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“Vedi come è piccolo, rispetto ad altri testi sulla violenza o il femminicidio? In questo modo non intimidisce un ragazzo o una ragazza, se si propone di leggerlo”. Ha pensato anche a questo Cristina Obber, autrice di “Non lo faccio più”, libretto che raccoglie l’inedito intreccio tra le parole dei giovani stupratori e delle loro vittime, storie terribili che però possono aprire spazi di cambiamento.

Più che un libro “Non lo faccio più” è uno strumento per entrare nelle scuole italiane a parlare, ma soprattutto far parlare, di violenza, sessualità e lacerazione. E sappiamo bene quanto ce ne sia bisogno, specialmente nella fascia d’età tra i 13 e i 25 anni.

Lo scorso anno una persona ogni cento è stata costretta ad abbandonare la propria casa, in fuga da conflitti o disastri naturali. Ma alle migrazioni forzate contribuiscono anche modelli di sviluppo che ignorano le conseguenze sulle persone. Fenomeno questo spesso messo in secondo piano. Secondi i dati del World Disaster Report 2012 della Federazione internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (Ifrc), il numero dei migranti forzati ha raggiunto i 72 milioni, di questi almeno 20 milioni lo sono a lungo termine e per loro il ritorno alle proprie terre appare sempre più lontano, come i 5 milioni di palestinesi nei campi profughi gestiti dall’agenzia delle Nazioni Unite Unrwa.

“Noi no”, è un grido contro la violenza sulle donne. A lanciarlo sono gli uomini di Bologna per una campagna di comunicazione che dall’Emilia Romagna vuole arrivare in tutta Italia. Perché ogni volta che si parla di violenze nei confronti del genere femminile, il rischio è quello di scordarsi di chi le commette, spesso padri, compagni e mariti (è di oggi la cronaca dell’ennesimo femminicidio avvenuto a Torino, ndr). A promuovere la campagna, la fondazione del Monte e l’associazione Orlando, grazie ad una campagna di comunicazione realizzata da Comunicattive e Studio talpa, vincitori di un bando promosso nel 2011.

Il capitano del Bologna Alessandro Diamanti

Nove milioni di telespettatori. È il risultato clamoroso, l’ennesimo, del Celentano televisivo. Stavolta, ad approfittare del magnetismo catodico del Molleggiato è stata Canale5, l’ammiraglia Mediaset che in termini di ascolti non se la stava passando molto bene. Di nuovo boom di share, dunque, per un personaggio che magari non piace a tutti, almeno quando non canta, ma poi ci costringe sul divano, davanti alla Tv. 

Ieri, in un’Arena di Verona stracolma, Celentano ha perlopiù cantato. A modo suo, ovviamente, tra problemi tecnici e intere frasi dimenticate o saltate a piè pari. E quando canta, nessuno riesce a muovere una critica sensata. Il problema è quando il cantante si trasforma in guru e capopopolo, affrontando argomenti di una complessità mostruosa con un approccio troppo semplicistico.

Se appena qualche anno fa mi avessero detto che avrei potuto seguire il poker in televisione probabilmente non ci avrei creduto. Se poi mi avessero detto che qualcuno avrebbe creato un canale tematico che trasmettesse tornei, partite e programmi sul poker 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 lo avrei ritenuto impossibile.

Invece esiste, si chiama PokerItalia24 ed è un piccolo fenomeno mediatico con cui da poco tempo ho il piacere di collaborare in veste di commentatore tecnico, un po’ come fanno gli ex calciatori durante le partite a fianco dei vari Caressa o De Grandis, che a loro volta prestano spesso la loro voce per raccontare le gesta di questi moderni “atleti” della mente.

E’ stata uccisa dal marito con diverse coltellate al torace, nel corso di una violenta lite, Enrica Ferrazza. Lei aveva 28 anni, lui 30 e forse soffriva di depressione I vicini hanno sentito la coppia litigare ed hanno chiamato i soccorsi, ma quando sono arrivati polizia e vigili del fuoco hanno trovato in soggiorno la donna sdraiata sul divano esanime. Il marito nel frattempo aveva tentato di impiccarsi alla scala interna dell’appartamento ed è ricoverato in prognosi riservata all’ospedale di Padova. Sembra che la coppia fosse in crisi da tempo tanto che i due non convivevano più già da un paio d’anni. E’ rimasta incolume la figlia della coppia, che ha tre anni ed è stata affidata a dei familiari.

Alice, tirocinante a tempo pieno al ministero dello Sviluppo economico, la sera a friggere da un “kebabbaro” pakistano, sabato e domenica cameriera in un bar. Bilancio di fine mese: 866 euro e zero tempo libero. E i “giovani” avvocati, che a trent’anni si trovano a fare gli “schiavi a partita Iva“, come si definisce uno dei nostri lettori, magari dopo aver completato un tirocinio di sfruttamento e umiliazioni presso un “dominus” di grido. O i loro colleghi architetti, bramati perché a differenza della vecchia guardia “sanno tenere in mano un mouse”, che lavorano 9 ore al giorno, ma sono pagati una miseria come consulenti “saltuari”. Sono solo alcune delle storie che continuano ad arrivare a ilfattoquotidiano.it per l’iniziativa “Giovani e lavoro”. Storie che raccontano un precariato e uno sfruttamento generalizzato, che sonda il muro dei 30 e dei 40 anni e che non sta più solo nei call center, ma negli studi professionali, negli ospedali (leggi l’articolo), nei giornali. O, come racconta una delle email che pubblichiamo, sui Tir che trasportano merci in giro per l’Italia. 

Invece che pensare solo a costruire nuove carceri e a innalzare nuovi muri, io proverei a pensare di abbattere (idealmente) i vecchi muri e rendere più trasparenti le carceri italiane. Un carcere aperto sarebbe la prima garanzia per i diritti dei detenuti e per la dignità della polizia penitenziaria.

Per esperienza personale posso dire che le indagini sugli abusi denunciati in carcere sono tra le più difficili, anche perché è quasi sempre impossibile trovare riscontri oggettivi o testimoniali: resta la parola di qualcuno contro la parola di qualcun altro. Sappiamo che vi possono essere condotte scorrette, ma sappiamo anche che alcuni detenuti possono a loro volta scegliere strategie di provocazione e manipolare dei fatti per ottenere trasferimenti o altro. In un contesto così complesso e delicato è difficile distinguere le false denunce dai veri abusi e resta spesso l’amarezza e la frustrazione di non avere accertato con chiarezza la verità dei fatti.

Occupare case sfitte o inabitate, una’tradizione’ britannica quanto il fish and chips e la casa reale. In una parola, squatting. Ma, dal primo settembre, gli squatter sono criminali, secondo la nuova legge voluta dal governo di coalizione fra conservatori e liberaldemocratici guidato da David Cameron. Una legge che ha colmato un vuoto normativo che negli ultimi decenni ha consentito l’occupazione di case e immobili commerciali e che avrà un primo e chiaro risultato: gli oltre 20mila squatter britannici saranno costretti a lasciare le loro abitazioni occupate, pena sei mesi di carcere e una multa fino a 5mila sterline, oltre 6mila euro. La norma è la numero 144 della legge Legal aid, sentencing and punishment of offenders act. Un numero che tanti squatter ricorderanno per sempre, considerando che una vera e propria tradizione viene, per la prima volta, infranta. Ma le associazioni di volontariato ora temono che “questa legge non farà altro che far aumentare la platea dei senza fissa dimora. Il 40 per cento degli homeless è stato squatter, in passato. Questa è la realtà”. 

Tutti (o quasi) d’accordo i direttori dei giornali: la pubblicazione delle lettere inviate dai politici è il segno della debolezza della politica stessa e dell’eccessiva accondiscendenza dei media italiani. Se a dirlo fuori dai denti è Alessandro Sallusti, direttore de ‘Il Giornale‘, vuol dire che le interviste sono stato superate dai monologhi epistolari, autorizzate dalla quasi totalità dei direttori. “Il dilagare delle lettere al direttore da parte dei politici  – risponde Sallusti all’AdnKronos – è un fallimento dell’intermediazione giornalistica, e la colpa va divisa equamente tra i politici italiani che non hanno più nulla da dire, e i giornalisti che spesso non sono in grado di far dire loro qualcosa di interessante”. “Del resto – aggiunge Sallusti – mentre in televisione l’intervista senza risposta è efficace, perché mostra fisicamente l’imbarazzo del politico che si rifiuta di rispondere, sulla carta non ha senso”. Sallusti rivela che capitano spesso “dei politici che chiedono di essere intervistati, ma per le solite banalità ininfluenti sia per il prestigio del giornale che per il lettore. Le lettere diventano così una scorciatoria, e spesso vengono pubblicate dai direttori solo per rispetto nei confronti della figura istituzionale che le scrive. Ma giornalisticamente -conclude il direttore de ‘Il Giornale’- non fanno notizia”.

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