Disarmare la guerra

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Proiettili alla finestra dell'edificio danneggiato della SBU (servizio di sicurezza). Mariupol, 5 aprile 2022. Foto di Leon Agenzia Klein/Anadolu 

Proiettili alla finestra dell'edificio danneggiato della SBU (servizio di sicurezza). Mariupol, 5 aprile 2022. Foto di Leon Agenzia Klein/Anadolu 

Proiettili alla finestra dell’edificio danneggiato della SBU (servizio di sicurezza). Mariupol, 5 aprile 2022. Foto di Leon Agenzia Klein/Anadolu  

Esistono – non avevo mai avuto occasione di approfondire – proiettili perforanti, a proiezione di schegge, prevalentemente esplosivi, a mitraglia, traccianti, assistiti a razzo. Esistono proiettili pesanti centinaia di chili. In questa fotografia, scattata oggi a Mariupol, si vedono quattro proiettili sul davanzale di un edificio, accanto alle schegge di vetro. I miliardi di dollari, di euro, di qualunque moneta circolante spesi per la difesa suonano come un’astrazione, ma sono armi. Nemmeno nelle fotografie più sconvolgenti le vedi: vedi l’effetto, sui luoghi, sulle case, sulle persone. Per questo, ho scelto un’immagine ‘fredda’: per ricordarmi con che cosa si fa la guerra.

Le parole non bastano. Si fa con missili, cannoni, mortai, razzi. Con la presenza “cupa e arrugginita” dei carri armati. Con proiettili. Non è facile, nel più dei casi è praticamente impossibile

ricordare, raccontare quelle vite e quelle morti connesse con quel velivolo falciato in volo, con quel fucile imbracciato lasciato cadere.

Prendo questa frase da un romanzo, intenso, densissimo, di Claudio Magris, “Non luogo a procedere”. È stato pubblicato nel 2015, e rileggerlo ora impressiona. Racconta di un progetto folle, donchisciottesco: quello di costruire un impossibile “museo totale della guerra per l’avvento della pace e la disattivazione della storia”. Stanze che espongano armi e reperti bellici di ogni sorta. Potrebbe servire, funzionare da monito per “tutti i vivi che impediscono la pace perché per vivere hanno bisogno della guerra”.

Nelle intenzioni del personaggio di Magris, dell’infaticabile collezionista, gli oggetti sputafuoco avrebbero dovuto rivelarsi “incubi di un sogno angoscioso e dissolto, un film proiettato a rovescio che comincia con la morte e la distruzione e si conclude con quella gente – prima saltata in aria, maciullata o trafitta – alla fine contenta e sorridente”.

Forse solo così si può capire. Vedendo prima il soldato “saltato in aria su una mina” e poi la sua vita che ricomincia – “la sua vita che sembrava svanita, la sbornia di ieri con i commilitoni, quella sera sul mare indicibilmente viola dell’altro ieri, una bocca baciata tanti anni prima, le parole storpiate del bambino che incominciava a parlare.” Così, le armi che “credevano, si vantavano, strombazzavano di annientare tutto ciò che capitava loro a tiro” non avrebbero avuto l’ultima parola.

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