Raccolta News di Economia e Finanza aggiornate in tempo reale

tocca

di Glauco Maggi

Se e quando catturerà i terroristi della cellula libica collegata ad Al Qaeda che hanno ammazzato l’11 settembre 2012 quattro ufficiali americani a Bengazi, tra i quali l’ambasciatore Chris Stevens, dove mai li schiafferà Obama? (Se li prende vivi, perché lui preferisce i droni o le “catture” alla Bin Laden). Un buon posto è Guantanamo, che già ospita l’architetto dell’attentato alle Torri Gemelle Khalid Sheikh Mohammed dell’11 settembre di 11 anni prima, e il Senato americano sta già preparando le celle. Mentre l’amministrazione Obama, dal primo giorno dell’entrata alla Casa Bianca nel gennaio 2009, le ha pensate tutte per smantellare la galera cubana e trasferire detenuti e processi sul suolo patrio, addirittura a New York per trattarli come mariuoli internazionali invece che come combattenti determinati a distruggere l’America, gli americani sono più concreti e seri. Così, anche se i Democratici controllano il Senato con 55 voti contro 45, ieri l’altro è passata, per 54 a 41, una misura che vieta al governo di insistere con i suoi piani di trovare una prigione sul territorio Usa per piazzarci i terroristi. E la motivazione, banale e pratica, è che “la sede di Guantanamo Bay è equipaggiata singolarmente bene, con una prigione di livello eccellente per trattare i terroristi”, come ha spiegato la senatrice repubblicana del New Hampshire Kelly Ayotte, prima firmataria dell’emendamento che nega i finanziamenti per studiare e pianificare la costruzione di una galera alternativa negli Usa. “L’amministrazione pensa di chiudere Guantanamo, ma il popolo americano non vuole che terroristi stranieri del tipo di Khalid Sheik Mohammed siano portati qui”, ha aggiunto la senatrice. Pur in minoranza al Senato, il GOP si è tirato dietro un buon numero di senatori democratici moderati e con la riconferma a rischio nel 2014, che evidentemente non vogliono passare, davanti agli elettori del proprio stato, per sostenitori della volontà di Obama di chiudere Guantanamo. 

La mozione è venuta come immediata risposta ad una notizia, diffusa in esclusiva da Fox News, secondo cui la senatrice Dianne Feinstein, democratica liberal della California, aveva commissionato uno studio federale per valutare la fattibilità dell’operazione. Il rapporto aveva concluso che, ovviamente, chiusura e trasferimento sono possibili sul piano tecnico, e come non potrebbero? Ciò che non esiste, però, è la fattibilità politica dell’idea, che è respinta da una larga maggioranza di americani nei due partiti e in tutto il Paese. 

Oltretutto, avete notato, anche dai giornali italiani, che il “problema”, o “scandalo”, o “vergogna”, o “inciviltà”, o “immoralità”, o quello che volete voi (whatever, dicono qui) dell’esistenza stessa di Guantanamo è sparito, svanito, scomparso, dissolto? Da quando non c’è più Bush, e al suo posto c’è il comandante in capo buono, umano, premio Nobel, e, nelle misurate parole di Jamie Foxx, “our Lord and Savior Barack Obama” (“nostro padrone e salvatore Barack Obama”), Gitmo è diventato il Club Mediterranee. Non sarà, forse, che il trattamento disumano dei prigionieri a Guantanamo non è mai esistito neppure sotto i generali di Bush? Galera era, e galera è. E per terroristi da guardare a vista, ma con tanto di pasti per la dieta islamica, con i tappetini e i corani, e il traffico degli avvocati che sembra Times Square. Ah, per chi fosse sfuggito, il regime del carceriere buono, Obama, ha anche avuto il suo bel suicida qualche settimana fa in una cella di Guantanamo, ma non è andato in prima sul New York Times e quindi non potevate certo leggerlo neppure in prima pagina in italiano, o come apertura dei tg. 

twitter @glaucomaggi

I vescovi scendono in campo per Mario Monti e contro Giorgio Napolitano. Lo fanno, dopo che il capo dello Stato aveva detto che il premier è “non candidabile”, con un articolo del quotidiano Avvenire a firma del direttore Marco Tarquinio. “La dignità di senatore a vita esclude la possibilità di una candidatura personale al Parlamento, ma non riduce in alcun modo la libertà di opinione e di azione politica del cittadino che l’ha ricevuta. Mario Monti – prosegue Tarquinio – non è uomo da panchina e questo è un tempo nel quale risorse preziose come quella dell’attuale presidente del Consiglio vanno spese per il bene del Paese”. Secondo il direttore del quotidiano della Cei, dunque, “solo l’attuale premier può e potrà dire del proprio eventuale ulteriore impegno dopo il servizio che ha reso al Paese in questa fase tecnica, non esente da pecche, ma indispensabile e meritorio. Solo lui – insiste Tarquinio – può e potrà farlo, e nessun altro. Nemmeno il capo dello Stato”.

Dopo la nomina del giovane Kennedy al Congresso, tocca al rampollo della storica famiglia Repubblicana: George P. Bush, 36 anni, punta a governare lo stato meridionale.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Usa: un nuovo George Bush si candida in Texas

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Tu vo fà l’americano. Stavolta lo vuole fare Pierluigi Bersani che col suo sigaro in bocca sa tanto di texano. Repubblicano. Ma Pierluigi oggi si sente più americano degli americani e come Veltroni fa il verso ad Obama. Su twitter scrive: “Obama ha vinto parlando di solidarietà e lavoro. Ora tocca a noi vincere e uscire dalla crisi nel segno dell’equità”. Dal “si può fare” al “ora tocca a  noi”. Il Pd vive di emulazione a stelle e strisce. E il segretario per vincere le primarie e puntare a palazzo Chigi le prova tutte. Pure l’onda del voto americano serve per fare emozionare secondo Bersani la base del Pd. Peccato che Bettola non è Chicago e l’Italia non sempre fa rima con America. Ma in realtà Bersani più che sognare nelle notti insonni la sua “casetta Bianca” dovrebbe guardarsi le spalle dall’americanino che va in giro in camper e che davvero si ispira a Barck Obama. Matteo Renzi è più pragmatico nel suo sentirsi per un giorno americano e su twitter giudica il discorso di Obma del post vittoria e scrive: “Un discorso bello che ricorda Boston 2004 o le primarie 2008 per la capacità di suscitare emozione. E vai!”. Gia’ “e vai!” c’è euforia nel pd per la vittoria di Obama. Solo che i precedenti confronti con gli “yes we can” non portano proprio bene. Veltroni nel 2008 con quella sua sgangherata traduzione in italiano del motto obamiano si attirò la sfiga da solo. L’esatta traduzione era “sì, lo facciamo”, lui invece preferì un più moderato “se po fà”. Infatti non se ne è fatto proprio nulla. Ora a Pierluigi chi lo dice che quel “ora tocca a noi vincere” è già una piccola fetta di sfiga che sta per arrivare sul tavolo del pd. Obama da domani avrà ancora il suo Air Force one, Renzi resterà con il camper e Pierluigi va in bici. Nelle campagne di Piacenza ora cosa dovranno fare? Mangiare cheeseburger fino alle primarie? No, non “si può fare”.

“Chiedo scusa agli italiani, ho falito per colpa della crisi”. Silvio Berlusconi ha fatto mea culpa ma l’impressione è che la parole dette a Bruno Vespa per l’ultimo libro del conduttore di Porta a Porta siano parziali. Non è stata solo la crisi ad aver messo i bastoni tra le ruote al quarto governo del Cavaliere, naufragato nel novembre 2011 a due anni dalla fine naturale della legislatura. Se per un anno l’esecutivo è rimasto agonizzante, fino al trapasso obbligato sotto i colpi di spread e pressioni internazionali, la colpa è anche di chi quell’agonia l’ha studiata, cercata, voluta, ottenuta. Non tanto per spirito nazionale o senso di responsabilità quanto per scommessa politica, strategia rischiosissima che da un lato ha servito su un piatto d’argento il potere ai tecnici di Monti e dall’altra ha demolito il centrodestra una volta per tutte, senza ricostruirlo. Questa persona, naturalmente, è stata Gianfranco Fini.

Le colpe di Gianfry – L’uomo che partito dal “che fai, mi cacci?” ha intrapreso l’avventura (suicida, in fin dei conti) dell’abbandono del Pdl e della fondazione di Futuro e Libertà. Una deriva suggellata dall’alleanza insana con il Pd in occasione della sfiducia al governo Berlusconi il 14 dicembre 2010, fiducia fallita miseramente, e da una perdita di consenso sempre più marcata, tanto che ad oggi Fli e Fini rischiano di restare fuori dal Parlamento senza riforme elettorali ad hoc o alleanze mirate. Gianfranco ha agito per amor di patria, senza doppi… fini? La difesa dei futuristi non sta in piedi, e in ogni caso i numeri lo bocciano in ogni caso: basta guardare i risultati di Pil e occupazione in crollo continuo causa le manovre recessive di Monti. Berlusconi ha chiesto scusa proprio per non aver attuato i tagli a tasse e sprechi promessi nel 2008. Fini, travolto da scandali, scandaletti, critiche e fuoco amico, finora ha sempre rifiutato di dimettersi dalla presidenza del Consiglio: difficile pensare che possa chiedere scusa per essere stato una delle cause dell’impasse politica degli ultimi due anni.

Dopo Grillo, tocca al giornalista fare l’avvocato difensore di Di Pietro: “In 14 anni di vita il suo partito non si e’ mai messo al servizio dei poteri. E’ stato contro l’amnistia, l’inciucio e l’opposizione morbida a Berlusconi”. Bersani: ticket Di Pietro-Grillo non utile al Paese.

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Travaglio: "Nessuno tocchi Tonino", Ma l'IdV cambierà leader

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Solo per il loro mantenimento lo Stato spende ogni anno più di mezzo miliardo.. A essere “attaccate” anche le Questure. Intanto si calcola che con la riduzione degli uffici provinciali ci saranno risparmi per oltre 100 milioni..

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Tagli: dopo le province, tocca alle Prefetture

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Il cliente paga all’avvocato una parcella di 10 mila euro. Tolta Iva, Irpef, Irap, pensione, tasse una tantum e altre spese, il legale libero professionista si ritrovera’ in mano il 10% della somma.

pubblicato da Wallstreet Italia
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Per certi liberi professionisti la pressione fiscale tocca il 90%

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Dopo Lazio, Campania, Emilia Romagna e Piemonte, oggi tocca a Lombardia e Marche. Ispezione a sorpresa degli agenti della Guardia di Finanza nei due consigli regionali per compiere acquisizioni per accertamenti sulle spese dei gruppi. regionali.

tovato su: Il Fatto Quotidiano

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Oggi inauguriamo la nuova sede, e la nuova stagione, di Telejato. Ma in realtà l’inaugurazione per primo l’ha già fatta qualcun altro, sabato scorso, bruciandoci i trasmettitori. Sono stati svelti, loro, a capire quello che stava succedendo – un nemico più forte, più siciliano – e hanno agito a modo loro di conseguenza, non con le parole e le chiacchiere ma con i fatti.

Ecco: la stessa serietà – per così dire – e concretezza vorremmo che dimostrasse ora lo Stato. Qui signori non si sono limitati a fare dichiarazioni. E lo Stato cosa farà di rimando? E le istituzioni?

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