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Nella prima giornata ci si sono messi la pioggia a tratti battente, il freddo e lo sciopero dei trasporti pubblici. Elementi che tuttavia non sembrano aver scoraggiato coloro che nei giorni scorsi avevano acquistato uno dei 3 mila e 500 biglietti per la tre giorni di visite guidate alla casa di Lucio Dalla, nella centralissima via D’Azeglio, cuore del salotto buono di Bologna. Iniziativa, questa, con una finalità benefica, concepita com’è per raccogliere fondi da destinare al restauro del Comune di Finale Emilia, compromesso dopo le scosse di terremoto del 20 e del 29 maggio scorso.

L’entrata è imponente: marmo, parquet e acciaio. Le pareti sono chiare con stampe delle bellezze di Roma. L’illuminazione è calda, l’insieme di design. Mobili etnici sapientemente intarsiati. Le stanze vanno dai 75 ai 150 euro. La cordiale ragazza alla reception mi dice che bisogna prenotare con un po’ d’anticipo, perché spesso sono al completo. Su Tripdavisor (370 commenti) ricevono tre stelle e mezza. Strano. La posizione è ottima. Centrale e a due passi dalla metropolitana. Forse il problema è il rumore. Molte stanze affacciano, infatti, sul cortile di un oratorio e spesso ci sono dei bambini che giocano. “Lasciate che i bambini vengano a me”, certo. Ma non viene detto: “In silenzio e non dalle 14.00 alle 16.00”. 

“Siamo rimasti sconvolti dalle poche cose che siamo riusciti a vedere nella comunità per minori della Lilium: nessuna attività ricreativa, educativa, di formazione professionale, didattica, riabilitativa: ragazzi e ragazze chiusi a chiave nelle loro stanze, pesantemente sedati, tristi e intimoriti, alcuni che dormivano in locali angusti, senza lenzuola e cuscino, stanze dei ragazzi senza comodini, apparecchi musicali, armadi e librerie, locali adibiti ad ufficio e accoglienza al pubblico fuori norma con soffitti di altezza di circa  due metri e una trave a un’altezza di circa 1,70 metri”. E ancora: “i responsabili della comunità hanno ammesso di ricevere ben 400,00 euro al giorno.
 
E nonostante tutti questi soldi spesi abbiamo visto dei ragazzi chiusi nelle loro stanze con 4 ragazzi per stanza in due letti a castello, senza comodini, armadi, libri, computer; ragazzi completamente sedati che al pomeriggio vanno a fare un sonnellino dopo mangiato come i bambini dell’asilo. Una ragazza molto esile e magra che non appena è stata aperta la porta ha tentato subito di scappare e che tirava i capelli alla psichiatra che l’aveva presa per farsi liberare senza neppure avere la forza di gridare. Ma il silenzio opprimente che regnava sovrano e che ti entrava nelle ossa è stata la cosa che tutti i visitatori si sono portati via. Regnava un silenzio surreale e una sensazione di apatia, non certo di recupero della voglia di vivere”.
Questo si legge  in un esposto alla Procura a firma del vice presidente del Comitato dei cittadini per i diritti umani a seguito della visita fatta a settembre scorso presso la comunità per minori Lilium di S. Giovanni Teatino (Ch).
 
Lupinetti, della comunità Lilium afferma: “Siamo stati sbattuti in “prima pagina” senza tenere cura della delicatezza e l’importanza del nostro lavoro, nella cura e nell’assistenza di minori in grave disagio, e al rispetto dovuto agli stessi nostri 100 dipendenti, persone in carne e ossa coinvolte in un impegno quotidiano e difficile”. «Le porte della Lilium – conclude Lupinetti – sono sempre aperte. Invitiamo, come sempre, i Sigg. Giornalisti a verificare con i propri occhi tutto quanto diciamo». Lupinetti inoltre da parte della cooperativa  diffida chiunque a divulgare notizie false: “considerando che i fatti raccontati in questi giorni sono frutto di una distorta rappresentazione della realtà da parte degli organi di stampa e di persone che le hanno impropriamente diffuse”. 
 
Questa notizia e la polemica che le sussegue con accuse e smentite, apre una faglia nel silenzio assordante sulla malattia mentale. Ovunque sia la verità in questa storia, ci troviamo comunque  davanti ad uno spaccato di solitudine e  di profonda difficoltà di collaborazione da parte di chi ha a che fare con questo mondo. Dopo il caso Mastrogiovanni, legato a un letto polsi e caviglie per tre giorni e morto durante un trattamento sanitario obbligatorio  in un agonia  ripresa dalle telecamere, è il caso di fare una riflessione. 
 
Una triste verità è che troppo spesso si abusa di una  professione quando questa stessa diventa potere, troppo spesso si lavora solo per uno stipendio e non per vocazione. Vocazione sì, perché quando si ha a che fare con minorenni, anziani, depressi o persone con problemi psichici, lo si deve fare con l’anima e poi con la tecnica, l’ultimo interesse deve essere il danaro. Se non si ha questa sorta di vocazione, si può fare altro nella vita. Nel lavoro con minorenni, anziani, portatori di handicap o malati psichici, lo stress è molto forte, alcuni possono arrivare a maturare indifferenza, altri a coinvolgersi inficiando il loro stesso operato. La deriva è vedere infermieri maltrattanti, badanti carnefici, operatori delinquenti e brutali.  E’ terribile essere consci dei danni psichici che possono maturare queste vittime, brutalizzate da un’istituzione che doveva tutelarli. In Sorvegliare e punire Foucault scriveva : “ Non bisognerebbe dire che l’anima è un’illusione, o un effetto ideologico.

Ma che esiste, che ha una realtà, che viene prodotta in permanenza, intorno, alla superficie, all’interno del corpo, mediante il funzionamento di un potere che si esercita su coloro che vengono puniti – in modo più generale su quelli che vengono sorvegliati, addestrati, corretti, sui pazzi, i bambini, gli scolari, i colonizzati, su quelli che vengono legati ad un apparato di produzione e controllo lungo tutta la loro esistenza.”

Siamo un po’ al paradosso. Mentre il Governo Monti-Passera fa uscire di soppiatto dalle sue stanze un piano energetico nazionale che guarda al passato (e che impudentemente assicura di sottoporre ad “ampia verifica”), un Paese conservatore, autonomo rispetto all’Ue e fino a ieri moderatamente filonucleare come la Svizzera, mette in consultazione una sua strategia energetica al 2050. E opta per un cambiamento radicale dell’intero sistema, ritenuto necessario dopo la decisione di abbandonare l’atomo. 

Paragonare il piccolo Paese elvetico all’Italia dei “tecnici” mi serve anche per interloquire con i molti commenti riservati al mio blog. Commenti che arricchiscono i miei post rendendoli assai più problematici e articolati di quanto siano in partenza e a cui non posso rispondere direttamente senza ulteriormente frammentare la discussione. Perciò provo a replicare a talune critiche o perplessità ricorrendo a riscontri insospettabili e a prima vista sorprendenti.

Un cartello con scritto “Casa d’ospitalità San Francesco” e 27 anni di accoglienza offerta a chi piangendo e pregando chiedeva di poter avere un tetto sopra la testa ad un prezzo di cortesia. Una situazione precaria, ma della quale tutti erano a conoscenza. Questa l’altra versione della storia dei ventidue “loculi” sotto la Chiesa di San Francesco d’Assisi a San Lazzaro, alle porte di Bologna, sotto accusa per aver ospitato e a pagamento, in condizioni insalubri e di scarsa sicurezza decine di persone, il più delle volte parenti dei pazienti del poco distante ospedale Bellaria. 

L’ultimo scandalo che travolge il presidente della Camera Gianfranco Fini riguarda lo scoop di Libero sulle nove stanze d’albergo riservate per gli uomini della sua scorta in un hotel di Orbetello nel caso in cui il presidente voglia farsi un bagno. Un lusso da 80mila euro: chi paga? Nell’attesa di ricevere una risposta, ecco una carrellata di fotografie di Fini, grande amante del mare, in versione bagnante 


pubblicato da Libero Quotidiano

Fini, un presidente balneare

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Quotidiani

Il Denaro, Il Fatto Quotidiano, Libero Quotidiano

Nove stanze – nove – d’albergo a Orbetello per la scorta di Gianfranco Fini che è in vacanza sull’Argentario per un totale di 80 mila euro. L’inchiesta di Libero sugli sprechi del presidente della Camera ha spinto il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri,  a chidere al capo della Polizia “un’approfondita relazione sulle modalità del dispositivo di sicurezza predisposto”. Il rapporto del ministro Manganelli dovrebbe essere pronto per oggi, lunedì 13 agosto.

Chi decide sulla scorta Il quotidiano Repubblica riporta alcune indiscrezioni che, di fatto, smontano la linea difensiva di Gianfranco Fini che in una nota, oltre ad annunciare querela, ha precisato che “le modalità per garantire la sicurezza della mia persona in ragione della carica istituzionale ricoperte sono decisa autonomamente dai competenti organismi del ministero dell’Interno”. Repubblica spiega che la sicurezza di di Napolitano, Schifani e Fini e Monti sono stabilite dalla legge “di massima sicurezza” quella che spetta al procuratore nazinale antimafia. Ma le modalità delle protezione sono organizzate dall’ispettorato della Camera, un ufficio alle dipendenze del Viminale che tuttavia decise in piena autonomia su come difendere il presidente. Repubblica scrive: “La protezione di primo livello prevede scorte numerose in quanto, quando la persona da proteggere si sposta, i bodyguard delle forze dell’ordine sono obbligati a effettuare sopralluoghi preventivi. 

E adesso chi passerà il Folletto nelle stanze del Papa? Fiorello ironizza così sullo scandalo che ha travolto il Vaticano, portando all’arresto del maggiordomo di Benedetto XVI con l’accusa di aver diffuso all’esterno documenti riservatissimi. “Ragazzi piove sempre sul Bagnasco” è il commento dello showman nel suo ormai tradizionale appuntamento con la sua “edicola web”. Gli amici/avventori di Fiorello hanno almeno una risposta: del Papa si occuperanno “le suore, quelle più giovani”. 


pubblicato da Libero Quotidiano

Fiorello: "Ora chi passa il Folletto in casa del Papa?"

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Nelle stanze dell’ufficio di via Dandolo 24 a Roma, un elegante palazzo di Trastevere, sembrava fossero passati topi d’appartamento organizzati come una macchina da guerra: via tutto, via i computer, via le scrivanie, via gli archivi della contabilità e tutta la cancelleria, matite e gomme comprese. Ma a ridurre così il quartier generale dell’Udeur non sono stati dei ladri, bensì una fuga precipitosa di tutto il personale del partito dell’ex ministro della Giustizia del secondo governo Prodi Clemente Mastella. Fuga precipitosa, scrive il Corriere della Sera, perché alle loro spalle gli uomini del leader centrista di Ceppaloni hanno lasciato una decina di mesi arretrati di affitto da pagare e altrettante rate di condominio. Totale: 3.202,16 euro per il condominio e 22mila euro per l’affitto di quei 140 metri quadrati, sei stanze e due bagni a piano terra. Mastella, il suo vice Paolo De Mese, il caposegreteria Romano Carratelli, l’ufficio tesseramento e l’ufficio stampa hanno lasciato la sede lo scorso 22 dicembre. Per l’affitto, gli avvocati del proprietario dello stabile hanno fatto partire subito l’ingiunzione di sfratto e la notifica del decreto è arrivata il 21 marzo.

Clemente minimizza –  Al Corriere lo stesso Mastella minimizza e assicura che il buco verrà colmato: “Ce ne siamo dovuti andare e ora non abbiamo una sede nazionale per una questione di costi. Noi non essendo presenti in Parlamento non possiamo contare su grandi finanziamenti e l’affitto era troppo alto”. I membri dell’Udeur hanno anche provato ad autotassarsi per rimanere a Trastevere, ma niente da fare. “Non so bene a che punto siano le pratiche – conclude Mastella a proposito del debito e degli affitti arretrati – ma voglio essere chiaro: se ci saranno problemi, salderemo tutto”.

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