dai seggi, si possono ricostruire i veri “schieramenti” in campo: non solo le preferenze delle diverse categorie di persone per l’uno o l’altro dei candidati, ma anche le loro opinioni su tutta una serie di temi, dall’economia alle questioni sociali. E’ da queste ripartizioni di umori che i partiti avranno elementi utili per confermare, o correggere, la linea politica con cui affronteranno le prossime scadenze elettorali. 

Candidatura debole – La considerazione generale secondo cui Obama ha vinto perché ha saputo tenersi stretta la sua bas e- gli afro-americans, i latinos, gli asian americans, i giovani, le donne – è vera, ma, per Kohut, molti osservatori stanno esagerando nella drammatizzazione dei problemi del GOP perché non danno il giusto peso a “quanto debole sia stata la candidatura di Mitt Romney” di per sé. E cita l’indice di “quanto favorevolmente” siano stati valutati i due: solo il 47% vedeva Mitt positivamente, contro il 53% pro Obama. Durante tutta la campagna, Romney ha sempre sofferto di un giudizio più negativo che positivo, anche grazie agli spot efficacemente distruttivi dei democratici. I votanti, al seggio, per il 53% contro il 43% hanno risposto che sentivano Obama più capace di “connettersi” con persone come loro, rispetto a Romney. E questa freddezza non ha risparmiato gli stessi repubblicani, che non l’hanno mai sentito veramente vicino, come era stato invece con George Bush, per non parlare di Reagan. Mitt ha avuto il 33% di “forti sostenitori”, contro il 39% di Obama, e mentre l’80% di chi ha votato Barack ha detto di averlo fatto a “favore del candidato e non contro il suo avversario”, tra i votanti di Romney questa percentuale è stata del 60% (il 40%, insomma, avrebbe votato chiunque ci fosse stato contro Obama sulla scheda). 

L’economia – Neppure la economia in grave forma ha fatto la differenza: solo il 25% ha detto di stare meglio di 4 anni fa, eppure i due hanno finito quasi pari alla domanda “chi la maneggia meglio?”: il 49% ha risposto Mitt, ma il 48% ha scelto Obama. E c’è stata la percezione “di classe”, poi, a favorire il presidente: secondo il 55% l’economia Usa favorisce i ricchi, ma mentre le politiche di Obama sono pro poveri (per il 31%) e pro classe media (per il 44%), il 53% pensa che le politiche di Romney aiutano i facoltosi.

Qualche dato – Pur con questa debolezza attribuita al candidato, comunque, la Pew ha rilevato che i Repubblicani hanno migliorato le posizioni all’interno di alcuni tra i maggiori gruppi demografici rispetto ai risultati del 2008: 4 punti in più tra gli uomini, 4 tra i bianchi, 6 tra gli elettori più giovani, 7 tra i bianchi cattolici, 9 tra gli ebrei. Romney s’è imposto tra i moderati per 50% a 45%, mentre 4 anni fa Obama aveva vinto per 52% a 44%. Inoltre, contro il 52% che nel 2008 vedeva bene un “governo attivista” (o Big Government, nella definizione negativa del GOP), quest’anno solo il 43% ha detto di apprezzare un governo attivista. E persino sulla riforma ObamaCare, che pure aveva passato il test di costituzionalità della Corte Suprema, gli americani che si oppongono continuano ad essere di più (49%) di quelli che la approvano (44%). 
La conclusione del sondaggista Kohut è che l’elettorato non è affatto decisamente ostile al GOP, ma “i repubblicani devono riconoscere che gli americani restano moderati, in equilibrio, e che mantengono un misto di vedute liberali e conservatrici”. Se il piccolo governo è meglio di quello grande e ObamaCare non piace, in compenso il 59% pensa che l’aborto debba essere legale (com’è già adesso, del resto), il 65% è a favore di una qualche soluzione che dia la cittadinanza agli immigrati irregolari, e coloro che approvano le nozze gay come legge del proprio stato sono più numerosi degli oppositori. 

Bisognerà che il GOP, ma anche i Democratici, sappiano piegare le loro ideologie a questo elettorato, è l’invito finale di Kohut.

@glaucomaggi   

I Repubblicani stanno ancora elaborando il lutto della batosta della settimana scorsa, e il primo focus autocritico si è concentrato sui sondaggisti pro GOP, ossia sulle società di analisi del voto su base locale che lavorano direttamente per i candidati e forniscono le “rilevazioni interne”. Sono molti gli esempi clamorosi di previsioni sbagliate anche di 10 punti o più, per esempio quelle sulla Virginia, la Florida e il Colorado, che Romney e i suoi erano convinti di avere già in tasca sette giorni prima del voto. E così per i dati della gara senatoriale in Nord Dakota e in Montana, o per il candidato repubblicano Tom Smith in Pennsylvania, davanti di due punti al democratico Bob Casey secondo i dati di Susquehanna Polling and Research, e che ha finito per perdere con 9 punti di distacco. Insomma una debacle, che spiega il senso di violento sconforto subito, al risveglio dello spoglio, da Romney e dall’intero partito. Come è potuto accadere? L’errore “tecnico” più diffuso è stato nella formazione dei campioni di persone da intervistare. Per creare questa “base”, i sondaggisti fanno delle ipotesi di suddivisione che sono necessariamente arbitrarie: se non è facile essere corretti sul genere (quanti uomini e quante donne voteranno?), e così pure sull’età (quanti in una fascia di giovani, e quanti vecchi?), ancora più complicato è azzeccare la ripartizione tra i sedicenti democratici e i sedicenti repubblicani che effettivamente andranno poi ai seggi. Si può solo scommettere, e quelli vicini al GOP, per esempio Dick Morris, hanno perso nettamente dando per assunto che l’”entusiasmo” dei democratici non fosse allo stesso livello di quello del 2008 (la prima vittoria di Barack), ma piuttosto di quello del 2004 (quando vinse George Bush). Nella realtà, nel 2012 si sono recati a votare tanti democratici quanti lo avevano fatto nel 2008, e ciò spiega il fiasco che ha illuso il GOP. Anche perché sull’”entusiasmo”, che è una componente della decisione di partecipare o meno alle elezioni, influisce la corrente sotterranea dell’attivismo dei partiti nell’organizzare fisicamente l’andata ai seggi. E i risultati  della opposta militanza delle squadre di supporter che girano per i quartieri, che bussano alle porte, che passano giornate a telefonare ad uno ad uno ai propri potenziali elettori si misurano solo la sera del magico martedì di inizio novembre.


Poiché tra i sondaggi più frequentemente riportati dalla stampa americana, e anche da quella italiana (Libero compreso) ci sono state le proiezioni di Rasmussen, che tendenzialmente erano sempre più favorevoli a Romney, è interessante sentire che cosa ha da dire a sua discolpa il titolare, Scott Rasmussen. Insieme con Gallup, Rasmussen Reports s’è classificata 24esima sulle 26 società nazionali per accuratezza (per Rasmussen doveva vincere Romney).
“Le differenze che ho notatto”, ha ammesso il sondaggista in una intervista” sono nella percentuale di votanti bianchi, caduta al 72%, come diceva la campagna Democratica, mentre io avevo ipotizzato oltre il 73%, e poi nei numeri dei giovani, che hanno partecipato in percentuali più alte, e in quelle dei vecchi, che hanno votato in numero minore rispetto alla mia ipotesi.” Cioè su tutto.  In sostanza, ha ammesso Rasmussen, i risultati mostrano che “chiaramente il team Obama ha avuto una grande prestazione nell’identificare i loro votanti e nel portarli ai seggi”. Per i sondaggisti che vogliono rimanere nel business (che per loro è la credibilità che viene dalla accuratezza delle previsioni) il capire gli errori nei sondaggi è importante per cercare di sbagliare di meno la prossima volta ed essere ancora presi sul serio. Sarebbe auspicabile un cambio della metodologia.  Ma per il partito che ha perso e che punta alla rivincita, l’obiettivo di evitarsi la doccia fredda al prossimo spoglio è solo un obiettivo che deve andare di pari passo con la individuare degli sbagli strategici commessi, compito ben più serio e complicato. E non capire che elettorato hai davanti è l’abc. Su questo, l’esame è appena partito e ne daremo conto nei prossimi articoli.
Glauco Maggi

Anche ieri Mario Monti ha parlato, sì, ma al Financial Times. Dopo un anno si può anche dirlo: non gliene frega niente di comunicare con gli italiani e i loro giornali. Il premier, in dieci mesi, ha rilasciato interviste a una settantina di testate straniere: anche coreane, libanesi, egiziane e polacche. Le predilette sono Bloomberg, Wall Street JournalFrankfurter Allgemeine. Le interviste italiane sono rarissime, tanto che il premier (come per il tormentone sul Monti bis) in genere parla a giornali stranieri e solo dopo c’è il rimbalzo in Italia. Oltre alla surreale Betty Olivi – l’altezzosa portavoce che fa da semaforo alle interviste dei ministri – Monti ha assunto un’addetta stampa che lavora solo a Bruxelles: ma che è portoghese, e prepara comunicati e dossier solo in inglese. Poi ci sono ministri, come Paola Severino e Corrado Clini, che accorrono spediti a ogni incontro organizzato dalla stampa estera, un tempo snobbata e oggi piazzata su un piedistallo. Il perché è semplice: i referenti di Monti, com’è noto, non sono gli italiani e gli elettori che non l’hanno eletto, ma i mercati e la troika, che poi sono gli elettori che l’hanno eletto. E potete anche rispiegare per la milionesima volta come ci siamo arrivati, ma non bisogna mai stancarsi di dirlo e di scriverlo: siamo commissariati, siamo un paese a sovranità limitata.

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