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Oggi è un bel giorno per l’informazione ma anche per la politica che si riappropria (qualche volta succede) della sua funzione: approvare leggi che imprimono nell’ordinamento principi di equità
La Camera ha approvato infatti la legge sull’equo compenso dei cronisti e che, come hanno giustamente affermato in conferenza stampa Enzo Iacopino e Roberto Natale (Ordine dei Giornalisti e Federazione nazionale della Stampa) “mette fine alla schiavitù nel mondo dell’informazione”. 

Dove sono i difensori dei giornalisti? L’arresto di Alessandro Sallusti è grave. Non rappresenterà forse la fine della libertà di stampa in Italia, ma di sicuro ha segnato un passaggio oscuro nella storia del giornalismo italiano. Sallusti fondamentalmente è stato lasciato solo. Solo davanti alla legge. Solo dalla poltica. Solo da molti colleghi. C’è chi gli ha mostrato solidarietà in ritardo, c’è chi come Vittorio Feltri ha cercato di convincerlo a non forzare la mano. C’è invece chi se ne è fregato. A girare la faccia dall’altra parte sono stati in tanti. Fra questi ci sono pure quelli che chiedevano da sempre libertà per i giornalisti e invocavano un paese più civile per poter esprimere la propria opinione. Quel paese si chiama Italia e quei difensori della libertà per i giornalisti si chiamano Roberto Saviano e Adriano Celentano. I due andavano in tv e sui giornali per parlare di libertà di stampa, per chiederla ad alta voce. Ma lo facevano solo sotto i governi guidati da Berlusconi. Nel 2005 “il molleggiato” durante una delle puntate di Rockpolitik diceva: “Tutto è cominciato il 18 aprile del 2002 ( in onda le immagini di Silvio Berlusconi in Bulgaria che parla di uso criminoso della tv. Poi, la classifica della Freedom of the Press 2005), la libertà di stampa, Italia al 77esimo posto, fra Bulgaria e Mongolia”. Poi nella stessa puntata dà il microfono a Michele Santoro che comincia un monologo su un giornalismo che in Italia non è più libero di dire la sua. Fra il 2006 e il 2008 con il governo Prodi nessuno si lamenta per un paese in cui non ci sarebbe libertà di espressione. 

Saviano è scomparso Appena il Cav torna a palazzo Chigi, ecco che subito l’Italia secondo l’intelighenzia di sinistra ripiomba nell’oscurantismo. Questa volta, è il 2009, a farsi portavoce del presunto problema è Roberto Saviano. Su Repubblica del 2 ottobre 2009 scrive un pezzo dal titolo: “Cosa vuol dire libertà di stamapa”. Nell’articolo Saviano scrive: “Oggi, in Italia avere libertà di stampa siginifica poter vere la libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un’opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all’altro troncato un percorso professionale per un atto di parola. Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato”. Oggi che Alessandro Sallusti è stato arrestato per un articolo su un quotidiano, che rischia di andare in carcere per il reato di diffamazione una domanda bisogna porsela per capire chi è coerente sempre e chi no. Dove sono finiti Roberto Saviano e Adriano Celentano? Silezio, solo silenzio.-

La conferenza stampa integrale del direttore del Giornale Alessandro Sallusti, condannato a 14 mesi di carcere per diffamazione. Pena che dovrà scontare ai domiciliari, ma Sallusti non ci sta: “O vado in carcere oppure continuo a lavorare e fare il direttore”.


pubblicato da Libero Quotidiano

Sallusti, no ai domiciliari: il video integrale della conferenza stampa

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Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge per scongiurare la chiusura dell’Ilva, che continuerà a produrre garantendo però da parte dell’azienda il rispetto dell’ambiente e soprattutto investimenti per migliorare le tecnologie. A sorvegliare il rispetto delle regole sarà un garante. Il decreto, sottolinea il premier Mario Monti in conferenza stampa, che “non è un ‘salva Ilva’ ma ‘salva ambiente, salute e lavoro'”. Questo decreto “mette in condizione l’azienda – ha proseguito il ministro dello Sviluppo Corrado Passera – di rispettare tutti i limiti dell’Aia (l’autorizzazione integrata ambientale, ndr) che a sua volta ha recepito le indicazioni della magistratura”. Il 6 dicembre prossimo il Tribunale del riesame dovrà pronunciarsi sul sequestro degli impianti a caldo dello stabilimento di Taranto, “e credo che anche i giudici dovranno tenere conto di questa legge”, ha sottolineato il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, a blindare la sopravvivenza del secondo polo siderurgico europeo al centro delle polemiche per l’impatto ambientale sulla città. Un impatto ambientale che ha spinto il gip di Taranto a porre i sigilli sugli impianti e, conseguentemente, la proprietà Riva ad annunciare la chiusura definitiva

Cosa prevede il decreto – Il decreto varato oggi dal Consiglio dei ministri “stabilisce che la società Ilva abbia la gestione e la responsabilità della conduzione degli impianti e che sia autorizzata a proseguire la produzione e la vendita per tutto il periodo di validità dell’Aia”. Il rilascio a ottobre da parte del Ministero dell’Ambiente dell’autorizzazione integrata ambientale ha anticipato gli obiettivi fissati dall’Unione europea in materia di BAT – best available technologies (tecnologie più efficienti per raggiungere obiettivi di compatibilità ambientale della produzione) di circa 4 anni. Con il provvedimento odierno – spiega il comunicato di Palazzo Chigi – all’Aia è stato conferito lo status di legge, che obbliga l’azienda al rispetto inderogabile delle procedure e dei tempi del risanamento. Qualora non venga rispettato il piano di investimenti necessari alle operazioni di risanamento, il decreto introduce un meccanismo sanzionatorio che si aggiunge al sistema di controllo già previsto dall’Aia. “I provvedimenti di sequestro e confisca dell’autorità giudiziaria – spiega ancora il comunicato stampa –  non impediscono all’azienda di procedere agli adempimenti ambientali e alla produzione e vendita secondo i termini dell’autorizzazione”. “L’Ilva – spiega il comunicato stampa – è tenuta a rispettare pienamente le prescrizioni dell’autorizzazione ambientale”.  Palazzo Chigi definisce il decreto legge “un cambio di passo importante verso la soluzione delle problematiche ambientali, il rispetto del diritto alla salute dei lavoratori e delle comunità locali interessate, e la tutela dell’occupazione”. “In questo modo – prosegue la nota – vengono inoltre perseguite in maniera inderogabile le finalità espresse dai provvedimenti assunti   dall’autorità giudiziaria”.

 

 

Tremonti e Lega di nuovo insieme. Martedì prossimo, al circolo della stampa di Milano, il segretario lumbard Roberto Maroni annuncerà, insieme all’ex ministro dell’Economia, l’alleanza in vista delle prossime Regionali. Bobo crede che il buon Giulio non sarà un fardello per la sua corsa verso il Pirellone (a differenza, per esempio, di un Silvio Berlusconi o di partiti chiamati, per esempio, Pdl o Forza Italia2.0. Tutti nomi con un appeal in calo, secondo via Bellerio).
Un sondaggio ad hoc ha confermato a Maroni che l’85% degli elettori leghisti non ha Tremonti in antipatia. Il restante 15% è rappresentato da militanti duri e puri e, soprattutto, dagli amministratori locali. Quelli che hanno subìto sulla propria pelle le manovre dell’ultimo governo Berlusconi. Non a caso, tra i più critici nei confronti dell’esecutivo di centrodestra c’erano sindaci padani come Attilio Fontana da Varese e Flavio Tosi da Verona, peraltro maroniani di ferro.
Al momento, quindi, a sostegno della candidatura del leader del Carroccio in Lombardia correranno Lega Nord, Lista Maroni e, appunto, Lista Lavoro e Libertà di Tremonti. In attesa di capire cosa farà il centrodestra…

Che Berlusconi fosse contro la libertà di stampa era pleonastico, ma che il governo Monti facesse ostruzionismo francamente non me l’aspettavo”. Frank La Rue, il relatore speciale dell’Onu per la protezione della libertà d’espressione e di stampa, è uno che viene “di solito accolto bene in giro per il mondo: tranne che nel mio Paese, il Guatemala”.

La Rue, in Italia non sono proprio impazienti di riceverla.
Durante il governo Berlusconi ho provato molte volte a farmi invitare ufficialmente per investigare sullo stato di salute della stampa italiana: è andata malissimo.

In che senso?
Ricordo quando Berlusconi chiese al Parlamento di vietare la pubblicazione di leak e di foto. Io fui critico e l’allora ministro degli Esteri si infuriò.

Quindi giovedì 29, a colazione, il presidente Obama vedrà Mitt Romney per la prima volta da quando i due si sono confrontati davanti a milioni di americani, quella volta in cui Barack sparò la bugia su Bengazi e i “gli atti di terrore” e Mitt si fece prendere in giro dalla moderatrice della CNN amica del presidente. 

Che cosa possa aver generato questo incontro a quattr’occhi non è un mistero. Basta mettere insieme il carattere delle due persone e non poteva che finire così. Da una parte il più bravo, il più efficace, il più cinico, il più volgare, il più spregiudicato, il più ideologico, il più osannato e protetto dalla stampa e dalla Tv mainstream, personaggio politico sulla piazza americana; e ovviamente del partito più portato a fare dei propri militanti dei professionisti raffinati del palazzo. Dall’altra, l’uomo che è riuscito a passare per avvoltoio della finanza, per assassino (della moglie di un licenziato da una ditta in cui Romney non era più da oltre 5 anni), per sfruttatore delle donne, grazie all’opera brillante del suo avversario (della stampa ho già detto); e senza far sapere, Mitt, che lui sul piano umano aveva compiuto atti di volontariato personale, conditi da una generosità in dollari per gli enti di carità americani che da sola faceva il pari con quella del presidente e di qualche dozzina di senatori democratici messi insieme.
Da un match così impari non poteva che venir fuori il “pranzo delle beffe”, un misto di “sindrome di Stoccolma”, con il poveretto perdente che non sa staccarsi dal suo Dominator, e di carità (chissà?)  mormone verso un presidente che non aveva mai fatto mistero di odiare, proprio a livello di pelle, Mitt e la sua famiglia. Di sicuro, nella chiesa di Jeremia Wright dove Barack Hussein si è fatto 20 anni di sermoni, non ci sarebbe mai stato spazio per queste offerte dell’altra guancia: i bianchi e i semiti, tutti all’inferno. 

Politicamente, il meeting tra i due pesa meno che se si vedessero Joe Biden e Clint Eastwood, il che sarebbe almeno una rimpatriata tra battutari navigati. Romney ha finito di contare sulla scena del potere Usa con la telefonata del 6 notte in cui ha concesso la vittoria a Barack. Quella andava fatta, e andava fatta con la grazia che il galateo delle istituzioni richiede dai suoi leader, e che lo sconfitto ha rispettato perfettamente. Ma che tre settimane dopo la vittoria sul campo Obama ottenga anche quella al tavolo da pranzo è un eccesso di fair play che va oltre la norma. Nel pieno di uno scontro sul fiscal cliff che sta dilaniando il congresso, soprattutto la parte dei perdenti Repubblicani che sono sotto la pressione della richiesta di alzare le tasse, che ci va a fare Romney da Obama? A dire che lui voleva abbassarle, perché era la ricetta giusta? Qualunque cosa farà  o dirà a Obama non può essere di alcuna utilità al paese, ma solo, possibilmente, un assist regalato al presidente. Che ha vinto con la linea legittima e rischiosa della divisione netta tra “chi è con me e chi è contro di me”, e non ha bisogno di passare, gratis, per quel leader aperto alle ragioni degli altri, e bipartisan, che ovviamente non è. 

Lo scorno è già palese dalle parole che ha speso il portavoce di Obama nella conferenza stampa quotidiana quando gli è stato chiesto di che cosa avrebbero parlato i due. “Ci sono aspetti del passato di Romney che il presidente ritiene sarebbero utili al Paese…come il modo in cui ha salvato le olimpiadi di Salt Lake City”. Capito? Questa è pura classe politica, ma è possibile perché l’altro è un masochista. “L’importante è partecipare, Mitt”, lo irriderà Obama. “E, a proposito di olimpiadi, già che hai salvato il bilancio fallimentare di quelle dello Utah non è che mi salvi Washington?”. Mitt cornuto e mazziato, ma se l’è cercata lui la figura del poveretto che elemosina qualche lancio di agenzia. Doveva andare a Salt Lake City in vacanza per Natale, con i nipotini, e lasciare gli affari di Palazzo nella capitale al presidente che ha il pelo sullo stomaco per arraffarli.

 

Un ministro in tour. Elsa Fornero passa più tempo in giro a fare conferenze, interventi, convegni che nel suo ufficio al ministero del Lavoro. La sua agenda è fittissima. Ecco, andando a ritroso, la settimana del nostro ministro gaffeuse

Mercoledì 28 novembre All’associazione stampa estera di Roma per partecipare alla presentazione del libro di Antonio Polito, “Contro i papà”

Martedì 27 novembre Fornero presenzia al convegno la “violenza sulle donne nei luoghi di lavoro” organizzato dalle tre sigle sindacali

Lunedì 26 novembre  Fornero è a Torino, alla cerimonia di consegna delle onoreficenze “al merito della Repubblica Italiana”

Domenica 25 novembre Elsa Fornero, è al Lingotto a Torino per la consegna dei Premi alla fedeltà a lavoro della Camera di Commercio di Torino al Lingotto.

Venerdì 23 novembre  Elsa è a Verona e interviene al convegno Job & Orienta

Giovedì 22 novembre  Elsa Fornero, parlando è al  convegno organizzato dall’istituto Stensen a Firenze

Mercoledì 21 novembre Elsa Fornero è al ministero della Salute per incontrare il ministro Balduzzi e per la conferenza sull’Amianto. Poi si va in Rai, a registrare la puntata di «Porta a Porta» – un dovere quando si è star -, e solo alle 18.30 Fornero raggiunge Monti e Passera a Palazzo Chigi, per siglare l’accordo sulla produttività. Ma qui fortunatamente la trattativa era già conclusa: convenevoli, firma e alle 21 era già in conferenza stampa, ai soliti orari strampalati in cui questo governo relaziona sui suoi passi più importanti, fuori dalla portata dei tiggì e in modo che nessun giornale abbia tempo d’approfondire.

Martedì 20 novembre Il ministro è a  Roma. Al lavoro? Sì; beh, forse, negli avanzi di tempo tra il Workshop “Beni culturali e imprese. Musei aperti, musei chiusi” e l’intervento conclusivo al Consiglio di Indirizzo e Vigilanza Inps. Quindi, giusto il tempo di una colazione e già incombeva la Riunione plenaria di insediamento del Comitato Interministeriale di Coordinamento per la Lotta alla Pedofilia.  

Lunedì 19 novembre Il ministro era a Trento a un convegno di Confindustria, per spiegare ai giovani come «far ingranare il futuro». Ma martedì era già a Roma. Al lavoro? Sì; beh, forse, negli avanzi di tempo tra il Workshop “Beni culturali e imprese. Musei aperti, musei chiusi” e l’intervento conclusivo al Consiglio di Indirizzo e Vigilanza Inps. Quindi, giusto il tempo di una colazione e già incombeva la Riunione plenaria di insediamento del Comitato Interministeriale di Coordinamento per la Lotta alla Pedofilia.  

 

Il progetto e’ di un digital maker texano. Vorrebbe lanciare la sua Wiki Weapon, l’arma di plastica stampabile in 3D. L’intento e’ ‘pacifico’: richiamare l’attenzione dei governi sul problema delle armi fai da te.

pubblicato da Wallstreet Italia
Link articolo:

Wiki Weapon: la pistola che si stampa in casa

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Senza fare polemiche. Il ministro Passera è stato a Pechino. Ha incontrato il ministro del Commercio cinese Chen Deming e i funzionari di Bank of China e di China Investment Corporation, il fondo sovrano cinese.

Ha presentato con grande enfasi il progetto “vini italiani in Cina” e ha parlato alla Scuola del Partito. Qui ha affrontato sinteticamente i “progressi fatti dall’Italia nei dodici mesi del governo Monti”,  i “passi che l’Europa sta facendo per superare la crisi del debito pubblico” e le “prospettive dei rapporti tra Cina e Italia”.

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