Direzione Pd: legge elettorale congelata, Letta vuole aspettare il flop di Berlusconi al Colle

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ROMA – Non ci stanno, i parlamentari e i ministri pd, a subire la moratoria imposta dal segretario. “Di Quirinale e di legge elettorale si parla dopo la legge di Bilancio”, avverte Enrico Letta aprendo la direzione sul trionfo nelle città. “Non vorrei che queste questioni, di là da venire, finissero per prosciugare tutte le nostre energie”, afferma invitando a “concentrarsi sulle priorità del Paese”, l’attuazione del Pnrr e il completamento della campagna vaccinale, oltre che sulla manovra in cantiere.

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Ma se il grosso dell’intendenza segue, i colonnelli invece rumoreggiano, convinti che il leader debba dare risposte almeno sul proporzionale: un nodo da tagliare in fretta, prima del precipitare degli eventi, ché mantenere intatto il Rosatellum (coi collegi uninominali) significherebbe consegnare la vittoria al centrodestra, quando ci sarà da votare alle politiche. “La Lega è ancora forte, specie al Nord”, ripetono in tanti: “Il risultato delle Comunali potrebbe risultare un’illusione ottica, guai a pensare di trasporlo su scala nazionale”. Perciò è necessario discutere subito di sistema elettorale: serve per stanare la galassia centrista che, a parole, dice di volersi sganciare dai sovranisti, senza però averne il coraggio. Aiutando magari l’emersione d’una coalizione inedita: analoga al “semaforo” (socialisti, verdi e liberali) appena acceso in Germania. È la strada indicata, sebbene per escluderla, da Gianni Cuperlo.

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“Qualcuno teorizza che, dopo il successo alle amministrative, possiamo puntare a spendere il nostro consenso nella costruzione, dentro il prossimo Parlamento, di una maggioranza politica. Diciamo, per semplicità, il modello tedesco”, spiega il presidente della Fondazione dem. Significa cioè “scommettere su una scomposizione di un pezzo della destra che, varcando il Rubicone, passerebbe di qua, dando vita a qualcosa di molto simile alla maggioranza di oggi, senza la Lega”. Strategia però praticabile solo a patto “che il Parlamento sia in grado di licenziare una nuova legge elettorale”.

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E siccome appare improbabile, meglio andare sul sicuro, puntando sul nuovo Ulivo. Mentre per Andrea Orlando un tentativo val la pena farlo: “Con il campo largo e l’unità del partito, che hanno funzionato nel voto per le città, dobbiamo provare a dare un’occasione di sganciamento alle forze liberali che sono nel centrodestra, anche in vista dell’appuntamento per l’elezione del presidente della Repubblica”.

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Gancio che il vicesegretario Peppe Provenzano ritrova sul “terreno delle regole democratiche”: è lì che “si può offrire alla destra moderata la possibilità di stabilire un discrimine con la destra estrema, quel discrimine che c’è in tutti i Paesi europei ma in Italia non è mai esistito a causa dell’anomalia berlusconiana che ha saputo tenere insieme estremisti e moderati”. Finendo per innescare un gioco delle parti che adesso va smascherato.

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“Al netto del wishful thinking di Brunetta e Carfagna”, incalza infatti Andrea Romano, “è giusto porre il tema del proporzionale per chiamare il bluff di coloro che a destra auspicano un superamento del blocco sovranista, senza riuscire a essere coerenti con quanto affermano”. Tutti d’accordo, dagli ex renziani alla sinistra dem, sul fatto che Letta debba darsi una mossa. È il coordinatore di Base riformista, Alessandro Alfieri, il primo a chiedergli di fare chiarezza: di dire, finalmente, che “noi faremo di tutto per cambiare una legge elettorale che, dopo il taglio dei parlamentari, viola il principio di rappresentanza e rischia di esporci al ricatto delle forze minori”.

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Ma il segretario fa muro. Per allargare il campo del centrosinistra rilancia le Agorà, che saranno allungate sino a maggio, e rinvia ogni ipotesi di trattativa sul proporzionale. “Fino al Quirinale il centrodestra non si muoverà su nessun tema”, taglia corto Letta. “Berlusconi ha scelto di farsi prendere in giro da Salvini e Meloni e di chiudersi in questa grande finzione fra di loro, che bloccherà tutto”. La decisione è dunque presa: “Finché non verranno chiarite le scelte per la presidenza della Repubblica, la possibilità di discutere in modo serio sull’assetto delle regole è pari a zero”. Ministri e parlamentari se ne facciano una ragione.

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