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Decreto sui costi della politica, minuti contati al Senato per l’approvazione. Il provvedimento scade il 9 dicembre ed entro quella data dovrà essere convertito in legge, pena la decadenza. Ecco perchè si rincorrono voci su un possibile ricorso alla fiducia da parte del governo per non perdere gran parte delle norme. Alla Camera sono stati fatti cambiamenti radicali, ma non c’è tempo per poter intervenire di nuovo e ripristinare alcune parti (buone) del testo originario. Come quelle sui tagli ai vitalizi. Nonostante nelle commissioni Affari Costituzionali e Bilancio di Palazzo Madama siano stati presentati oltre 370 emendamenti (che anche se solo parzialmente approvati, costringerebbero ad un ritorno del testo alla Camera e questo si rivelerebbe esiziale) si cercherà di evitare di mettere mano al testo. C’è troppo timore che il provvedimento possa decadere, costringendo il governo ad intervenire ex novo, ma anche in questo caso non ci sarebbero i tempi per concludere un nuovo iter prima della fine della legislatura. Insomma, per il decreto taglia (parzialmente) i costi della politica, questa è davvero l’ultima spiaggia. E la fiducia, quindi, si avvicina.

I figli nati dal matrimonio, oggi circa 120mila all’anno, sono in tutto e per tutto equiparati con quelli naturali e quelli adottati. E’ quanto prevede la proposta di legge definitivamente approvata dall’Aula della Camera con 366 voti a favore, 31 contrari e 58 astensioni. Il testo è passato malgrado la contrarietà dell’Udc condivisa anche da diversi deputati del Pdl, sulla norma che estende la possibilità del riconoscimento anche ai figli nati da un incesto, di cui i centristi avevano chiesto, senza risultato, lo stralcio. La norma, inserita al Senato, è rimasta anche per evitare di far tornare indietro il testo con il rischio di non farlo definitivamente approvare prima della fine della legislatura.

Il presidente del Senato Schifani ha invitato i giornalisti a non scioperare, assicurando la sua mediazione per una modifica all’attuale testo sulla diffamazione  e che potrebbe essere votato, con procedura inaudita, nella seduta di lunedì, magari persino con votazioni notturne.  Forse il presidente Schifani avrebbe fatto meglio a far sentire la sua voce prima della proclamazione dello sciopero. Forse avrebbe potuto rivolgere un appello a quei parlamentari che vogliono solo consumare una vendetta ed introdurre una sorta di “Legge manette”.

Quel testo non è più mediabile, sbaglia chi continua a coltivare illusioni di trattativa e di possibili miglioramenti.
Quella robaccia va solo ritirata, rimessa nei cassetti, in attesa di tempi migliori quando si potrà forse tornare a parlare seriamente di rettifica, di tutela del diffamato, di querele temerarie, di Giurì per la lealtà della informazione.

Con un giorno d’anticipo rispetto al previsto, il ddl Diffamazione torna domani all’esame dell’aula del Senato. Lo ha stabilito la Conferenza dei Capigruppo, “ma – ha reso noto il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri – si voterà la questione sospensiva presentata dal Pd. Poi a seconda del voto si deciderà il da farsi”. Emblematica la presa di posizione del presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro: “Il testo è un cane morto”.

Non è scritta ancora la parola fine sull’accordo “per la crescita della produttività” firmato dalle parti sociali tranne la Cgil. Il governo ha convocato le parti sociali per domani sera a Palazzo Chigi, in un confronto in cui si cercherà di ottenere ancora il consenso di Camusso anche se il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, delegato da Monti a questo incarico, ha espresso ieri soddisfazione per “l’ampio consenso finora ricevuto”. In ballo ci sono circa due miliardi di euro per la detassazione del salario di produttività che il governo stanzierà solo di fronte a un accordo tra le parti sociali.

Il teatro Valle è occupato, sì, ma per una sera da una donna, una sola. Piccolina, occhi grandi ed espressivi, i capelli raccolti in due “cornetti” ai lati della testa, Silvia Gallerano è nuda, letteralmente, su un trespolo da foca ammaestrata. È l’unica protagonista del monologo “La Merda”, acclamata opera di Cristian Ceresoli che ha già fatto incetta di premi, a cominciare dal primo posto al prestigioso Fringe festival di Edimburgo. La scrittura del testo è eccellente, condita di efficaci artifici retorici che hanno un retrogusto shakespeariano, mentre il fil rouge ideale (e ideologico quanto basta) è evidentemente pasoliniano.

Il presidente del Senato, Renato Schifani garantisce che i tempi della legge elettorale saranno brevi. ”La legge elettorale arriverà in Senato entro pochissime settimane, conto di poterla far votare in aula entro novembre, per restituirla alla Camera in tempi ragionevoli”. “La prossima settimana in Commissione i nodi vanno sciolti e devono essere sciolti con regolare votazione. Ognuno si assuma le proprie responsabilità” ha aggiunto Schifani.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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Un eroe di carne al tempo dei divi di plastica: Marco Martinelli racconta il Pantani del Teatro delle Albe, in scena dal 16 novembre con Ermanna Montanari, Luigi Dadina Alessandro Argnani e Roberto Magnani al Rasi di Ravenna (si replica fino al 2 dicembre). Dove Pantani non è solo un ciclista, è anche un emblema dell’Italia dei nostri anni.

Cominciamo da lui, da Pantani. Quale posizione prendi, nel testo, sulla sua vicenda sportiva, umana, giudiziaria?

Tornano le manette per i giornalisti che diffamano. L’aula di Palazzo Madama ha approvato con voto segreto l’emendamento della Lega che prevede il carcere fino a un anno per chi diffama a mezzo stampa con l’attribuzione di un fatto preciso, cioè “il caso più grave”, precisa il leghista Sandro Mazzatorta, firmatario della norma. L’emendamento della Lega è passato con 131 sì nonostante il parere negativo del governo. Sono stati invece 94 i no e 20 gli astenuti. “Questa norma passa con un voto anonimo – commenta il responsabile Giustizia dell’Idv Luigi Li Gotti – voi della Lega avete ottenuto un grande risultato politico”, aggiunge. Li Gotti ha detto sì alla richiesta di Luigi Zanda (Pd) di sospendere i lavori per capire come procedere ora sul ddl. Richiesta condivisa anche dal capogruppo dell’Udc Giampiero D’Alia.

Più che il governo dei professori, quello di Monti sta diventando il governo delle rettifiche, delle smentite, dei passi indietro, delle improvvide dichiarazioni. Dalla patrimoniale agli esodati, le ultime ore hanno registrato diversi campi di registro da parte dell’esecutivo, che ora è costretto a tamponare un’indiscrezione rimbalzata nella giornata di domenica riguardo all’alleggerimento dell’Imu per gli enti religiosi. Ipotesi non facile da far digerire ai contribuenti “laici”, che rischiano di subire l’ennesima stangata sulla casa, una “super Imu” da far venire i brividi. “Nessun blitz, nessun arretramento, ma conferma della linea di assoluto rigore e trasparenza più volte sostenuta dal governo”, spiega una nota ufficiale di Palazzo Chigi dicendo no, dunque, al trattamento di favore per la Chiesa. “La norma in questione, come può facilmente essere riscontrato, è contenuta nel comma 6 dell’articolo 9 del decreto sugli enti locali, su cui domani (martedì, ndr) la Camera darà il voto finale, dopo aver votato la fiducia lo scorso 8 novembre”, spiega la nota delal Presidenza del Consiglio. La disposizione, secondo il governo è “in linea con gli orientamenti più volte espressi dal governo e con le richieste dell’Unione europea, non è stata modificata in alcuna parte dall’esecutivo durante l’esame alla Camera. Il testo approvato coincide esattamente con quello già deliberato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 4 ottobre”. “Tale intervento – prosegue Palazzo Chigi – si era reso necessario a seguito del primo parere del Consiglio di Stato, che individuava un possibile profilo di debolezza nell’assenza di una delega espressa per il regolamento governativo, che risponde in dettaglio e puntualmente ai criteri comunitari. Il governo ha quindi operato affinché la norma sull’Imu per gli enti non commerciali non fosse resa, in alcun modo, meno stringente a seguito di ulteriori iniziative parlamentari. Di fronte a tali proposte emendative, il governo ha chiesto il rinvio del testo in Commissione. A seguito di tale rinvio, gli emendamenti parlamentari sono stati, a loro volta, espunti ed è stato ripristinato, proprio su iniziativa del governo, il testo originario”.

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