Mosca, in piazza Lubjanka la sfida al Cremlino con i nomi delle vittime di Stalin

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MOSCA – I moscoviti arrivano alla spicciolata. Sferzati dalla pioggia gelida di fine ottobre e noncuranti della coppia di poliziotti di ronda, accendono un lumino e depongono fiori. Tulipani bianchi, rose o garofani rossi. E insieme un bigliettino con nome, cognome, età, professione e data d’esecuzione di una delle migliaia di vittime assassinate sotto il Grande Terrore di Stalin. Poi si raccolgono in silenzio davanti alla Pietra Solovetskij portata sin qui dall’arcipelago delle Solovkij, sul mar Bianco, primo Gulag dell’Urss, immortalato da Aleksandr Solzhenitsyn.

Fu installata in piazza Lubjanka nella primavera del 1990 come monumento alle vittime della repressione sovietica, comprese quelle torturate e uccise nel vicino ostile palazzone grigio, sede dei servizi di sicurezza Fsb, l’ex Kgb. Funzionari, ingegneri, insegnanti, medici, intellettuali e garzoni: 40mila persone morirono tra il 1937 e il 1938 nella sola Mosca, 30 milioni in tutta la Russia.

Memorial, la più longeva organizzazione russa per i diritti umani fresca di Nobel per la pace benché smantellata dalle autorità, aveva dato appuntamento qui per la prima volta nel 2007 alla vigilia della Giornata della memoria per le vittime delle repressioni politiche nell’Urss per quella che ha battezzato Vozvrashchenie imen, la “Restituzione dei nomi”.

Un cartoncino con nome, età, professione, data dell'esecuzione di una delle vittime di Stalin

Un cartoncino con nome, età, professione, data dell'esecuzione di una delle vittime di Stalin

Un cartoncino con nome, età, professione, data dell’esecuzione di una delle vittime di Stalin 

Di anno in anno sempre più gente si era messa in fila per dodici ore per leggere a turno davanti a un microfono un nome delle vittime delle Purghe staliniane. E restituire così loro la memoria. Non quest’anno. Le autorità hanno vietato la manifestazione con il pretesto del Covid. E così invece che leggere i nomi, la gente li ha scritti. Mentre la litania delle voci si è dispersa in più luoghi.

Drappelli di gente si sono riuniti nel retro della stessa sede di Memorial che le autorità vorrebbero sequestrare. Nei cimiteri di Vvedenskoe e di Donskoe. Nella necropoli del monastero del Salvatore e di Andronikov dove sono sepolti i “prigionieri a lungo termine” e “elementi indesiderati” che erano detenuti nel Gulag Andronevskij.

Lungo il canale Mosca-Volga costruito dai detenuti del Dmitlag. Davanti al monumento al poeta Osip Mandelshtam che fu arrestato due volte e morì di tifo in un campo o alla Casa sul Lungofiume dove abitava la nomenklatura del Partito rastrellata e mandata a morire. Ma anche a Ekateriburg, Tambov, Tjumen o nella foresta Tesnitskij di Tula. Nelle città dell’ex Urss come Karaganda in Kazakhstan e Erevan in Armenia. E nel mondo.

Anche a Venezia, grazie all’iniziativa di Memorial Italia, nel giardino pubblico alle spalle del padiglione russo della Biennale, rimasto vuoto. Il tutto documentato da una diretta online su YouTube. E altri gruppuscoli si riuniranno oggi nel cortile del Museo di Storia del Gulag o nella Chiesa dei Santi Nuovi Martiri al poligono di Butovo.

Davanti al monumento al poeta Aleksandr Galich a Novosibirsk, qualcuno ha letto i suoi versi: “Non dimenticheremo questa risata, e questa noia! Ricorderemo per nome tutti coloro che hanno alzato la mano!”.

“Il 2022 è l’anno di una nuova catastrofe e di nuove vittime. Sembrerebbe più importante ricordare coloro che stanno morendo ora e fermare la tragedia che si svolge davanti ai nostri occhi. Ma siamo sicuri che “La restituzione dei nomi” sia importante ancora oggi. Dopotutto questa azione ricorda il principio più importante e incondizionato: non c’è niente di più prezioso della vita umana, il che significa che lo Stato non ha il diritto di uccidere le persone. Né nel 1937 né nel 2022. E più persone sono d’accordo con questo, più è probabile che la catastrofe possa essere fermata, e prevenuta in futuro”, ha commentato Memorial in un comunicato.

“Il Covid è soltanto un pretesto. Da mesi non ci sono più restrizioni anti-coronavirus. Nei teatri si tengono concerti e negli stadi si giocano partite. E a inizio ottobre migliaia di persone sono state riunite in piazza Rossa per festeggiare l’annessione di quattro regioni ucraine”, commenta in piazza Lubjanka Dmitrij, 35 anni, che preferisce rimanere anonimo come tutti. “La memoria fa paura. Ma noi non ci facciamo intimidire. È importante tenere viva il ricordo perché la storia non si ripeta”.

L’ottantasettenne Anna, arrivata insieme al marito, sulla pietra Solovetskij, lascia un cartoncino con tre nomi. “Ho perso mio padre e due zii. Per me è sempre doloroso venire qui, ma non bisogna smettere di farlo. Le autorità riabilitano Stalin come il vincitore sul nazismo. A Vladivostok vogliono persino erigergli una statua. Bisogna ricordare che cosa fece. Soprattutto oggi”. Ne è convinta anche Irina Fliege, ricercatrice di Memorial: “Il ricordo dei crimini del governo sovietico aiuta a capire i crimini del governo russo di oggi”.

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