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Statuto

Un emendamento ad hoc per fermare la corsa del Movimento 5 Stelle verso il Parlamento. A scriverlo è Beppe Grillo che sul suo blog dedica un post alla norma bipartisan che richiede alle forze politiche di depositare anche lo statuto oltre al simbolo. Un testo che secondo il comico è stato scritto apposta per ostacolare i 5 Stelle, da sempre dotati di un ‘non statuto’. 

Doveva essere lo Statuto della rinascita della gloriosa Società italiana autori ed editori che fu di Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci e Edmondo De Amicis quello approvato lo scorso 9 novembre dal Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministero per i beni e le attività culturali e di concerto con il Ministro dell’Economia.

Era questa, d’altra parte, la missione affidata non tanto all’ultranovantenne Commissario Straordinario Gian Luigi Rondi ma ai suoi due sub commissari, Mario Stella Richter e Luca Scordino. “Il Commissario Straordinario ha l’incarico di adottare gli atti necessari ed opportuni al fine di assicurare il risanamento finanziario e l’equilibrio economico” della Società, recita, infatti, il Decreto del Presidente della Repubblica con il quale, nel marzo del 2011, la Siae era stata, ancora una volta, commissariata.

Il calcio italiano e le riforme: due linee parallele che nonostante dichiarazioni e buoni propositi sembrano non incontrarsi mai. L’ultimo capitolo di questa rincorsa è il nuovo statuto della Figc, approvato (ma che fatica!) la settimana scorsa grazie a Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica nominato per l’occasione commissario ad acta. Prevede una sforbiciata al numero dei dirigenti (dai consiglieri ai vicepresidenti) per snellire l’organigramma e le spese federali. Ma soprattutto l’abolizione del diritto di veto delle singole componenti del Consiglio.

E “adesso non ci sono più alibi, il calcio italiano deve fare le riforme”, ha affermato il presidente del Coni, Gianni Petrucci. Quelle stesse riforme che giusto qualche giorno fa ha reclamato anche il presidente della Juventus, Andrea Agnelli.

Palazzine costruite dalla Acque Albule Spa, società termale alle porte di Roma, che, per statuto della stessa società, non potevano essere edificate. Una storia nata nel 2006, quando il comune di Tivoli conferì a titolo gratuito alla società termale, della quale è azionista al 60% (il restante 40% appartiene al gruppo che fa capo a Bartolomeo Terranova), un terreno “allo scopo – si legge nell’atto – di potenziare l’offerta di ricettività turistico termale”. La società però su quel terreno ha realizzato un fabbricato che ha destinato ad uso residenziale privato, non rispettando né la delibera comunale né lo statuto stesso della Spa che non consente di svolgere attività edilizia con finalità private. Un illecito nell’illecito al quale se ne aggiunge un terzo: l’area infatti risulta elencata fra i beni demaniali non disponibili. 

Qualche giorno fa abbiamo posto provocatoriamente una domanda: possiamo ancora permetterci di pagare l’autonomia della Regione Siciliana? Un Paese con l’acqua alla gola, che chiede sacrifici ai propri cittadini ed è costretto ad alzare le tasse a un livello mai visto, è tuttora in grado di consentire a una classe politica come quella dell’isola di mantenere il proprio potere e la propria inefficienza grazie all’elargizione di decine di migliaia di posti pubblici? La risposta per noi era scontata: no. Il tasso di spreco e di corruzione della Sicilia non è più sopportabile o, per lo meno, non lo è per una nazione in crisi. Perciò proponevamo di farla finita con lo Statuto speciale che consente alla Regione guidata da Raffaele Lombardo di spendere e spandere mentre il resto dell’Italia tira la cinghia.

Scrivendola temevamo che la nostra predica sarebbe caduta nel vuoto, senza che nessuno avesse il coraggio di aprire l’imbarazzante dossier siciliano. Invece, a sorpresa, non solo abbiamo dovuto registrare l’intervento del ministro della Funzione Pubblica, sollecitato dai numeri sui dipendenti in forza negli enti locali dell’isola, ma anche dello stesso governatore, il quale, seppur difendendo il proprio operato, è stato costretto al confronto sui temi dell’uso del denaro pubblico e degli organici della Regione. Sull’argomento è poi intervenuto, dalle pagine del Corriere della Sera, anche il vicepresidente della Confindustria Ivan Lo Bello, il quale si era dichiarato favorevole a un intervento del governo, sposando l’idea di accantonare l’autonomia di cui gode la Sicilia, perché presto Palazzo dei Normanni non avrebbe avuto in cassa neppure i soldi per pagare gli stipendi ai propri dipendenti e pensionati.

Ma la vera novità è che nel dibattito si è infilato anche il presidente del Consiglio, il quale ieri ha inviato a Raffaele Lombardo una lettera, denunciando il rischio di un fallimento della Regione e chiedendo conferma al governatore delle sue dimissioni entro la fine del mese. Insomma, quello che sollecitavamo forse sta avvenendo e noi per primi ne siamo stupiti. Di fronte a una situazione resa incandescente da anni di malgoverno e pratiche clientelari, aggravata da un uso scellerato delle assunzioni, Monti starebbe valutando la possibilità di commissariare la Sicilia. Un provvedimento che, a memoria di cronista, non ci pare sia mai stato preso e che forse potrebbe perfino essere contestato sotto il profilo costituzionale.  Ma indipendentemente dalla questione di lana caprina, ovvero se sia possibile o no commissariare una Regione, resta il tema che la Sicilia è sull’orlo del fallimento e qualcosa si deve pur fare.

Ovviamente, che Palazzo dei Normanni sia vicino al default, cioè abbia più debiti che crediti e non sia più in grado di far fronte agli impegni finanziari, non ci stupisce. Una Regione che ha 28 mila forestali, cioè più del Canada, Paese che però non ha 2.500 chilometri quadrati di boschi ma 400 mila. Un’amministrazione che ha quasi ventimila impiegati, contro i 3 mila della Lombardia, che pure ha il doppio degli abitanti. Un capoluogo come Palermo che ha quattro volte il personale di cui avrebbe bisogno se paragonato ad altre città di analoghe dimensioni. Come poteva dunque finire se non, prima o poi, in bancarotta? Era possibile credere che le tasse raccolte nell’isola e i ricchi trasferimenti dello Stato potessero bastare a saldare il conto di una Regione che in larga parte vive di spesa pubblica? Anche in questo caso la risposta è scontata e anzi ci fa venire in mente che ci sarebbe stato motivo per attendersi il fallimento già anni fa, ma l’economia in crescita del Nord dell’Italia ha evitato la resa dei conti. La crisi però ora ha chiuso le possibili vie d’uscita e oggi la Regione più autonoma d’Italia si trova di fronte a due sole strade. O continua a conservare Statuto speciale e privilegi, ma senza poter disporre dei soldi e dunque condannandosi al fallimento. Oppure rivede il patto che la lega all’Italia, accettando di assoggettarsi alle regole di bilancio e di buona amministrazione.

Noi naturalmente propendiamo per quest’ultima soluzione. Così come siamo favorevoli ad un immediato commissariamento della Sicilia. Tra le poche cose buone fatte da Mario Monti, se passasse, questa potrebbe essere la migliore. Riuscire a cancellare lo Statuto speciale e gli sprechi che esso consente non è un’opera da poco, ma una svolta storica. Insomma, l’avete capito: se il premier si muove, siamo disposti perfino ad applaudirlo. Incrociamo le dita.

di Maurizio Belpietro

Inizia l’era di Maroni e finisce quella di Bossi anche sul simbolo della Lega, che ha eliminato il nome del Senatur e lo ha sostituito con ‘Padania’. 

Una circolare inviata dalla segreteria federale del Carroccio alle sezioni nazionali e provinciali del movimento conferma quanto messo nero su bianco dallo statuto: e cioè che il simbolo del partito è la sagoma del guerriero Alberto da Giussano (con il Leone di Venezia disegnato nello scudo) sopra la scritta ‘Padania’, e non ‘Bossi’. La circolare è stata inviata in risposta ad alcune sezioni che avevano domandato di fare chiarezza sulla questione. Non si tratta in realtà di una cancellazione del nome di Umberto Bossi dal simbolo, perché, come spiegato anche Maroni in una conferenza stampa prima del congresso federale, il simbolo del Carroccio, anche nel vecchio statuto, era l’Alberto da Giussano sopra la scritta ‘Padania’.

Ennesimo botta e risposta tra Roberto Maroni e Umberto Bossi. Parlando ai militanti nel fine settimana, il Senatur, aveva detto che “gli espulsi dal partito vengano a me”, riferendosi a quanti erano stati estromessi nel periodo successivo agli scandali che avevano travolto il Carroccio (Renzo Bossi e Rosi Mauro). Oggi, però, Maroni lo ha zittito. Al termine del primo congresso federale da numero 1 del partito tenutosi nella sede di via Bellerio a Milano, Bobo ha precisato che il nuovo statuto prevede sì che Umberto Bossi, in qualità di presidente, svolga una funzione d’appello per quanti siano stati estromessi dal Carroccio. Ma il ruolo non si applica nei casi di espulsione precedenti al 1 luglio, giorno di entrata in vigore dello statuto. Cioè: Renzo e Rosi fuori dal partito sono e fuori staranno. Vicenda chiusa.

Feste padane – Maroni ha poi illustrato quali e quando saranno i prossimi grandi appuntamenti pubblici: la “Festa dei popoli padani” si terrà  il 28,29 e 30 settembre prossimi a Venezia o in un’altra città del Veneto. Quanto a Pontida, salterà come preannunciato l’edizione 2012: il prossimo appuntamento sul pratone della località bergamasca si terrà il 7 aprile 2013, a pochi giorni dalle elezioni politiche.

Venerdì 22 giugno si radunerà in via Bellerio il comitato federale che si occupa del nuovo statuto della Lega Nord, la cui bozza è stata inviata alle varie regioni (nazioni, nel vocabolario padano) e che tornerà sui tavoli della sede milanese con alcune osservazioni. L’obiettivo è approvare il documento prima del congresso federale del 30 giugno-primo luglio a Milano, quando il Carroccio sceglierà il nuovo leader (tutti scommettono su Roberto Maroni, che però non ha ancora ufficializzato la candidatura). Tornando allo statuto, sembra che dalle regioni vogliano modificare il nuovo meccanismo delle espulsioni, che nella bozza diventerebbe un’esclusiva del consiglio federale. In pratica, i territori vorrebbero continuare ad avere voce in capitolo, come accaduto fino a oggi, fermo restando che l’ultima parola spetterà al massimo organismo decisionale dei lumbard. Con in più – altra novità – il parere di Umberto Bossi. Che potrà esprimersi sull’eventuale allontanamento dei militanti da più di vent’anni. La nuova Lega dovrebbe prevedere una gestione molto più collegiale, con ampio coinvolgimento delle regioni (una scelta che sembra fatta ad hoc per placare i possibili malumori dei veneti, storicamente allergici all’eccessivo centralismo della “Lega di Milano”). Il nuovo segretario federale avrà poi la facoltà di scegliersi uno staff di fedelissimi, senza alcun tipo di vincolo. Nelle ultime settimane, prima dei congressi in Lombardia e Veneto, Maroni stava già ragionando sulla sua squadra e – tra gli altri – insisteva con Matteo Salvini immaginandolo vice-segretario federale, ma poi l’europarlamentare è diventato leader del partito in Lombardia battendo lo sfidante Cesarino Monti. Ultima nota a proposito del congresso federale. Gira voce che la Lega potrebbe annunciare, prima dell’assise, la volontà di schierare un candidato unico che sarebbe ovviamente Maroni. L’ex ministro dell’Interno, parlando coi fedelissimi, ha escluso questa possibilità. Alcuni pretoriani spiegando la contrarietà perché «sarebbe un segnale di debolezza». Di più. Come si potrebbe negare a un semplice militante, una volta raccolte le firme, di aspirare al comando di via Bellerio? In questo clima di incertezza, Bobo potrebbe annunciare la discesa in campo settimana prossima.

Arriva il via libera definitivo della giunta regionale allo statuto della società Campania Ambiente e Servizi. L’iter, però, non è ancora concluso perché l’effettiva costituzione dell’azienda e il piano industriale saranno approvati con prossimi provvedimenti, sempre da parte dell’amministrazione regionale. Nella delibera appena pubblicata si legge che “la costituenda società sarà partecipata interamente dalla Regione e nel suo interesse svolgerà le funzioni in materia ambientale e di prevenzione, di manutenzione del patrimonio immobiliare regionale e di servizi strumentali all’ente”.

tovato su: Il Denaro

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Chissà cosa penserebbero Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci, Francesco De Sanctis, Edmondo De Amicis ed i tanti altri illustri esponenti della cultura italiana che tennero a battesimo la – un tempo gloriosa – Società italiana autori ed editori nel leggere il testo del nuovo statuto, messo a punto dal Commissario straordinario Gianluigi Rondi e dai due sub-commissari Mario Stella Richter e Domenico Luca Scordino.

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